Giornale di bordo

Appunti, note, ritagli di stampa, commenti, curiosità, citazioni

Femminile buonsenso

 

donne_islamiche_400

 


Le notizie sull'arresto a Milano di presunti terroristi ideologicamente e idealmente legati ad Al Qaeda sono anche oggi su tutti i giornali italiani ed esteri.

Fra i propositi di farsi esplodere al Duomo o alla Standa, fra i deliri da Jiahd, fra gli anatemi contro gli infedeli, c'è un particolare che mi ha colpito: la concretezza della moglie di uno degli arrestati.

Lui si vuole far saltare in aria, morire da martire, entrare in direttamente in paradiso dove avrà "giardini alle cui ombre scorrono i fiumi" e "spose purissime". Vuole passare alla storia con una cintura di tritolo intorno alla vita e lei che fa? Lo scongiura di non farlo? Lo prega di desistere per amore dei figli? Macchè. La moglie non si oppone a che lui si faccia saltare, anzi gli dà il proprio consenso, però, prima di farti saltare in aria, gli dice, mi compri casa. Sì, proprio così: mi compri casa. Insomma, un po' di sano buonsenso femminile...

Ecco il passo dal Corriere della Sera di ieri:

E Ghafir il muratore, in questi giorni a casa per via di un infortunio subito al cantiere, dice che a lui «va bene...», giura che anche lui vuole «morire da martire... non vedo l' ora...». Anzi, a Rachid, l' amico marocchino spiega di averlo già confidato alla moglie: «Io - spiega - ho già avuto il consenso di mia moglie che mi ha detto... "se vuoi andare a combattere per fare guadagnare il paradiso anche a noi, vai pure"... la vera moglie è quella che ti incoraggia per andare al Jihad. Mi ha detto che devo comprarle solo la casa e poi se voglio vado». Sorride, Rachid. E mentre guida piano senza lontanamente immaginare di essere spiato da un rilevatore satellitare e di essere intercettato, annuisce: «Sì, la casa è importante, così lei può badare ai figli... e poi alla fine moriremo tutti».

Il regno dei 'niri'

Territorio e criminalità Lo scontro con la città «gemella» dei clandestini

Il clan dei giovani «impazziti»: l'eccidio, poi spari per fare festa

Sedici omicidi in dieci mesi: la sfida delle nuove leve

di Marco Imarisio

cas_250_02CASTELVOLTURNO (Caserta) — Quelli del bar Monica si difendono in proprio. Sulla veranda con vista su una delle tante rotonde di cemento della Domiziana ci sono cinque indigeni che aspettano in piedi l'arrivo dei « niri ».
Due di loro stringono nella mano destra una pistola, puntata verso la strada. Gli altri, più concilianti, brandiscono delle spranghe di acciaio. «Negri di m..., ci provassero a venire vicino, gli facciamo scoppiare la testa», dice quello che sembra più anziano in virtù dei capelli bianchi. Scusate, ma provare con la Polizia? A momenti si mettono a ridere.

C'è un posto in Italia dove sei persone vengono ammazzate con 170 colpi di mitra e pistole, alle nove di sera, su un lungomare non certo deserto, con gli assassini che una volta finito il lavoro sottolineano il loro operato sparando qualche raffica in aria. E il giorno seguente gli amici delle vittime, che nulla dicono agli inquirenti di quanto hanno visto, reagiscono fracassando auto e fioriere, ribaltando cassonetti, lanciando sassi grandi quanto un pugno nelle finestre della case.

Non c'è da stupirsi. Castelvolturno è un luogo dove la violenza è ritagliata sulla vita quotidiana come un abito di sartoria. Vi aderisce perfettamente, indirizza ogni singolo comportamento, ogni parola. La Portofino del Sud, così era chiamata a metà degli anni Settanta. Le villette sulla Domiziana erano considerate un investimento sicuro e prestigioso. Il declino fu veloce, inarrestabile. Le case in costruzione vennero requisite per gli abitanti di Pozzuoli colpiti dal bradisismo, le falde acquifere e il mare si riempirono dei veleni prodotti dai rifiuti tossici sversati illegalmente.

La Portofino del Sud divenne oggetto di furiose e folli speculazioni immobiliari. Arrivarono gli extracomunitari, a lavorare nei cantieri e nei campi di pomodori. Fino alla metà degli anni Ottanta si trattò di una immigrazione mista. Poi la città divenne il punto di raccolta dei nigeriani. Partivano da Lagos con la parola «Castelvolturno » scritta a pennarello sulla mano. Oltre a usi e costumi, importarono anche la loro criminalità, in un territorio che ne era già saturo.

La strage di Pescopagano segnò la resa dei conti con la malavita locale, ma anche l'inizio di una nuova fase. Il 24 aprile 1990 un commando di camorristi di Mondragone sparò all'impazzata in un bar, inseguì alcuni immigrati che erano fuggiti in macchina, li trucidarono in mezzo alla strada. I clan non gradivano che i « niri » venissero a spacciare a casa loro. Dopo il massacro, gli lasciarono un territorio dove esercitare i loro affari, dietro parcella settimanale da elargire ai Casalesi. Da allora camorristi e mafiosi nigeriani conducono vite parallele basate su un patto di mutuo soccorso. Scambi di armi e killer, case per le reciproche latitanze. Casalvolturno è diventata un ghetto segnato da spaccio e prostituzione. Le vie interne alla Domiziana sono piccoli inferni di overdosi e violenze. Le ville disabitate sono il luogo dove recludere e seviziare le ragazze appena arrivate dall'Africa, prima di sbatterle sulla strada. Così arroganti, i nigeriani, da aver creato altri ghetti per gli altri, espellendoli dal loro mondo.

Ghanesi e liberiani sono confinati nella frazione di Varcaturo. I senegalesi se ne stanno in fondo alle campagne di Lago Patria. La città conta ufficialmente 21 mila abitanti, ma accanto ad essi è come se fosse sorta una città gemella popolata solo da clandestini. Lo dice chiaro l'ammontare pro capite della tassa sui rifiuti. Il Comune paga esattamente il doppio di quello che dovrebbe produrre in base ai residenti registrati all'anagrafe. Ma Castelvolturno è soprattutto la città dei Casalesi. Il posto che contiene gli investimenti immobiliari a cinque stelle e i tuguri dei disperati nei quali pescare reclute a basso costo, i grandi progetti e i boschi dove si nascondono gli eroinomani da rifornire con la dose quotidiana.

L'Alfa e l'Omega del loro atlante criminale, dentro al quale adesso si agita una scheggia impazzita. Un piccolo gruppo di camorristi giovani e imbottiti di cocaina, stanchi del limbo nel quale il clan dei Bidognetti è stato costretto da arresti e condanne, che ha deciso di rinegoziare ogni alleanza, e di alzare il prezzo con gli stranieri, per rivendicare il primato della camorra. Negli ultimi dieci mesi hanno firmato 16 omicidi. All'inizio erano 4-5 elementi, adesso sono già una dozzina. La violenza paga, fa proseliti. In questa Babele, è l'unico linguaggio riconosciuto.

L'atteggiamento dello Stato è inspiegabile. Castelvolturno è uno dei territori europei meno «disturbati» dalla legalità. Come se tutti ci avessero rinunciato. Anche per questa strage le telecamere in zona hanno funzionato a vuoto, come accadde per l'imprenditore Domenico Noviello o per i due albanesi ammazzati all'inizio di agosto. Occhi ciechi, giocattoli senza videocassetta. Il commissariato locale dispone di 35 unità e poche macchine sfiatate che devono inseguire di tutto, camorristi, papponi, trafficanti di rifiuti e pusher di eroina. È stato calcolato che se lavorassero tutti insieme nello stesso momento, gli uomini delle forze dell'ordine potrebbero controllare al massimo tre chilometri quadrati di territorio cadauno. Di notte, viaggiando da Napoli fino a Mondragone, capita raramente di incrociare una Volante. Il controllo sul territorio è pari a zero, non esiste. Un posto senza pietà, governato da un sovrano invisibile e temuto.

La disoccupazione giovanile sfiora il 90 per cento, stessa percentuale, fornita dai carabinieri, dei clandestini che delinquono. I Casalesi non hanno bisogno di inseguire la gente per farsi pagare il pizzo. Ci sono decine di intercettazioni che testimoniano dello zelo con il quale commercianti e imprenditori si mettono in coda per avere un padrone. Ci sono camorristi impazziti che sparano come fossero ad una festa di paese, e immigrati che si sfogano nell'unico modo che da queste parti è considerato legittimo. A voler cercare, c'è di tutto a Castelvolturno. Manca solo lo Stato.

(da Corriere della Sera, sabato 20 settembre 2008)

Tigri Tamil, partigiani o terroristi?


tiger1_408


Dalle agenzie di stampa, questa mattina:


Questa mattina all’alba, su ordine della procura di Napoli, la Digos ha arrestato i rappresentanti di tutte le comunità tamil della penisola. Ventotto persone sono finite in carcere tra Roma, Milano, Genova, Biella, Novara, Bologna, Mantova, Reggio Emilia, Napoli e Palermo, con l’accusa di aver estorto denaro agli immigrati tamil in Italia per finanziare le Tigri per la Liberazione della Patria Tamil (Ltte), i guerriglieri che da venticinque anni combattono in Sri Lanka per i diritti della minoranza tamil, e che in Europa e negli Stati Uniti sono considerati un gruppo terrorista.

Mi chiedo perché le Tigri Tamil sono considerati ‘terroristi’ e i palestinesi di Hamas no? Perché i capi comunità Tamil sono arrestati in Italia, mentre i capi di Hamas erano indicati come interlocutori politici affidabili dall’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema?

***************************************************************
Per saperne di più…

Che cos’è il Tamil Eelam

Italia, tamil nel mirino: articolo su Peace Reporter

***************************************************************

Sinti 2 Opinioni a confronto



legamanifesto2b_335_01Venezia, le villette regalate ai nomadi

di Stefano Filippi, Il Giornale, giovedì 5 giugno 2008


Mestre (Venezia) - Il sindaco Massimo Cacciari, professionista del pensiero, stavolta gioca con le parole. Vuole costruire un nuovo campo nomadi. C’è scritto sul piano regolatore: tangenziale interna di Mestre, quella che separa i quartieri di Carpenedo e Favaro Veneto, zona F9, campo nomadi. In realtà è un quartiere residenziale riservato ai sinti: 38 villette con veranda, giardino recintato e posto auto privato, zone verdi, un grande parcheggio comune, un laghetto, un campo di calcio, barriere antirumore, totale 23mila metri quadrati, spesa oltre tre milioni di euro. Il comune l’ha battezzato «villaggio». Case comunali, insomma: ma non si può dire, perché bisognerebbe cambiare il Prg e fare i bandi di assegnazione.

Un campo nomadi in tegole e mattoni è una contraddizione in termini:
un nomade vive vagabondo. «Ma questa è gente che sta a Mestre da quarant’anni, sono cittadini veneziani di seconda e terza generazione» dice Cacciari. E perché allora non inserirli nelle graduatorie comunali abitative? «Perché sono sinti. Bisogna tutelarli. Ed è ora di agire, la decisione è stata presa dieci anni fa».

E sono dieci anni che a Mestre protestano, ma c’è voluto il blitz alle vongole di ieri mattina perché si sapesse. Appuntamento al buio, alle cinque e mezzo. Un gazebo bianco, un vecchio tavolo da taverna, cartelloni, bandiere di San Marco, seggioline pieghevoli e corde colorate per legarsi alla cancellata e impedire l’accesso dei camion che dovevano cominciare i lavori. Sono casalinghe, pensionati, studenti universitari, gente che ha preso ferie o permessi sul lavoro. È il comitato «No campi rom». «Rigorosamente apolitico», scandisce Silvana Tosi, una dei portavoce. «Abbiamo chiesto appoggio a tutti i partiti, ci hanno risposto soltanto quelli del centrodestra». Ieri all’alba c’erano leghisti (il deputato Corrado Callegari e il capogruppo a Venezia Alberto Mazzonetto) e rappresentanti del Pdl (Renato Boraso, Forza Italia, e Raffaele Speranzon, An). Ma per agenzie di stampa e tv è stato un «blitz leghista».

Nei giorni scorsi, in 12 mattine, hanno raccolto 3.500 firme, compresa quella di alcuni nomadi. Venerdì scorso la marcia silenziosa di alcune centinaia di persone è stata liquidata dal sindaco come «quattro gatti». All’ombra del gazebo, la Tosi parla per tutti: «Noi non siamo contro i rom, ma contro i campi e lo spreco di denaro pubblico. Per i rom chiediamo integrazione, lavoro, case, scuole: vogliamo che i loro figli studino, non che vadano a scuola se gli pare. Stessi diritti nostri e stessi doveri. Lo chiede anche l’Opera nomadi: superamento dei campi e fine della logica assistenziale».

Invece? «Invece il super-campo sarà un super-ghetto e un super-punto di richiamo. La legge regionale impone che i campi nomadi non superino i quattromila metri quadrati, e questo sarà di 23mila. Il Tar ha ordinato di correggere il progetto, Cacciari ha risposto che va bene così perché la superficie abitativa è di 3.700 metri quadrati. La municipalità di Favaro ha chiesto all’unanimità di rifare il progetto. Ma l’amministrazione ignora sistematicamente i cittadini».

Poi c’è il capitolo soldi. Il terreno conteso fu acquistato (non espropriato) per 555 milioni di lire nel 2001. La giunta Cacciari ha stanziato 800mila euro per opere di urbanizzazione e altri due milioni per l’edificazione. È il tasto che manda in bestia i manifestanti. «A Venezia ci sono 300 case inagibili, con quei soldi potevano sistemarle, darne 50 agli zingari e il resto ai veneziani sfrattati». «L’anno scorso mille abitazioni sono state allagate da un’alluvione e dal Comune non è ancora arrivato un euro di risarcimento». «Ci sono duemila cittadini in graduatoria per una casa pubblica - protesta Mazzonetto -, ma sono stati preferiti i nomadi. Hanno rinviato la costruzione della scuola di Trivignano. Questa è una scelta scellerata, un tradimento dei veneziani».

La giornata è lunga sotto il sole per gli incatenati, la gente si dà il cambio, arrivano bibite, caffè e un bottiglione di rosso, frighetti portatili con acqua fresca anche per i carabinieri e gli agenti che controllano la situazione. Auto e camion passano e strombazzano. I dimostranti si raccontano le loro storie: «Io ho un mutuo di vent’anni, ma il valore della mia casa sarà dimezzato», «Cacciari sta sbotegando, vuol dire che abbiamo colpito giusto», «il supermercato dietro il campo nomadi attuale ha una guardia giurata contro i furti». Oggi si replica, e si andrà avanti a oltranza: la sera si smonta, il mattino si rimette tutto in piedi. Stamattina si svolgerà un incontro in prefettura. L’assessore Laura Fincato ha annunciato che entreranno da un altro accesso. «Non si preoccupi - garantiscono i “no campi rom” - ci faremo trovare pronti».

Sinti 1 Opinioni a confronto


gipsygirls_350

di Francesca Bellemo, da Gente Veneta, n. 23 del 2008

«Vogliono mandarci via, rimandarci a casa nostra, ma dove? È Favaro casa nostra...». «Aspettiamo questo momento da così tanti anni che finché non lo vedo costruito il nuovo campo, non ci credo». «Da qui a 500 metri più in là cosa cambia? Ci conoscono tutti, i nostri figli vanno tutti a scuola nei dintorni, le donne vanno a fare la spesa nei supermercati di Favaro, noi andiamo a tagliarci i capelli dai barbieri della città, beviamo il caffè nei bar, e pure lo spritz». «Noi non viviamo con i soldi del Comune, ma con il nostro lavoro». «Vado anche a donare il sangue, io. Scrivilo, scrivilo che se qualcuno di voi “gaggi” (così vengono chiamati coloro che non sono sinti) ha bisogno di sangue deve ringraziarmi…».

A parlare questa volta sono loro: i residenti del “campo nomadi” di via Vallenari. Siamo entrati nel “campo”, accompagnati dagli operatori dell’Etam che da anni seguono per il Comune la comunità sinta, per ascoltare le voci dei suoi residenti. Sulla scia dei disordini avvenuti in alcuni insediamenti rom a livello nazionale, anche il “campo nomadi” di via Vallenari è stato in questi giorni investito da polemiche, proprio in occasione dell’inizio dei lavori per il nuovo “campo” previsto dal Comune.
Anzi per il “Villaggio dei sinti”: il Comune realizzerà un villaggio dignitoso, con bagni privati e strutture prefabbricate ordinate, a poche centinaia di metri da quello attuale, più distante dalle abitazioni e più vicino a Favaro che è il paese a cui si sentono più legati coloro che vivono da 40 anni in via Vallenari.

Più che accampamento un camping. Chi è stato almeno una volta in un qualsiasi campeggio sul litorale veneziano non troverebbe molto diverso il campo di via Vallenari: casette prefabbricate e roulottes con la veranda, piccoli cortili personalizzati e decorati con fiori, persino una statuetta della Madonna adornata con lumini rossi, qualche cane che gironzola libero, bambini che giocano, donne sedute che chiacchierano insieme.
Un uomo attraversa la strada interna a petto nudo con l’asciugamano sotto braccio: è appena rientrato dal lavoro e va a fare la sua doccia. Sembrerebbe davvero un camping se non fosse che quelle 38 famiglie non si trovano lì in villeggiatura, ma da ormai 40 anni risiedono lì, arrangiate alla meno peggio, con i bagni in comune, per lo più diroccati e con l’acqua fredda: «Pensi che ci piacciano i bagni in comune? -dice Paolo, uno degli uomini del campo- Pensi che non vorremmo un bagno privato, pulito e accogliente, come tutti? Non viviamo nel fango per scelta, non siamo sporchi, non siamo ladri, siamo gente che lavora».

Via Vallenari, una comunità tranquilla. Siamo all’aperto, in un cortile di ghiaia bianca nella zona più interna del “campo”. I capifamiglia si siedono intorno a un tavolo di legno color verde bosco, all’ombra di un salice, mentre alcuni bambini giocano poco distante. Maria Paola, la moglie di Paolo, che siede anche lei taciturna intorno al tavolo, apprensiva, ogni tanto rimprovera i bambini per paura che si facciano male.
«Casi di furto, omicidi, violenze, rapine: quando mai è stato coinvolto qualcuno della nostra comunità di via Vallenari? Anzi, a dir la verità siamo noi a guardare il telegiornale la mattina e sentire ogni giorno di questi casi compiuti da italiani… siamo noi ad essere preoccupati per le nostre famiglie e i nostri figli… altro che ladri di bambini… Noi lavoriamo tutto il giorno: ogni famiglia ha un camioncino con il quale gli uomini vanno a fare la raccolta del ferro. Abbiamo un patentino di Veritas, noi lo raccogliamo e poi lo consegnamo alla ditta Colombara che ci paga: facciamo un servizio alla città, nel Comune di Venezia. Le donne invece restano nel campo, si occupano della casa e dei bambini, alcune lavorano come addette alle pulizie».

Molti i pregiudizi da sfatare. A sedersi intorno a un tavolo con loro si possono smantellare velocemente parecchi pregiudizi. Innanzitutto si scopre che i sinti di via Vallenari non sono le stesse persone che si vedono girare per la città a chiedere l’elemosina e che spesso si fingono zoppicanti e storpi per impietosire.
I sinti non sono rumeni; le persone che risiedono al campo sono principalmente appartenenti a tre famiglie, di origine Istriana: «Pensa te – dice Paolo – i nostri nonni erano italiani…». Per cercare nei loro tratti somatici elementi identificati come “tipici” dei nomadi bisogna fare un po’ di fatica.
La carnagione scura, i capelli mori sono un po’ troppo poco per definire qualcuno come “zingaro”. Tra i giovani e i bambini è praticamente impossibile: molti di loro hanno i genitori misti e poi vestono in modo curato, soprattutto i ragazzi: abiti firmati, acconciature alla moda… Per non parlare poi della lingua che parlano: il dialetto veneziano.

«Nessuno è santo - dice uno dei più anziani - anche noi possiamo avere qualche problema ogni tanto, in passato possono esserci anche stati episodi spiacevoli, ma mai di tale gravità da giustificare un così forte pregiudizio: è vero abbiamo fatto forse un po’ di confusione per qualche festa, ma non abbiamo mai rubato nulla o violentato nessuno. Possono controllare, che chiedano alla polizia». «Fino a 5 anni fa - continua Paolo - pochissimi sapevano che eravamo qui. Poi hanno costruito dei condomini a ridosso del campo. E allora siamo diventati troppo invadenti, troppo rumorosi, troppo dediti alla vita all’aperto da disturbare le abitudini di coloro che vivevano negli appartamenti con la terrazza che dava sul campo. Ma noi eravamo qui prima di loro. Hanno cominciato ad accusarci, leggiamo sui giornali le dichiarazioni di persone che ci conoscono e che credevamo amici, ma che ora ci voltano le spalle».
«Comunque ce ne andiamo volentieri – prosegue un altro – ora che ci spostano nel nuovo villaggio: siamo contenti, finalmente avremo dei bagni privati, dove poter lavare i nostri figli d’inverno senza farli morire di freddo».

Qualche episodio spiacevole con la polizia. Il fatto che la comunità di via Vallenari non abbia mai avuto problemi con la giustizia non li esenta dal ricevere puntualmente una o due volte la settimana la visita della polizia: «Passa di qua la pattuglia – dice Paolo – controllano. E non trovano niente. Noi non abbiamo problemi: che passino pure, li salutiamo. Il problema è quando vengono con la violenza: è capitato anni fa che ci hanno caricati tutti su due pullman per farci fotografare e schedare. Tutti, anche i bambini, a spintoni trattandoci come criminali. La polizia era addirittura in divisa antisommossa. Poi l’anno scorso fecero un controllo in tutti i campi del Veneto: vennero all’alba, era freddo, e ci buttarono tutti fuori dal letto in malo modo, eravamo tutti in pigiama, buttarono per aria tutto, ci fecero altre foto e comunque non trovarono nulla. In altri campi qualcosa saltava fuori, ma qui da noi non trovarono nulla. Questo per dire che non bisogna mai generalizzare. Ci sono anche i criminali, i ladri, come ci sono tra di voi, ma non in via Vallenari».

Le difficoltà di integrazione però esistono. «E pensare che noi vorremmo semplicemente lavorare e stare con la nostra famiglia – continua Paolo – ci piacerebbe anche fare altri lavori, abbiamo più volte chiesto in giro e a prima vista nessuno ci crea problemi, ma quando viene fuori il nostro cognome, dove viviamo e chi siamo ci penalizzano».
Migliori risultati si ottengono sul piano scolastico, dove l’integrazione è avviata da tanti anni e comincia a produrre i primi risultati: «I nostri figli vanno tutti a scuola – dice Maria Paola – e anche all’asilo, ormai». Nonni e genitori non hanno frequentato la scuola, perché non fa parte della loro cultura, ma piano piano questa abitudine si sta radicando.
«Qualche problema – continua – c’è invece alle medie, dove i ragazzi non riescono ad integrarsi e spesso dopo il primo anno abbandonano lo studio, per riprenderlo più avanti e ottenere la licenza di terza media e poter quindi accedere ad alcune professioni. Alle elementari va molto meglio, grazie anche agli operatori del Comune che vengono ad aiutare i bambini con i compiti».
Un diverso concetto di “casa”. In questa direzione è stato portato avanti il progetto del nuovo villaggio, al quale hanno collaborato con il Comune gli stessi residenti, evidenziando elementi e necessità che altri non avrebbero potuto intuire. Per questo lo aspettano con trepidazione e non vedono l’ora di potersi trasferire per poter vivere dignitosamente ma anche nel rispetto di una loro tradizione, secondo la quale anche il giardino è “casa”.
Ma quando è stato il momento di decidere se trasferirsi nel nuovo villaggio o se rientrare nelle graduatorie per la casa comunale per molti è stata una scelta sofferta. Dietro questa scelta c’è la storia di un popolo, e forse è un po’ troppo facile chiedere semplicemente di “adattarsi”…
«Fino all’ultimo ci abbiamo riflettuto – dice Paolo – ma alla fine abbiamo deciso che non potevamo farcela. Alcune famiglie già in passato si sono trasferite in appartamento, ma per alcuni è stato traumatico, c’è chi non riusciva ad avvicinarsi alle finestre perché soffriva di vertigini: non siamo abituati a vivere con qualcuno sotto o sopra di noi, non siamo abituati all’altezza, e soprattutto non siamo abituati a vivere al chiuso… Ci piace stare tutti insieme con le nostre famiglie: se andassimo a vivere in appartamento dovremmo separarci. E poi abbiamo già perso tutte le nostre tradizioni, almeno questa vorremmo mantenerla…».

In sette famiglie invece hanno deciso di fare il passo. «Non si può essere “zingari” per sempre – dice un uomo appartenente a una di quelle sette famiglie che ha fatto domanda per trasferirsi in appartamento – ho scelto l’appartamento perché ho pensato ai miei figli e ai miei nipoti: il mondo cambia e dobbiamo anche noi civilizzarci. Spero in questo modo incontreremo meno pregiudizi».

Più conoscenza per combattere i pregiudizi. «Non è facile vivere sempre con il pregiudizio sulla testa – dice con una vena di amarezza Paolo – cosa dobbiamo fare per far capire chi siamo? Basterebbe solo che la gente sapesse la verità . Ci sono molte persone che ci conoscono e sanno come viviamo, il mio medico ad esempio viene spesso a cena a casa mia e non ha paura perché mi conosce».
Poi conclude: «Ringraziamo il sindaco e tutti coloro del Comune che finora ci hanno aiutato. Ringraziamo anche il Patriarca che è stato qui con noi, è stata una bella giornata di festa. E a coloro che continuano a vederci con diffidenza diciamo: che vangano qui a vedere, che vengano a conoscerci prima di parlare e di giudicare».

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

campidisterminionazisti_237

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento
perché rubacchiavano

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto
perché mi stavano antipatici

Poi vennero a prendere gli omosessuali
e fui sollevato
perché mi erano fastidiosi

Poi vennero a prendere i comunisti
ed io non dissi niente
perché non ero comunista

Un giorno vennero a prendere me
e non c'era rimasto nessuno a protestare.

Martin Niemöller

Questa poesia nei paesi di lingua spagnola e in Italia è stata erroneamente attribuita a Bertold Brecht sin dagli anni Settanta. Esistono molte varianti del testo e lo stesso Niemöller, nato nel 1892 e morto nel 1984, disse che non ricordava esattamente quale fosse la versione originale. In questa pagina è possibile trovare maggiori informazione.