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Le spranghe di Allah


antisemitism_499Rudy Haddad, 17 anni, massacrato a sprangate perché porta la kippah, è in coma


Eccoli. Sono tornati. Che a Parigi ci sia un tentativo di mettere in atto una sorta di ‘pulizia etnica’ silenziosa e violenta nei confronti della comunità ebraica non è cosa nuova. E non è nuovo, purtroppo, neanche il silenzio della sinistra radicale italiana che da anni accarezza e coccola l’integralismo islamico spacciandolo per democrazia, per diritto alla diversità, per multiculturalismo. Non s’accorge, però, che quel fanatismo religioso soffoca il diritto alla diversità, non riconosce alcuna democrazia e esalta invece la teocrazia, uccide i diritti individuali in nome di oppressivi diritti di gruppo.
Per la seconda volta si deve, invece, registrare il positivo e pronto intervento del Partito Democratico che, per bocca del segretario Walter Veltroni, ha dichiarato che “La terribile aggressione di Parigi contro un ragazzo 'colpevole' solo di indossare una kippà ci dice che l'antisemitismo è un male duro a morire. Che anzi è capace di prendere nuove forme e di alimentarsi pericolosamente di fenomeni nuovi come quelli dell'immigrazione. Quello che è accaduto a Parigi deve essere di monito anche in Italia, dove i rischi antisemiti non vanno sottovalutati. Al contrario bisogna agire con nettezza, combattendo vecchi e nuovi veleni, guardando soprattutto ai giovani fra cui l'antisemitismo rischia di riemergere”.

Questa l'analisi di Domenico Quirico sull'antisemitismo delle banlieues pubblicata oggi dal quotidiano La Stampa e tratta dal sito Informazione Corretta:

Per capire quanto è successo bisogna calarsi nel XIX arrondissement, che non è una periferia impregnata di veleni, ma parte viva della capitale. Il ragazzo è stato assalito in rue Petit: a poche centinaia di metri, al numero 49, c’è la sinagoga Beth «Haya Mouchka» frequentata dagli ultraortodossi. Racconta il sindaco del XIX, Roger Madec, socialista: «C’è una tensione comunitaria molto forte che inquieta». Tutto ruota attorno al parco delle Buttes-Chaumont, uno dei più grandi della città, deliziose collinette verdi, laghetti, sentieri creati per il piacere dei sudditi di Napoleone III. Per far dimenticare che su uno dei monticelli un tempo c’era la forca per i condannati a morte. Bello ma pericoloso, impossibile attraversarlo di sera. E’ qui che le bande di maghrebini attaccano e si scontrano violentemente con i coetanei ebrei. Le kefiah e i cappucci contro le kippah: insulti spinte scontri violenti, occhieggia il piano di ripulire etnicamente il quartiere dai nemici, dagli «intrusi». (…)

Per descrivere il nuovo antisemitismo Michel Wieviorka, direttore del centro di analisi sociologica all’Ecole des Hautes Etudes, ha setacciato la Francia; accompagnato da dodici ricercatori, entrando in fabbriche università perfino nelle prigioni, a Parigi, nelle banlieues ma anche nella provincia dove spesso la faccia del «nemico» è più difficile da individuare. E alla fine ha scoperto «che oggi è soprattutto all’interno della popolazione immigrata, che arriva dal mondo arabo-musulmano, dall’Africa subsahariana ma anche dalle Antille, che si trovano tutti i tipi di manifestazioni spontanee dell’odio contro gli ebrei. E’ la novità dell’antisemitismo contemporaneo in Francia. Nelle banlieues i propositi antiebraici fioriscono ormai senza tabu, l’antisemitismo è diventato opinione».

La faccia nuova di un male antico, che si è manifestata sabato sera mentre Parigi risuonava del chiasso della Festa della musica nel diciannovesimo arrondissement. Per l’autore della monumentale «La tentazione antisemita» è «all’interno stesso della società che il razzismo vissuto prima sulla propria pelle, l’esclusione, la frammentazione culturale producono il nuovo antisemitismo. In passato l’ebreo era sentito come una minaccia per la nazione, per la società o ancora per la confessione dominante; oggi è sentito come colui che ha avuto successo nella sua integrazione, che è nel cuore stesso della nazione, delle istituzioni, della società».

Le cifre sono brutte e offensive, macchiano e bruciano: il 14 per cento dei francesi tra i 18 e i 24 anni sono dichiaratamente «ostili agli ebrei». Eppure nel 2007, ultimi dati disponibili, la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha sbandierato un annuncio confortante: «la netta diminuzione», oltre il 32 per cento, degli atti antisemiti. Ma bastava leggere il seguito di quelle cifre per accorgersi che a questo progresso si accompagnava un altro dato, il numero degli «atti gravi e violenti», in realtà, è aumentato di oltre il 23 per cento. Insomma: l’antisemitismo si fa più rado ma più feroce. E si colora, come spiega Wieviorka, di tinte etniche. Come se i figli della immigrazione avessero assorbito il veleno autarchico e europeo che fu, tragicamente, di Vichy. E’ un antisemitismo che già prima di ieri ha ucciso, un altro giovane ebreo, Ilam Halimi, rapito e torturato da una banda di giovani balordi di periferia che si facevano chiamare «i barbari». Il loro capo riceve in prigione, ancora oggi, centinaia di lettere ogni mese da giovani ammiratori che vivono nelle periferie. E poi c’è l’antisemitismo «nero», quello della «tribu Ka», un gruppo di estremisti che davano la caccia a quelle che loro chiamano «le milizie giudaiche» in rue des Rosiers, luogo simbolo dell’ebraismo parigino. E che proclamano anche in tribunale il rifiuto dell’unicità dell’Olocausto.

L’antisemitismo dei ragazzi musulmani pericolosamente si salda poi con il negazionismo di «gauche», filopalestinese, che accusa lo Stato di Israele di essere «oppressore e razzista». Che esige, ben nutrito di frustrazioni sociali, un’immediata riparazione dalla Storia, prendendosela, se necessario, con la violenza.

Un libro da leggere
Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa
di Hitchens Christopher
Editore Einaudi, 2007
Prezzo Euro 14,50