sabato, 15 novembre 08 07:57
Elogio del tradimento

Dal Corriere della Sera questo articolo di Predrag Matvejevic, una delle voci più alte e più lucide della nostra Europa. Lui è cosmopolita sia anagraficamente sia intellettualmente: la libertà, la laicità, la tolleranza sono nel suo Dna. La sua scrittura affascina e coinvolge: il Breviario Mediterraneo è un diario, uno zibaldone, un saggio che va letto con la meraviglia di chi esplora e viaggia in città, in porti che credeva conosciuti e che solo ora scopre di non aver mai visto davvero. E' un magnifico portolano per lettori curiosi.
Oltre che la lectio magistris che fece nel 2007 a Pesaro, in occasione del salone dei paesi adriatici OndaSuOnda, di lui ricordo un lunghissimo aperitivo che facemmo, insieme con Aurora Azzolini, a Roma, nel caffè di piazza Mazzini, nei pressi della sua abitazione. Doveva essere un semplice incontro di lavoro, ne venne fuori una interminabile conversazione in cui apprezzammo la cultura e soprattutto l'umanità di questo professore universitario, cui il presidente Ciampi conferì la cittadinanza italiana, che leva la sua voce di libertà in un mondo che pare sempre meno disposto ad ascoltare.
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Dal Corriere della Sera, 14 novembre 2008, pagina 47
Generazioni. Ogni persona che pensa e giudica dovrebbe redigere un «catechismo» del proprio dissenso nei confronti del patrimonio nazionale. La critica ci aiuta a capire cosa abbandonare perché talvolta anche la memoria è un ostacolo
di Predrag Matvejevic
La memoria ci definisce, determina i nostri atti, condiziona le nostre scelte, dirige i nostri movimenti... Lo sappiamo bene, non occorre troppo ripeterlo. Ma non c' è una sola memoria. Ne esistono diverse. Talvolta essa è uno stimolo, talvolta è un obbligo, altre volte un peso o anzi una vergogna. È sempre necessario chiedersi a quale tipo di memoria ci riferiamo.
Non vogliamo, non dobbiamo dimenticare gli eventi del nostro passato, della nostra vita, della storia del popolo del quale facciamo parte. Ma non tutti hanno la stessa importanza. Ho visto purtroppo in questi ultimi mesi, in Italia e in Croazia, gente in camicia nera che salutava «alla romana». Non riescono a superare la memoria trasmessa dai loro genitori, parenti, vicini.
Per quanto mi riguarda, non dimentico mai i giorni in cui mio padre fu deportato per quattro anni in un lager nazista, ai «lavori coatti». Era un uomo corpulento, un russo forte, pesava 92 chili. Quando è tornato era l' ombra di se stesso, uno scheletro vivente, pesava 52 chili. Non lo riconobbi. Piansi per tre giorni. Questa immagine è stata per anni una ossessione...
Una persona, un popolo, una nazione devono conservare una memoria e, in varie occasioni, difenderla. Comunque sia, viene anche il momento in cui bisogna difendersi da questa stessa memoria - quando essa diviene invadente, abusiva, intollerante. Ognuno di noi possiede una specie di patrimonio che ci protegge e unisce. Talvolta, però, è necessario sbarazzarsene, o almeno liberarsi di una sua parte negativa, che ci blocca o castiga.
Solo una forte cultura critica potrà riconoscere questo momento cruciale, nel quale invece di difendere la memoria dobbiamo difenderci dalla memoria, invece di proteggere il patrimonio occorre proteggere noi stessi da questo stesso patrimonio. Vi sono epoche in cui la cultura critica non fiorisce o viene decisamente osteggiata, svilita, repressa. La nostra epoca in questo senso non sembra produttiva ed esemplare. Ogni persona che pensa e giudica - diciamo per semplificare ogni soggetto privo di pregiudizi - dovrebbe redigere un «catechismo» del proprio dissenso nei confronti della memoria e del patrimonio nazionali. Perché nel momento in cui rifiutiamo quello che attorno a noi è considerato una cosa sacra, un tabù inviolabile, un qualcosa di indiscutibile, noi rischiamo di essere trattati da traditori.
Traditori del patrimonio, della fede o della tradizione, della nostra propria nazione ecc... Tanti sono quelli che non si rendono conto che conservare ad ogni costo certi acquisti ci fa precipitare nel baratro di un conservatorismo esiziale. Voler difendere sempre e comunque la tradizione ci spinge verso un tradizionalismo che si oppone alla ragione, all' evoluzione individuale e collettiva, nonché all' avvenire e al progresso.
Una cultura critica è quella che sa anche rischiare. Che sa «tradire» per poter accettare il meglio e rifiutare il peggio. Occorre - e penso a questo ricordando varie tragedie non soltanto europee - sapersi guardare allo specchio senza pietà. Sapendo che non basta appartenere ad «una civiltà colta» per essere immuni da virus come l' odio razziale, l' antisemitismo, il fascismo che sta accanto a noi. Un atteggiamento critico è quello che si batte perché la cultura nazionale non si trasformi nell' ideologia della nazione, come avvenne nella Germania nazista o, per altri versi, nella Russia stalinista, e recentemente nei vari paesi balcanici.
Molte volte non si ha il coraggio di guardarsi allo specchio in questo modo. Lo vedo attorno a me, nella Croazia in cui sono tornato dall' Italia, in Serbia dove accadono cose che - da vecchio amico dei serbi - non potevo immaginarmi. Vedo tanti ex amici o ex compagni che non hanno il coraggio di dire in modo forte che cosa furono gli ustascia di Ante Pavelic, criminali fascisti addestrati a Lipari dagli squadristi di Benito Mussolini.
Con pochi serbi posso oggi parlare del genocidio di Srebrenica: oltre ottomila civili, giovani e anziani, massacrati in alcuni giorni; là vicino c' era una divisione (olandese) dell' Onu che non si è mossa per salvarli. Si tratta del più grande genocidio in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Una nazione dovrebbe essere molto riconoscente verso coloro che hanno il coraggio di mettere la propria faccia di fronte allo specchio, e dire: ecco, siamo stati capaci di fare anche questo. «Sono il vostro traditore!». Mi rendo conto di come sia difficile. Comporta un rischio che in pochi siamo pronti ad affrontare.
L' autore Da Mostar a Roma Nato a Mostar nel 1932 da padre russo e madre croata, lo scrittore Predrag Matvejevic ha insegnato a lungo Slavistica all' Università di Roma. Tra le sue opere: «Breviario Mediterraneo» ed «Epistolario dell' altra Europa» (entrambi Garzanti)
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