Quel 4 aprile a Memphis
Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici,
ma i silenzi dei nostri amici.
Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non siano giudicati in base al colore della loro pelle, ma in base al contenuto del loro carattere.
Martin Luther King (15 gennaio 1929 – 4 aprile 1968)

E’ il 4 aprile di quarant’anni fa, siamo a Memphis, la città più popolosa del Tennessee. Non è propriamente quel che si dice un ambientino tranquillo. Qui, in quello che dal 1812 chiamano il ‘Volunteer State’, la notte del 24 dicembre 1865, sei giovanotti si incappucciano e fondano, in una altrimenti poco memorabile cittadina chiamata Pulaski, il Ku Klux Klan.
Dal 1865 a oggi se ne risentirà parlare, se è vero che proprio nel Tennessee il razzismo è forte ancor oggi.
Fino agli Sessanta i neri bevevano a una fontana, i bianchi ad un’altra. Sugli autobus, a teatro, al ristorante e al bar: la segregazione razziale era vita e legge quotidiana.
Nel 1963 il presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy, chiede al Congresso di emanare leggi che garantiscano ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private, che non sia permessa la discriminazione nelle assunzioni da parte di imprese e istituzioni federali, e che il governo federale non fornisca alcun sostegno finanziario in programmi o attività che riguardino la discriminazione razziale. Nel 1964, ad un anno dall’assassinio di Kennedy, il Civil Rights Act diviene legge. In quello stesso anno, Martin Luther King è insignito del premio Nobel per la Pace.
Quattro anni dopo King si trova a Memphis per partecipare a una marcia. Insieme con sua moglie Coretta Scott King e altri leader del movimento antirazzista americano, alloggia al Lorraine Motel. Sono le sei del pomeriggio e King si sta preparando per andare a cena. Decide di prendere una boccata d’aria e si affaccia al balcone del motel. La fucilata arriva da circa sessanta metri: Martin Luther King si accascia senza vita.
L'Fbi identifica l'assassinio nel killer di Cosa Nostra James Earl Ray.
Ray prima confessa, poi ritratta. Anzi, aggiunge di sapere chi sia il vero colpevole. Purtroppo è un nome che non potette mai fare: venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso. Chi abbia davvero sparato quella sera a Martin Luther King e per conto di chi, è ancora un mistero.
Durante il funerale, celebrato dall’anziano padre di Martin, anch’egli pastore della chiesa battista, viene fatta ascoltare la voce del grande leader nero, registrata qualche mese prima: “… Se qualcuno di voi sarà qui nel giorno della mia morte, sappia che non voglio un grande funerale. E se incaricherete qualcuno di pronunciare un'orazione funebre, raccomandategli che non sia troppo lunga. Ditegli di non parlare del mio premio Nobel, perché non ha importanza... Dica che una voce gridò nel deserto per la giustizia. Dica che ho tentato di spendere la mia vita per vestire gl'ignudi, per nutrire gli affamati, che ho tentato di amare e servire l'umanità”.
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Segnalo il 4 aprile 2008, a Roma, in piazza del Campidoglio a partire dalle 19.30, una serata dedicata al quarantennale della morte di Martin Luther King.
Il programma si aprirà con un filmato sulla vita e le lotte di Martin Luther King e con l'esibizione del Coro Gospel Life Waters Ministries International, diretto dal M° Negleatha Johnson.
Seguiranno fra gli altri gli interventi del Commissario straordinario del Comune di Roma Mario Morcone, della presidente dell'Ucebi (Unione Cristiana Evangelica Battista d'Italia), pastore Anna Maffei e del consigliere anziano della città di Birmingham, William A. Bell che nel 1985 fu il primo afro-americano a ricoprire la carica di presidente del Consiglio comunale.
La seconda parte del programma sarà invece costituita dalla cerimonia di assegnazione del "Premio Martin Luther King", mentre la conclusione della serata sarà affidata al concerto gratuito dell'Orchestra di piazza Vittorio.
Incipit: Era un vecchio...

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattrogiorni ormai che non prendeva un pesce...
Ernest Hemingway, Il Vecchio e il Mare
Eddizione Mondadori, traduzione di Fernanda Pivano
L'uomo invisibile

Eccole lì, le bancarelle romane dei librai di piazza Esedra. Ci trovi un po’ di tutto, quasi che fossero l’archivio dei libri in disuso, quelli dimenticati come figli abbandonati all’orfanotrofio, quelli rari, quelli da un’unica (in molti casi, per fortuna!) edizione, quelli mai letti e già rivenduti al mercato dell’usato, quelli d’antiquariato. Libri d'ogni genere, raccolte della Domenica del Corriere, Grand Hotel, guide del Touring degli anni Cinquanta, saggi di agricoltura del primo dopoguerra, i classici dell’Urania e dei Gialli Mondadori, il manuale degli ingranaggi meccanici, fumetti anni Settanta, dvd e riviste pornografiche che fanno quasi tenerezza solo a pensare a ciò che oggi puoi scaricare su internet.
Dopo una buona mezz’ora di girovagare fra titoli improbabili e rarità da collezione, trovo un’edizione economica di uno dei titoli più noti di Herbert George Wells, “L’Uomo Invisibile”, stampato nell’anno 1935 per i tipi delle Edizioni Aurora. Un’edizione molto sobria che diventa mia per cinque euro, un prezzo assolutamente conveniente per un libro che ne vale almeno il triplo, tenendo conto che è conservato molto bene.
E’ l’occasione per leggere, o rileggere, uno dei classici del genere fantascienza, di cui Wells è stato indiscusso maestro (“L'isola del dottor Moreau”, “La macchina del tempo”, “La guerra dei mondi”, quest’ultimo indimenticabile anche per l’adattamento radiofonico di Orson Welles, nel 1938, che scatenò un vero terrore per l'invasione degli extraterrestri) , fornendo anche soggetti per innumerevoli versioni cinematografiche dei suoi romanzi.
L’Uomo Invisibile si legge d’un fiato: è una sorta di cronaca giornalistica di avvenimenti fantastici, un reportage da una realtà irreale, scritto con lo stile di Wells, uno stile dove il realismo –fittizio- mira a mettere in luce contraddizioni profonde nella società del tempo (il romanzo è del 1881, anche se fu pubblicato nel 1895).
Un’ultima annotazione: Wikipedia indica per le edizioni italiane, una ristampa della casa editrice Mursia del 1966, ma il romanzo in Italia venne stampato già prima della seconda guerra mondiale.
Il generale e il gay

Picchiati e forse uccisi in casa, considerati clandestini fuori casa. Ecco il destino degli omosessuali palestinesi. Una realtà spesso sottovalutata o negata addirittura da alcune delle associazioni gay italiane (quelle più vicine alla sinistra). Un paio di anni fa fece polemica il servizio di ‘Pride’, ripreso anche da alcuni forum con il titolo: ‘Svelata la bufala dei palestinesi gay che scappano’. Eppure che l’omosessualità nei paesi islamici, e in quelli ‘comunisti’, sia perseguitata e punita spesso con la morte non è una novità.
Basta la musica a ricordarcelo: chi rammenta “The Age of Consent” dei Bronski Beat, uscito nel 1983? Chi non si fida del pop e desidera più ufficialità, si legga le denunce fatte sin dal 2003 da Peace Reporter
Chi volesse saperne ancora di più, visiti il sito dell’Ilga, l’International Lesbian and Gay Association, che pubblica una mappa delle legislazioni di tutti i paesi del mondo a proposito di diritti sessuali.
Oggi il caso del gay palestinese che trova la salvezza in Israele, grazie a una autorizzazione speciale che gli consentirà di vivere a Tel Aviv insieme al suo compagno, conferma la realtà, quella che vediamo e quella sommersa, fatta di fughe clandestine dalla teocrazia di Hamas alla democrazia di Gerusalemme.
Si deve ricordare che Israele è non solo l’unica democrazia parlamentare del Medio Oriente, ma è anche l’unico Paese dove il capo dello Stato riceve ufficialmente le associazioni degli omosessuali ed è il solo che non abbia leggi contro la sodomia o norme che prevedano ‘offese contro la religione’ o ‘condotta immorale’. Non è poco, se pensiamo che a pochi chilometri da Gerusalemme, si viene lapidati per adulterio, impiccati per omosessualità, condannati a morte per una vignetta o un libro.
In Palestina già con Arafat i gay erano avversati in ogni modo, oggi con Hamas rischiano semplicemente la vita. Per alcuni la soluzione è fuggire in Israele. Lo stato israeliano è tenuto, secondo il diritto internazionale, a offrire asilo politico a chi fugge da discriminazioni, pregiudizi e violenze, ma il gioco al massacro dei terroristi islamici e delle frange oltranziste palestinesi si ripercuote contro gli stessi palestinesi.
Le autorità di Gerusalemme, infatti, proprio perché temono che i terroristi ne approfittino per infiltrarsi, non rilasciano che pochissimi permessi per stabilirsi in Israele. I gay palestinesi vivono, dunque, come clandestini in Israele, con il rischio di essere arrestati e rimandati a casa, in Palestina, dove la loro sopravvivenza è assai incerta.
La decisione del generale israeliano di concedere un permesso speciale al gay palestinese è un atto di civiltà e di umanità. Israele docet. Se ne accorgeranno i paesi dell’Unione Europea, che continuano a finanziare con decine di milioni di euro paesi che i diritti civili e i diritti individuali neanche sanno cosa siano?
Ecco il testo dell’articolo pubblicato il 25 marzo 2008 dal Corriere della Sera
Il permesso rilasciato dalle forze armate della stella di David per ragioni umanitarie
Israele autorizza gay palestinese a trasferirsi a Tel Aviv dal compagno
Il giovane vive a Jenin, in Cisgiordania, dove ha ricevuto minacce di morte per la sua relazione
TEL AVIV (ISRAELE) - Un gay palestinese, residente nel campo profughi di Jenin (una delle zone più tese della Cisgiordania), è stato autorizzato dalle autorità militari israeliane a trasferirsi a Tel Aviv per poter restare vicino al suo compagno israeliano. Lo speciale permesso, che non sembra avere precedenti, è stato rilasciato dal generale Yosef Mishlav, coordinatore delle attività del governo israeliano nei Territori «per ragioni umanitarie».
L'OK DAL GENERALE - L'uomo, che ha 33 anni, insieme al suo partner che ne ha 40, hanno raccontato di aver presentato da anni la domanda per un permesso di residenza in Israele senza averlo mai ottenuto. Per i palestinesi residenti in Cisgiordania è normalmente molto difficile essere autorizzati a entrare in territorio israeliano. E così la richiesta è stata rivolta direttamente al generale Yosef Mishlav: l'alto ufficiale ha deciso di accoglierla in considerazione «delle minacce di morte che il palestinese riceveva a Jenin a causa della sua relazione omosessuale con un cittadino israeliano». (Corriere della Sera, 25 marzo 2008)
L’appello dell’associazione Certi Diritti al Ministro degli Esteri Massimo D’Alema e al Ministro degli Interni Giuliano Amato
Intervista a un gay palestinese pubblicata da Peace Reporter
La Banda suona per noi
In un tempo non molto lontano, una piccola banda musicale della polizia egiziana arrivò in Israele.
E’ la banda della polizia di Alessandria d'Egitto –minacciata di chiusura per mancanza di fondi- che viene inviata a esibirsi in occasione dell'inaugurazione di un centro di cultura araba di una cittadina israeliana.
All’aeroporto di Tel Aviv, però, per un qualche disguido, nessuno si è ricordato di andarli a prendere. I musicisti, in una meravigliosa divisa color carta da zucchero, decidono allora di raggiungere da soli il luogo dell'esibizione. Per errore, però, finiscono in un'altra città, Beit Ha’tikva, “la casa della speranza”, e di speranza c’è proprio bisogno, perché il paese è una brutta colata di cemento in mezzo al deserto (bellissima la battuta della fascinosa Dina, la ristoratrice israeliana che li aiuterà: “Centro culturale? Qui non c’è cultura né araba né israeliana, qui non c’è nulla, è solo un cesso”).
Tra diffidenza e curiosità, sono accolti e aiutati dagli abitanti che si offrono di ospitarli per la notte. E in questa notte, in questo posto sperduto in mezzo la deserto, i poliziotti della banda musicale e gli abitanti danno vita a un teatro di incontri, amori, chiacchiere, confronti, amori.
'La Banda' è un film che sorprende. Innanzi tutto per le attese, quasi da teatro dell’assurdo quelle soste ai bordi della strada degli otto componenti della banda. E poi per la gentilezza. Sì, perché è un film che ha dentro tenerezza e grazia, una raffinatezza d’altri tempi verrebbe da dire.
E questo anche per la presenza di attori con grandi qualità. Il bel Haled –il poliziotto che ama Chat Baker e che fa innamorare tutte- è l’ottimo Saleh Bakri. Dina è Ronit Elkabetz: sfacciata e sensuale, anche lei cerca la passione e l’amore: se non c’è Omar Sharif, potrà andar bene anche qualcun altro.
Su tutti svetta la figura commovente e severa del colonnello Tewfiq, chiamato il Generale, con la sua aria marziale e i suoi modi impettiti. Sasson Gabai, attore arabo-israeliano premiato come miglior attore agli Efa del cinema europeo, offre una interpretazione straordinaria di questo personaggio che ha nel cuore un segreto pieno di dolore, rivelato solo alla fine alla bella Dina.
L’opera è firmata dal regista israeliano Eran Kolirin (foto) ed è il suo primo lungometraggio. Le sue parole valgono molto di più di qualsiasi critica: “L’argomento del film non è il conflitto arabo-israeliano, il processo di pace o l’occupazione, ma una storia di essere umani, singoli individui che si evolvono sullo schermo, davanti ai nostri occhi. (…) Quando si parla di pace si pensa a quale vantaggio economico possa derivarne, ma si dimentica il legame tra gli esseri umani, i loro sentimenti e la magia della conversazione”.
Forse le chiavi di questo film sono due: ‘parola’ e ‘musica’. Le parole negate del ragazzo israeliano che non sa parlar d’amore alle ragazze e che verrà aiutato da Haled a scoccare il suo primo bacio, l’aria di My Funny Valentine che lo stesso Haled sussurra alle sue nuove conquiste, le parole delle canzone d’amore israeliana che Dina dedicherà al Generale, l’ouverture che il vice direttore della banda non riesce a finire di comporre, le sonorità e la lirica della musica tradizionale araba che chiude il film.
La Banda è una chicca cinematografica da non perdere e non è un caso che arrivi da Israele, dove la parola, il confronto, il mettersi in discussione, fanno parte del patrimonio genetico del popolo ebraico.
Sarebbe interessante sapere se ci sono registi arabi che sono riusciti a parlare degli israeliani con la stessa intelligenza e la stessa tenerezza con cui questo regista israeliano ha parlato degli arabi.
In fondo la pace inizia quando c’è il riconoscimento dell’altro, perfino se questo ‘altro’ è un nemico. Se non c’è questo ‘riconoscimento’, se nell’altro io non ri-conosco un essere umano, non c’è nessuna ‘casa della speranza’ ad attenderci.
E' solo un calciatore inglese che ha buttato una palla in porta
Riporto integralmente l'intervista di Cecilia Zecchinelli allo scrittore pachistano Moshin Hamid, pubblicata dal Corriere della Sera mercoledì 26 marzo 2008.
La conversione di Allam: «Un singolo non è la religione. Pericoloso farne un simbolo»
Lo scrittore Hamid: i conflitti vanno minimizzati
di Cecilia Zecchinelli
Mohsin Hamid, nato in Pakistan, studi a Princeton e Harvard, giornalista e autore di "Il fondamentalista riluttante" (Einaudi), un libro sul complesso rapporto tra musulmani e Occidente dopo l’11 settembre. Gli abbiamo chiesto un parere sul tema conversioni, rilanciato dal caso Allam.
Buruma parla di «nuova fase aggressiva del Vaticano», molti imputano all’islam atteggiamenti offensivi. In Gran Bretagna, dove lei vive, 200mila musulmani sono diventati cristiani, migliaia di cristiani musulmani. Cosa sta succedendo?
«Nelle religioni ci sono aspetti politici, ma soprattutto scelte spirituali. E le conversioni tra Islam e cristianesimo, nei due sensi, avvengono da secoli. Non credo siano accelerate. La tendenza è sempre stata di passare alla religione dominante: quella del potere coloniale, o del nuovo Stato se sei immigrato. È successo anche in quello che poi diventò il Pakistan, che prima era India e tutti erano indù. Oggi ci sono due modi di guardare al fenomeno: come parte dei naturali cambiamenti nella storia. O come qualcosa di nuovo, e per molti allarmante. Posizione che rifiuto».
Per qualcuno essere musulmani in Occidente è un controsenso. Che il cattolicesimo, basato come dice anche Allam “sulla Ragione” sia più adatto. Lei, come musulmano, cosa pensa?
«Della mia religiosità non parlo, la vita spirituale di una persona è come la sua vita sessuale, molto privata. E trovo osceno ostentarla. Ma per risponderle: non esistono un Islam e un Cattolicesimo. Ce ne sono milioni, come gli individui che li professano. Musulmani che credono nella mutilazione genitale femminile e altri, come nell’ambiente da cui vengo, che ne sono scioccati e hanno scelto una donna come premier. E cristiani per nulla adatti al mondo moderno. Tutte le grandi religioni sono in grado di adattarsi a un contesto in rapida evoluzione: la prova è che sono sopravvissute fino a oggi».
Eppure qualcuno, come Allam, ritiene l’islam una religione di odio e violenza, quasi medioevale.
«Lei mi chiede se concordo su questo giudizio sull’islam? Chiaramente no. Ma Allam ha il diritto di dire quello che pensa. E il Papa è il capo di un’organizzazione religiosa, per definizione anche politica. Può avere avuto ragioni politiche, per quel battesimo, che non conosco e non posso quindi criticare. In tutte le religioni i sacerdoti hanno sempre agito politicamente, non dobbiamo sorprenderci».
Come spiegare allora il grande credito che oggi trova lo «scontro» tra religioni?
«Perché passiamo troppo tempo a cercare prove che esiste un conflitto, anziché minimizzarlo. È vero: Allam si scaglia contro l’islam, Hirsi Ali e Van Gogh pure. Migliaia di musulmani si scagliono contro il cristianesimo. Il Papa fa un gesto pubblico come quel battesimo. E allora? Non dovremmo scioccarci, ma chiederci: è così importante? Dovremmo avere la pelle un po’ più dura, essere meno allarmisti e pronti ad offenderci. Non dico che dovremmo ignorare il razzismo o l’islamofobia, ma lavorare per ridurli».
Lei ha una visione molto ottimista, eppure molte conversioni oggi vanno verso le forme più radicali delle religioni.
«Ma ancora: per un convertito estremista ne esistono cento che non lo sono. Soprattutto: ci sono milioni di persone che senza abbandonare la loro fede si "convertono" a un mondo multireligioso, imparano a convivere con gli altri senza uccidersi. Non fa notizia, non finisce sui media, ma è così. Dovremmo essere molto sospettosi verso chi vuol farci credere a uno scontro "tra religioni", viste come blocchi monolitici. Quando la paura che ha invaso il mondo dopo l’11 settembre, aggravata dalle immigrazioni di massa, recederà, capiremo che è così: se la Gran Bretagna batte a calcio la Francia, non è la vittoria di uno Stato sull’altro: è solo un calciatore inglese che ha buttato una palla in porta. Se un musulmano è battezzato dal Papa, non è la vittoria della cristianità sull’islam. Esagerare il simbolico è molto, molto pericoloso».
Corriere della Sera, 26 marzo 2008
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Sulla via di Damasco
La conversione di Magdi Allam ha suscitato reazioni in tutto il mondo che sinceramente non ho capito. Sì certo, Allam non è intellettuale accomodante, tutt’altro, e poi mettiamoci la sua lettera pubblicata il giorno di Pasqua dal Corriere della Sera, l’incontro con papa Benedetto XVI… insomma gli ingredienti per scatenare reazioni da destra, da sinistra e anche dal centro ci sono tutte. Da destra per sbraitare quanto cattivo sia l’Islam, da sinistra per urlare quanto cattivo sia Magdi Allam e dal centro per gridare ai quattro venti su quanto buono sia il cattolicesimo.
Ma è davvero così? Qualche dubbio ce l’ho.
Innanzi tutto, l’Islam affascina, destra e sinistra. Qualcuno ricorda le marce contro lo Scià di Persia che in Francia vedevano insieme, nelle prime file, l’intellettuale Roland Barthes e l’ayatollah Khomeyni? Non credo che l’austero e misogino Khomeyni avrebbe mai potuto scrivere un testo come ‘Frammenti di un discorso amoroso’, però fa riflettere come la sinistra si sia sempre stata innamorata del dogmatismo e del totalitarismo.
Subito dopo, quando nel gennaio del 1979, venne instaurata in Iran la ‘repubblica islamica’, lo slogan da scrivere sui muri del liceo, per chi come me apparteneva a formazioni di estrema destra, era “Né Coca Cola né Marx, Rivoluzione nella Tradizione”.
Nel 1980 si sfilava contro l’Urss che aveva invaso l’Afghanistan, ma non era solo un modo per essere contro l’Unione Sovietica, c’era invece la scoperta di un mondo –dal quale sarebbe sorto Al Qaeda- quello dei mujaheddin (finanziati sia dall’Arabia Saudita sia dagli Stati Uniti), dove sempre più forti e più estese erano le influenze sufiche e marabuttiche.
Oggi la destra italiana attacca l’Islam, e lo fa come difesa da un immigrazione sembra più numerosa dai paesi mussulmani che sembra minacciare l’identità cristiana dell’Occidente. Tuttavia la destra reazionaria e radicale ha un atteggiamento con sfumature diverse.
Non sono pochi i convertiti all’Islam che provengono dall’estrema destra, poiché chi ha una formazione ‘spiritualistica’ e antimodernista (da Evola a Pound, da Eliade a Mishima, solo per accennare, in modo incompleto e superficiale, a qualche autore di questa corrente) predilige alcuni aspetti della religione islamica, tra cui il tradizionalismo, la compenetrazione del pensiero religioso e politico, l’azione comune di religione e politica che non si distinguono più, poiché la legge religiosa è la legge che sottomette la politica.
E poi c’è l’alta e complessa esperienza di un maestro del tradizionalismo come il francese Guénon, convertito all’Islam e morto al Cairo nel 1951.
Agli intellettuali e militanti di sinistra l’Islam piace per il senso di uguaglianza dettato dal profeta Maometto e soprattutto per la polemica contro il modello consumistico occidentale. L’Islam è il grimaldello per scardinare l’imperialismo americano-giudaico, che poi fa il paio con il fascista “complotto giudaico-massonico-capitalista”.
E così di fronte alla conversione di Magdi Allam, abbiamo ascoltato corifee di diversi orientamenti. La sinistra non mi finisce di sorprendere: se fosse stato un cattolico a convertirsi all’Islam, avrebbe gioito alla libertà di religione e alla pluralità culturali che ognuno di noi ha di fronte come tante opportunità. Oggi invece critica pesantemente Allam e il Vaticano, poiché la ‘spettacolarizzazione’ di tale conversione sarebbe una sorta di offesa all’Islam e non favorirebbe il dialogo.
E quando si bruciano in piazza le bandiere americane ve israeliane si favorisce il dialogo? E che dire delle cerimonie di ‘sbattezzo’ che si organizzano ogni anno da parte di circoli anarchici, libertari e comunisti? Non mi pare che favoriscano il dialogo, quindi che facciamo? le proibiamo?
Se Magdi Allam si è convertito al cattolicesimo, beh, sono affari suoi. Non me dispiace, né me ne rallegro. In questo caso mi infastidisce il perbenismo comunista e della sinistra in genere, come spesso accade falsamente libertario.
A me papi e ayatollah, vescovi e mullah danno l’orticaria. Se proprio conversione dev’essere, allora a quelle religiose preferisco quelle alcoliche: da astemio a bevitore, questa sì è una conversione che mi dà piacere.
Bere vino, solleticare belle come tulipani
E' meglio di bigotti rimpianti, iposcrisie
Se sono dannati tutti quelli che fanno l'amore e bevono vino!
Ah! Chi vorrà vedere il paradiso? Chi?
Omar Khayam
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La lettera di Magdi Allam pubblicata dal Corriere della Sera
Il parere cattolico sulle conversioni all’Islam sul Asianews
Oltre il palco
Fare l’artista è mettere ordine nel caos delle cose che ti passano intorno. E’ mettersi a nudo e accogliere ciò che viene dall’esterno, è farsi attraversare e darsi
Pippo Delbono
di Felicity
Il teatro lo ami o lo odi. Ne siamo certi? Quante persone oltrepassano i drappi di velluto rosso, accedono composte e imbellettate alla scena, potremmo definirle ortodosse osservanti della consuetudine o semplici consumatori di un rito?
Davanti a questo e ad altro pubblico si sono scagliate le suggestioni estreme di Pippo Delbono, l’enfatizzazione dei vizi e delle virtù che appartengono all’italiano, l’italiano di casa nostra. Davanti a questo e ad altro pubblico fin da principio sono stati scompaginati i codici (in genere detti) tradizionali: spente le luci lo spettacolo non ha avuto inizio prima di una ventina di minuti. Impacciati applausi, qualche timido fischio, ricercava l’avvio della narrazione. Prime file agitate, smarrite. Distinte persone, indossati pelliccia e soprabito, hanno raggiunto l’altro capo della sala dopo un breve scambio di battute con l’attore comparso sul palco, solo, senza vestire i panni della scena.
Ma il teatro è un luogo, un orario, una cerimonia collettiva o è un’esperienza? Sul significato di esperienza, e sulle sue declinazioni, si potrebbe aprire un’altra grande, enorme, parentesi il cui epilogo, discutibile, ci riporta al principio: il teatro lo ami o lo odi. È trascorso oltre un anno da quando, chi scrive, ha visto per la prima volta quel che la critica ha in più occasioni definito un genio; il Delbono attore, ideatore, regista. Nonostante questo lasso di tempo, Il Silenzio torna sovente alla memoria. Con tutto il suo frastuono, le sue evocazioni, i sussurri, i silenzi e le grida. Con movenze pasoliniane e pennellate felliniane. E ancor più con l’eccitato-spaesamento lasciato al calare del sipario.
Lo spettacolo è ispirato dal devastante terremoto che quarant’anni fa scosse e rase al suolo Ghibellina, un paesino siciliano sulle pendici del Belice. Ma non è, come dirà lo stesso Delbono, uno spettacolo sul terremoto.
“Il Silenzio parte dalla memoria (..) non tanto per raccontare un fatto storico, ma per soffermarsi su quell'attimo - eterno - che racchiude il silenzio della morte e il silenzio della vita. Là, in quel luogo, riemerge un mondo di infanzia e di vecchiaia (...). Mi riporta al silenzio dei sordi, alle troppe parole che ci assordano, al silenzio di Bobò. Al silenzio di una grande pietra e di un dolce lenzuolo che ti avvolge, ti copre, ti protegge. All'amore, al desiderio, alla passione, alla carne, alla fragilità."
È un flusso continuo di immagini e suoni che evocano e traversano sentimenti e situazioni contrastanti. Siamo nell’Italia degli anni Sessanta, gli anni delle contestazioni, della libertà e dei movimenti. Un’Italia in cambiamento e che in un certo senso sta vivendo, tra entusiasmo e paura, un ‘terremoto’ sociale. Nello spettacolo, il roboante boato della defragazione, la polvere e le croci lasciano spazio a un carosello di quotidiani ‘frammenti’: acconciati matrimoni, banchetti ufficiali con personalità eccellenti, deliri erotici, un cupo girotondo di coppie, giovani che prendono a calci un pallone, una prostituta nel rosso di un abito che discopre la sua oscena nudità, prelati e fedeli in processione al seguito di una Madonna arrampicata sui trampoli con festoni, clown, majorettes e bande.
Il teatro è corpo, gesto e memoria. È un viaggio nel profondo. Come quando di fronte alle pagine di un libro, davanti a un’opera d’arte ti lasci attraversare, sorprendere e compenetrare dalle sollecitazioni senza difese, con lo sguardo che va al di là del razionale e svela il nascosto. È la meraviglia, se uno lo ama come chi scrive, di cambiare. E cambiare è già modificare la prospettiva dello sguardo. Provate!
(Questo articolo è stato scritto, come indica la firma in testa, da Felicity)
Dalla parte della polizia
Lo ammetto subito: sto dalla parte della Polizia. Credo che sia un fatto quasi ‘cromosomico’: dopo l’utero di mia madre e il camice dei medici, quel che ho visto appena nato è stata la divisa da poliziotto di mio padre. L’imprinting c’è stato.
Sono cresciuto facendo i compiti di scuola nella caserma della polizia della mia città quando mio padre era di ‘piantone’. Ero un bambino stupefatto e felice quando ascoltavo le conversazioni radio, mi piaceva curiosare nella sala della modesta mensa, entravo con rispetto nell’ufficio del maresciallo che comandava la sezione, guardavo con curiosità e paura gli identikit o le foto segnaletiche dei ricercati, leggendo con avidità un po’ truculenta, i curricula delittuosi d’ognuno di loro.
Ricordo, anche se ero piccolo, mio padre partire per l’Abruzzo nel 1971, quando ci furono disordini a L’Aquila per il capoluogo di regione. E lo ricordo partire verso Roma, più tardi, nel 1978, subito dopo la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro. E lo ricordo anche tornare a casa, e non una sola volta, dando la notizia di un suo collega morto. Ho ancora davanti agli occhi mio padre che ci annuncia la morte di Gaetano Strano, cui è intitolata una galleria sull’A14. Era morto, schiacciato da un camion mentre stava portato aiuto in un incidente stradale.
Ricordo anche i problemi: il salario da fame, prima e dopo la smilitarizzazione, l’apprensione di mia mamma per un ritardo di mio padre e le telefonate in caserma per chiedere se fosse successo qualcosa. Ora sorrido, pensando alla sua paura, quando i colleghi le portarono la notizia di una rovinosa caduta di mio padre in motocicletta, per fortuna senza conseguenze troppo gravi. E oggi, con tenerezza, ricordo anche la mia veglia notturna, accanto a lui, sul letto immobile e ferito.
E poi le cose –dai giocattoli ai vestiti- che noi bambini prima e ragazzi poi non potevamo permetterci, le vacanze che si facevano a due passi da casa, in domestici appennini marchigiani, ricordo, già tredicenne, le prime vacanze ‘vere’, un po’ di giorni a Trafoi, nelle case di villeggiatura della Polizia.
Ecco perché chi è nato e cresciuto con un genitore poliziotto, non può non amarne la divisa, non può avere timore delle pattuglie che ti fermano per strada, di un posto di blocco, di un controllo. Sai che sono lì per difenderti, per tutelarti. Sai che stanno facendo il proprio dovere di tutori dell’ordine e della sicurezza dei cittadini. E sai anche che lo fanno a stipendi inadeguati, pochi euro per gli straordinari, poche tutele.
Ecco perché starò sempre dalla parte della Polizia.
Ed ecco perché, leggendo su Repubblica, l’intervista che Giuseppe D’Avanzo ha realizzato con Marco Poggi, l’infermiere penitenziario testimone dell’inferno di Bolzaneto, ho pensato che la Polizia di Stato non ha bisogno di quei poliziotti, di quei medici-poliziotto che hanno partecipato a quella inutile operazione di ‘bassa macelleria’.
A Genova ci sono state violenze non solo da parte dei cosiddetti black block, ma anche del mondo dei centri sociali e quelle violenze andavano prevenute e represse con durezza. Quello che è successo a Genova lo abbiamo visto, è stato ripreso, filmato. Quello che è successo dentro la caserma di Bolzaneto no. La vendetta consumata in quella caserma non sui black blok, ma su giovani italiani e stranieri, è stata barbara e ha mostrato ciò che gli esseri umani possono fare ad altri esseri umani. Lì dentro, dentro Bolzaneto, hanno rivissuto la crudeltà e il sadismo dei torturatori di ogni epoca.
Quegli agenti, riconosciuti colpevoli, infangano il lavoro di mio padre e di tanti onesti come lui. Quegli agenti non fanno altro che creare risentimento, rabbia, sfiducia fra i giovani. La Polizia è un’altra cosa, non c’entra niente con Bolzaneto. Non è questione di destra o di sinistra: è questione di civiltà e di umanità.
Quando leggo o ascolto alcune testimonianze, penso a sempre a un’unica cosa: cosa avrà detto, cosa avrà raccontato ai propri figli, tornando a casa dal lavoro, quel poliziotto che ha sbattuto la testa a un giovane contro il muro, che ha strappato il piercing dal naso di una ragazza, che ha colpito i testicoli d’un giovane ammanettato? Avrà cenato come sempre, messo a dormire i figli, parlato con sua moglie o suo marito?
Nel 2004 Levy P. Mwanawasa, presidente della Repubblica dello Zambia scrisse alcune righe che mi sono tornate alla mente. Attenzione: il contesto è completamente diverso (in quel caso si parlava di pena di morte) ma restano valide le considerazioni sulla responsabilità individuale di ciò che facciamo:
Scrive l’africano Mwanawasa:
Quanti di coloro che la pensano diversamente, cioè che non commettiamo questo tipo di violazione (applicando punizioni inumane o degradanti) , accetterebbero di essere loro gli esecutori materiali dell´impiccagione? Peggio ancora, quanti di voi parlerebbero con fierezza del numero di persone a cui hanno legato la corda intorno al collo ogni giorno e di come i condannati supplicassero in lacrime la grazia? Avreste il coraggio di parlare di tutto ciò a cena con la vostra famiglia?
GLi articoli pubblicati il 18 e il 19 marzo su Repubblica.it:
"Io, l'infame della caserma che ha denunciato quelle torture" di Giuseppe D'Avanzo (18 marzo 2008)
"Torture e impunità nell'inferno di Bolzaneto" di Massimo Calandri (19 marzo 2008)
Genova, quei silenzi sul Garage Olimpo di Bolzaneto, di Giuseppe D'Avanzo (19 marzo 2008)
Insopportabilmente bella
Il governo di Pechino non sopporta la bellezza (forse nessuna dittatura sopporta la bellezza?). In questi giorni di morte e repressione in Tibet, mi è tornato alla mente un articolo che lessi nello scorso dicembre.
Tsering Chungtak nel 2006 ha 21 anni e vince la fascia di Miss Tibet, il concorso nazionale di bellezza che si svolge in India, dove ha trovato rifugio buona parte degli esuli tibetani. La nuova Miss Tibet, appena eletta, esprime il suo dolore e la sua preoccupazione per il Panchen Lama, rapito dal governo cinese nel 1996, quando aveva appena 6 anni, e del quale non si sono mai più avute notizie. Forse questo esordio non dev’essere troppo piaciuto ai cinesi.
Nel 2007 Tsering partecipa a un concorso internazionale di bellezza in Malaysia. Supera le eliminatorie, ma la sua vittoria non passa inosservata al regime comunista cinese. Il governo di Pechino fa pressione su quello di Kuala Lampur affinché la ragazza indossi una nuova fascia: non con la dicitura Miss Tibet, bensì con quella di Miss Cina Tibet.
Gli organizzatori del concorso, invece di reagire con dignità e coraggio, si inginocchiano al diktat cinese. La ragazza no, e così al suo ritorno a New Dehli, la capitale indiana dove studia sociologia, spiega ai giornalisti perché ha preferito ritirarsi: “Ho sentito che non potevo assolutamente accettare”.
Chi ha vinto, il coraggio forte e leggero di Tsering o il carro armato ideologico cinese?
Nemici del popolo
“La scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata”:
(Dal comunicato n. 1 delle Brigate Rosse, 18 marzo 1978)
A 44 anni è assassinato Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri. Era marchigiano, nato a San Paolo di Jesi, in provincia di Ancona, nel 1934. Ottimo motociclista, entra a far parte della scorta di Moro alla fine degli anni Cinquanta. Diviene il suo autista di fiducia e quel 16 marzo 1978 si trova al posto di guida della Fiat 130 su cui viaggiava il presidente della DC. Gli contano sette proiettili sparati alla testa. A casa lascia la moglie Maria e due bambini.
Giovanni Ricci, aveva 11 anni quando assassinarono suo padre. Dichiara al Corriere della Sera: “Non vorrei che fossero solo i brigatisti a scrivere la storia. Perché mio padre era un carabiniere, ma dentro la divisa c' era un uomo che la sera prima di essere ammazzato ha salutato il suo bambino, cioè io, con una carezza e un complimento per la prima partita di calcio giocata coi compagni di scuola”.
Il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi era nato nel 1926 a Torino. Mentre frequenta il ginnasio, rimane orfano del padre che muore in guerra. Decide di terminare gli studi e di arruolarsi nell’Arma. Lavora in diverse sedi, poi è inviato a Viterbo come istruttore alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo. Nel 1963 è chiamato a far parte della scorta dell'onorevole Aldo Moro.
Leonardi, detto Judo, era il caposcorta e come tale quasi un’ombra di Moro, la sua guardia del corpo più fedele. Quel 16 marzo 1978 si trova nel sedile anteriore della macchina del presidente, vicino a Domenico Ricci. E’ Leonardi a compiere il tentativo estremo di proteggere Moro con il proprio corpo. Lo ammazzano a 52 anni. Lascia la moglie e due figli Sandro e Cinzia di 17 e 18 anni.
Racconta la moglie Ileana Ileana Lattanzi: “La nostra disperazione è derivata anche dal fatto che durante tutti questi anni ci siamo trovati soli. Lo Stato non ci ha messo a disposizione psicologi, come si usa fare adesso”.
Quel 16 marzo Francesco Zizzi è al suo primo giorno di scorta al servizio dell’onorevole Moro. Lui, nato a Fasano, in provincia di Brindisi, nel 1948, era entrato in Polizia nel 1972. Quattro anni dopo aveva vinto il concorso per la scuola allievi sottufficiali di Nettuno.
All’epoca Francesco vive, come molti altri poliziotti giovani, nella caserma Cimarra, di via Panisperna. Dopo aver ottenuto i gradi di vice brigadiere, inizia a progettare le nozze con la fidanzata Valeria.
Si trova nell’alfetta che precede la macchina di Moro, seduto al posto del passeggero. I brigatisti gli sparano, ma non muore subito. Il cuore si fermerà all'ospedale Gemelli di Roma. Aveva trent’anni e una grande passione: amava cantare e si esibiva con la chitarra.
Ha dichiarato la sorella Adriana: “Non piango mai per la morte di mio fratello in presenza di altri e a maggior ragione con mia figlia. Lei voleva sapere, e capire. Le ho raccontato ma in maniera pacifica senza disturbare la sua coscienza. La mia è stata già abbastanza disturbata”.
Il più giovane è il poliziotto Giulio Rivera: ha solo 24 anni e guida lui la macchina che precede quella di Moro. I brigatisti lo crivellano con otto colpi di pistola. Era nato nel 1954 a Guglionesi, in Molise, in provincia di Campobasso. La sorella Carmela: “Se solo chiudo gli occhi e lo rivedo in quella bara…non è piacevole. A casa non ho una sua foto in divisa: non riesco a sopportarlo”.
L’unico che riesce da uscire dall’auto, tentando la difesa, è la guardia Raffaele Iozzino. I terroristi lo finiscono a terra sparandogli in fronte. Non aveva ancora compiuto i 25 anni.
Raffaele era nato in provincia di Napoli, a Casola, nel 1953, in una modesta famiglia contadina. Nel 1971 si arruola nella Pubblica Sicurezza, frequenta la scuola della Polizia di Alessandria e viene poi aggregato al Viminale e comandato alla scorta di Aldo Moro.
“Io ero tra i campi ad aiutare mio padre –racconta il fratello Ciro- avevo la radiolina accesa quando, purtroppo, interruppero le trasmissioni per dare la notizia del sequestro”.
Roma in kilt
Allegri, contenti nonostante la sconfitta, disponibili a due chiacchiere e una birra, i circa settemila tifosi scozzesi che hanno invaso Roma con i loro kilt a quadretti, hanno dato un'altra grande prova di come sport e violenza possano essere ben separati.


Verità manifeste?
Un severo ayatollah privo di buon senso aveva deciso di imporre il proprio sogno ad un paese intero e al suo popolo, adattandoli al suo sguardo miope
Azar Nafisi
L’intervista è sempre una creatura dell’intervistatore che, se bravo, potrà ricavare un ottimo lavoro anche avendo di fronte un pessimo interlocutore.
Questa è una delle ‘regole auree’ del giornalista che si trova di fronte un politico, un intellettuale, un testimone, un magistrato, un ospite straniero… insomma qualcuno a cui deve porre delle domande intorno a un fatto, a un accadimento. Quindi, se l’intervista è deboluccia, non ha grinta oppure se è un guazzabuglio di risposte scollegate o poco comprensibili, la colpa non è dell’intervistato, ma del giornalista.
Questa premessa mi è utile per ragionare su un articolo pubblicato ieri, sabato 15 marzo, dal quotidiano Il Manifesto, firmato da Marina Forti e titolato: «L'Iran e la sua faccia democratica».
Il Manifesto è un bel giornale, si può non condividere (e io non la condivido) la sua linea da ‘quotidiano comunista’, ma non c’è dubbio che i suoi titoli di prima pagina e il taglio di molti articoli siano entrati appieno, giustamente, nella storia del giornalismo italiano e europeo. E’ un quotidiano di quelli che dici, quando leggi alcune sue pagine, “questi non hanno peli sulla lingua”. Ebbene questa volta mi pare che qualcosa non abbia funzionato.
L’articolo in questione è un’intervista all’iraniana Massoumeh Ebtekar.
Massoumeh è capo del dipartimento all'ambiente della municipio di Teheran. Una carica forse di non grande visibilità, ma non inganniamoci. Nel periodo del governo Khatami (che in Occidente è definito un ‘riformista’) Masoumeh Ebtekar è stata la prima donna a ricoprire l’importante incarico di vicepresidente della Repubblica islamica dell’Iran e ministro dell'Ambiente.
Marina Forti pone alcune domande, le risposte sono spesso acute, l’intervista nel complesso è interessante da leggere e ci dà conferma di quel che già sapevamo dell’Iran: sotto il velo nero del regime di Ahmadinejad c’è una società che ha voglia di libertà, di riforme, di poter compiere un banale gesto quotidiano come un bacio in pubblico senza dover essere fermata e punita dai Guardiani della Rivoluzione.
Del resto basta leggere un libro, bellissimo e commovente, come “Leggere Lolita a Teheran” dell’iraniana Azar Nafisi, per rendersi conto di quale fermento covi sotto le ceneri della triste e angosciante rivoluzione khomeinista.
L’intervista, però, non ha nerbo, non affonda, non fa il suo lavoro di intervista. Non ci sono le uniche domande che, a mio parere, un giornalista avrebbe davvero dovuto porre e che un lettore vorrebbe leggere, soprattutto in questi giorni. Perché si condannano a morte gli omosessuali? Perché sono stati impiccati ragazzi minorenni la cui colpa era essere gay? Perché in Iran si viene impiccati se ci si bacia “con lussuria in pubblico per 4 volte”? Perché le donne sono lapidate (sepolte fino al petto, le mani bloccate, la legge specifica persino la dimensione delle pietre da lanciare, così che la morte sia dolorosa e lenta) per adulterio?
Non c’è una domanda sulla condizione delle donne, non c’è una domanda sui diritti civili, non c’è una domanda sulla pena di morte.
Eppure Il Manifesto si batte con forza per la liberazione delle donne in Italia (proprio ieri pubblicava in prima pagina un articolo “Caccia alle donne”, sul diritto all’aborto), per i diritti civili in Italia (sempre ieri, l’apertura di prima era dedicata ad Adriano Sofri) ed è stato uno dei quotidiani in prima linea a favore della moratoria sulla pena di morte proposta dall’Italia all’Onu (sempre ieri, un articolo a pag. 13 si scandalizzava perché forse 6 degli autori degli attentati dell’11 settembre saranno processati con il rischio della pena capitale). E per l’Iran?
C’è poi l’ultima domanda dell’intervista, che riporto integralmente:
Ma non c'è una contraddizione intrinseca tra istituzioni elettive, democratiche, e l'istituto di un'autorità suprema?
Nella nostra idea di repubblica islamica tutti sono eletti, non ci sono poteri assoluti. Il leader è eletto dal Consiglio degli esperti, che sono eletti a suffragio universale : un'elezione indiretta. Il ruolo del leader è definito dalla costituzione: ha ampi poteri, ma non assoluti, ed è soggetto a controllo. Se il Consiglio degli esperti funzioni, è un altro discorso: è la sfida che abbiamo davanti. Tutte le istituzioni sono elette, direttamente o indirettamente. C'è un equilibrio e interazione tra autorità religiosa e valori democratici. E' un esperimento nuovo, un modello che non è il sistema laico di separazione tra chiesa e stato, ma non è neppure teocratico.
L’intervista termina qui. Ma come? In Italia, dove è nata la religione cattolica e dove abbiamo quello stato monarchico che è il Vaticano, il Manifesto non approva –giustamente- le ingerenze clericali e qui tace?
Non c’è una domanda per incalzare la signora Massoumeh, non le si chiede nulla. Si rimane così, su quell’ ‘esperimento nuovo’ che non è stato laico né stato teocratico, e che non si capisce bene che cosa sia. Uno stato che commina galera, torture e pena di morte per reati a sfondo morale, religioso e sessuale, come si può chiamare se non teocrazia?
L’intervista, senza queste domande, è sì interessante, ma non come sarebbe potuta esserlo. Rischia, ingiustamente, di far la fine di un buon comunicato stampa di qualche buon ufficio stampa. E’ una intervista ‘accomodante’ semplicemente perché rinuncia a chiedere.
Se poi quello di Marina Forti fosse un caso di ‘legittima autocensura’, dove il giornalista rinuncia a porre alcune domande per non mettere in pericolo l’interlocutore (e in Iran di pericoli ce ne sono…), allora il giornalista deve rispettare un semplice dovere professionale: dichiararlo all’inizio dell’intervista, spiegare al lettore perché non fa certe domande. O forse, parafrasando Gramsci, il Manifesta pensa che la verità non è sempre rivoluzionaria?
A cosa ti servirà

Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto.
"A cosa ti servirà?" gli fu chiesto.
"A sapere quest'aria prima di morire".
Emil Cioran, citato da Italo Calvino in ‘Perché leggere i classici’,
ed. Mondadori
Giochi cinesi
Ecco un altro mirabile esempio di democrazia e anche in questo caso la real politik vale più di ogni diritto e di ogni vita.
In Iran valgono il petrolio e gli investimenti dell’Eni, in Cina valgono i miliardi di euro di affari commerciali delle imprese italiane. Non mi stupisco, certo, ma almeno bisognerebbe salvare l’apparenza. E invece no. Rinunciamo perfino a quella.
Non ho mai visto la sinistra italiana mobilitarsi per l’indipendenza del Tibet. Non ho mai visto organizzare il boicottaggio dell’Iran o dei giochi olimpici di Pechino.
Per Hamas sì, per il Dalai Lama no. Per Israele boicottaggio, per la Cina indifferenza se non un maozedonghiano amore nostalgico
Da iscritto e militante prima dei Ds ora del Pd, non posso che provare un moto di rabbia. Perché dobbiamo aver per forza delle bandierine da difendere? Perché non usciamo fuori dagli stereotipi ideologici, chiamando dittatura qualsiasi regime che neghi i fondamentali diritti umani e civili, sia esso il Cile di Pinochet o la Cina di Hu Jintao?
Propongo un breve stralcio del bel reportage firmato da Raimondo Bultrini e tratto da Repubblica.it E’ la cronaca della furia dei soldati comunisti cinesi su cittadini e monaci, vissuta dal giornalista insieme con gli esuli tibetani nel Dharamsala, la zona dell’India dove sono rifugiati gli esuli.
DHARAMSALA, 14 marzo 2008 – (…) Poi sono giunti in città a protestare i monaci del tempio di Ramoche, e a loro si sono uniti altri cittadini. "Non abbiamo notizie dirette dell'intervento della polizia - dice Puntsok -. Quello che sappiamo è ciò che ci hanno detto da Lhasa, la gente ha sentito molti colpi di arma da fuoco e qualcuno ha visto persone ferite in strada".
(…)
A far esplodere tutto in Tibet, dopo vent'anni dall'ultima grande manifestazione di piazza a Lhasa, non è stato un aumento dei prezzi come in Birmania nel settembre scorso. A dare il coraggio ai tibetani di manifestare tutta la propria frustrazione e rabbia è stato soprattutto il testo del discorso che il loro leader spirituale, il Dalai Lama, ha diffuso alla vigilia della ricorrenza del 10 marzo. "Da sessant'anni i tibetani continuano a vivere in un clima di paura, intimidazione e sospetto", aveva dichiarato, aggiungendo che "la repressione cinese aumenta con numerose, inimmaginabili e massicce violazioni dei diritti umani". (…)
Leggi l’articolo su www.repubblica.it
Aiutiamo l’Associazione Italia-Tibet. Visita il sito
Kazemi salvo (per ora)
Una eccellente notizia: è stata sospesa, per ora, l’estradizione in Iran di Mehdi Kazemi. Ecco la notizia così come l’ha data questa sera il sito www.nessunotocchicaino.it :
13 marzo 2008: il ministro degli Interni britannico Jacqui Smith ha deciso di sospendere la deportazione in Iran del giovane gay Mehdi Kazemi, accettando di riconsiderare il suo caso.
Kazemi, il cui compagno e' stato impiccato in Iran per ''sodomia'', potrà ora tornare senza rischi in Gran Bretagna dall’Olanda, paese che ha respinto la sua richiesta di asilo.
''Alla luce di nuove circostanze emerse dopo che la prima decisione era stata presa, ho deciso che il caso di Kazemi venga rivisto al suo ritorno nel Regno Unito dall'Olanda'', ha dichiarato il Ministro degli Interni, annunciando la sospensione della procedura di deportazione.
A seguito della decisione della Smith, il segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti Sergio Rovasio, ha commentato:
“Quanto avvenuto oggi è il risultato della mobilitazione internazionale che ha visto in prima linea le Associazioni Nessuno tocchi Caino, il Gruppo EveryOne, il Partito Radicale Nonviolento e l’Associazione radicale Certi Diritti insieme a molte associazioni lgbt europee, media e network internazionali, in particolare la stampa di Spagna, Italia, Olanda e Gran Bretagna, che lottano per la libertà e la democrazia.
Non possiamo che esprimere al Governo britannico i nostri più sentiti ringraziamenti per la scelta di salvare la vita a Mehdi. Occorre ora garantire, e su questo vigileremo, che in tutti i paesi dell’Unione Europea venga applicata la Direttiva 2004/83/CE che impone il riconoscimento dello status di rifugiato anche alle persone perseguitate nel loro paese di origine a causa del loro orientamento sessuale”. (Fonti: radicali.it, Independent, 13/03/2008).
Per saperne di più...
...è possibile consultare il sito www.nessunotocchicaino.it che ha seguito sin dall'inizio la storia di Kazemi.
A morte i gay

In questi giorni diversi quotidiani e siti web hanno dato notizia di un giovane iraniano, Seyed Mehdi Kazemi, che, qualora estradato dalla Gran Bretagna in Iran, sarà impiccato perché omosessuale.
Sì, perché nella ‘democratica’ e islamica repubblica dell’Iran “i gay non esistono” (come dichiarò il presidente Ahmadinejad), però li impiccano. Come succede sempre più spesso, nell’indifferenza dell’Occidente.
Anche in Italia (a parte le meritorie eccezioni di Radio Radicale, Nessuno Tocchi Caino, Articolo 21, Arcigay) non mi pare che siano state attivate raccolte di firme o duri boicottaggi nei confronti dell’Iran, dove si comminano condanne a morte pressoché ogni giorno. Stranamente, però, il tempo per boicottare Israele alla fiera del Libro di Torino lo troviamo. Forse perché Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, con diritti civili molto più solidi perfino rispetto alle democrazie occidentali? O forse perché Israele è l’unico paese mediorientale che accoglie i gay palestinesi perseguitati, torturati e uccisi da Hamas?
Sulla storia di Seyed Mehdi Kazemi, riporto l’articolo di Giorgio de Neri pubblicato da L’Opinione giovedì 13 marzo 2008:
"Paradossale maniera di intendere i valori laici e progressisti quella di Gran Bretagna e Olanda: da una parte sponsorizzano i matrimoni tra gay, dall’altra, quando i gay sono iraniani, negano loro l’asilo politico e sono pronti a rispedirli in patria dove li attende una sicura esecuzione capitale.
E’ esattamente quello che sta per accadere a Seyed Mehdi Kazemi, il ragazzo gay iraniano di 21 anni (in realtà ha solo 19 anni nde) che rischia in Iran la pena di morte a causa della sua omosessualità. E dire rischia non è un ipotesi: il suo amante a Teheran è stato già giustiziato tre mesi orsono e prima di venire messo a morte è stato anche torturato e costretto a confessare sia il nome del proprio amante sia dove si nascondesse all’estero. Più precisamente a Londra.
Così l’Iran ha chiesto la sua estradizione come criminale comune al governo di Gordon Brown. E l’ha puntualmente ottenuta. Un po’ come nel caso di Pegah Emambakhsh, la lesbica iraniana che sta lottando a sua volta per non venire riconsegnata alle autorità della Repubblica Islamica dell’Iran. Nel caso di Seyed ci s’è messa di mezzo anche l’Olanda, paese in cui il giovane era fuggito vista la mala parata in Inghilterra.
Ebbene è notizia di ieri che anche le autorità dei Pesi Bassi hanno deciso di non riconoscere alcun asilo politico al giovane per la propria omosessualità dichiarata. Amsterdam si limiterà a riconsegnarlo a Londra che a sua volta lo rimanderà con un volo di linea sino a Teheran dove l’attende morte sicura".
(L’Opinione, 13-3-2008)
Il sito del giornale L’Opinione
Per saperne di più su Seyed Mehdi Kazemi (in inglese e italiano)
Mi sposo un miliardario
Hai un’occupazione precaria? Non arrivi a fine mese con lo stipendio? La banca ti nega un mutuo perché sono dieci anni che vai avanti a co.co.co. e co.co.pro.? Non puoi berti tutto lo stipendio semplicemente perché non ne hai uno? Sei giovane, hai due lauree, parli cinque lingue ma al colloquio di lavoro ti chiedono se hai esperienze di volantinaggio?
Non c’è problema: sposa un/una miliardario/a e il mondo ti tornerà a sorridere.
Berlusconi, generosamente come al solito, sul piatto c’ha già messo il suo figliolo, il Piersilvio, che in miliardi certo non difetta.
L’ha detta proprio così, questo grande showman della politica nostrana: sei precaria? Sposati uno come Piersilvio. Geniale idea. S’arriva allo stesso obiettivo al quale puntava quell’ebreo di nome Karl Marx: la redistribuzione delle ricchezze. Ma qui si fa di più e meglio. Non c’è bisogno della rivoluzione, ci basta il matrimonio. Un povero sposa una ricca e il capitale è bello che ridistribuito.
Per sostenere la magnifica idea del Nostro, ho approntato un breve elenco di miliardari in giro per il mondo. Chi volesse saperne di più, non ha che da consultare riviste come Forbes o quotidiani come il Financial Times e il più sarà fatto.
(giovibelf)
BILL GATES
Che cosa fa? E’ il fondatore e il presidente della Microsoft. Nel 2008, secondo le stime, sarà il terzo uomo più ricco del mondo.
Figli. Ne ha ben tre, una pacchia! Ecco i ricchissimi pargoli: Jennifer Katherine Gates (26 aprile 1996), Rory John Gates (23 maggio 1999) e Phoebe Adele Gates (14 settembre 2002).
Lawrence Edward "Larry" Page e Sergey Brin
Che cosa fanno? Sono i creatori di Google. E sono entrambi del 1973, in perfetta età da moglie. Da prendere al più presto. Forbes li pone al 25° posto dei ricchi a livello mondiale.
Warren Buffett
Che cosa fa? Guadagna, e da molto tempo, se è vero che comprò le sue prime azioni a 11 anni. E’ proprietario della Berkshire Hathaway, Investimenti ed ha azioni in tutti i colossi del mondo, dalla Coca Cola alla Walt Disney. Forbes lo accredita come il più ricco del mondo del 2008.
Figli. Ne ha tre (un articolo del quotidiano Il Foglio ne indicava quattro...). Ha dichiarato che buona parte dei suoi beni andranno in beneficenza, poiché i figli non debbono crescere viziati e nel lusso, però, intanto, ha lasciato a ciascuno di loro qualcosa come 14 miliardi di dollari. Ce n’è che avanza…
David Kenneth Roy Thomson , terzo Barone Thomson of Fleet
Che cosa fa? Il suo nome magari non vi dice molto, ma Forbes lo piazza al decimo posto dei più ricchi del mondo.
Figli. Qui si va sul sicuro: di figli ne ha 5, più uno che sta per arrivare. Ha avuto tre mogli e chissà che nel futuro…
Adora i bimbi, però...
Dijana Pavlovic, candidata alla Camera dei deputati nelle liste della Sinistra Arcobaleno, è serba di etnia rom. Fa l’attrice la mediatrice culturale e di chiara che si candida perché vuole “aiutare i rom e con loro difendere i diritti di tutti”. Ottimo. Però la signora Pavlovic ha una strana opinione nei riguardi dell’infanzia. Ecco quel che ha dichiarato al giornalista del Corriere della Sera Nino Luca:
Domanda- Se avessi dei bambini li manderesti a chiedere l'elemosina?
Risposta- Certo se avessi problemi economici e se mi trattassero male come oggi vengono trattati gli zingari, allora non mi farei scrupoli. Ora però ho un solo obiettivo. Andare in Parlamento per cercare di risolvere le problematiche dei rom e con loro difenderò i diritti di tutti gli italiani.
Da restar senza parole. E per fortuna che quest’anno si festeggiano i 60 anni della Dichiarazione universale diritti dell’Uomo, o forse per qualcuno i bambini non sono essere umani?
Speriamo che la candidata Pavlovic abbia capito male la domanda o che il giornalista abbia interpretato male la risposta. Speriamo.
Leggi sul sito del Corriere della Sera l’intervista integrale a Dijana Pavlovic
Nannarella ha 100 anni
Anna Magnani
Roma, 7 marzo 1908
Roma, 26 settembre 1973Per ricordare questa attrice, così intensa e di una bellezza malinconica, premio Oscar nel 1956 (miglior attrice protagonista in La rosa tatuata di Daniel Mann), è stato emesso dalle Poste Italiane un francobollo commemorativo. Il centenario sarà ricordato anche con una moneta speciale da 5 euro in argento, coniata dalla Zecca.
Ho capito che ero nata attrice.
Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per questa lacrima, ho implorato questa carezza. Se oggi dovessi morire, sappiate che ci ho rinunciato. Ma mi ci sono voluti tanti anni, tanti errori.
Anna Magnani
Per saperne di più…
Il sito ufficiale di Anna Magnani
Europa masochista
Una analisi lucida, forse provocatoria, ma reale, concreta e senza inutilismi buonismi verso un cambiamento culturale e sociale già iniziato da anni.
Leggendo l'editoriale di Finkielkraut, pubblicato oggi dal Messaggero, mi è venuto in mente quando, militando per alcuni anni nell'estrema sinistra, facevo battaglie per tutelare le culture 'altre'. E lo facevo senza pensare se quelle culture tutelevano o meno i diritti umani, i diritti civili, se avessero in conto la parità fra uomo e donna, se avessero rispetto per i bambini come essere viventi. L'assoluto relativismo culturale non mi consentiva di guardare che cosa ci fosse oltre il dito. Non tutto, ovviamente, era sbagliato. Sterminare un po' di indio per costruire una strada in Amazzonia, non mi pare molto giusto, nè per gli indio nè per l'Amazzonia nè per noi. Distruggere, contaminare, deforestizzare il delta del Niger per favorire e arricchire le grandi sorelle del petrolio, non è una battaglia illuminista, è un delitto. Ma perché questo rispetto, questo valore non dobbiamo anche darlo alla nostra cultura, figlia del Logos greco, del Diritto romano, della filosofia dei Lumi?
di ALAIN FINKIELKRAUT
Per comprendere l’abitudine europea di tollerare l’intollerabile si dovrebbero leggere con attenzione alcuni intellettuali europei. (…) Gianni Vattimo (…) in «Dopo la cristianità», ricorda la teoria di Gioacchino da Fiore, secondo il quale tre grandi epoche si susseguono nella storia dell’uomo: quella del terribile regime della Legge, quella del regime della Fede e la terza, che Vattimo annuncia, in cui l’uomo vivrà sotto il regime della Caritas. Una carità che in Europa prenderà la forma di una «ospitalità incondizionata», che si realizza soltanto se si accetta di mettersi nelle mani dell’arrivante, di affidargli la propria persona, di accettare che abbia ragione. In base a questo principio della carità, il dialogo interreligioso e interculturale si riduce all’ascolto dell’altro, lasciandogli interamente la parola.
Per il sociologo tedesco Ulrich Bech (…) per accogliere tutti, dobbiamo essere nulla, liberarci di qualsiasi realtà ontologica. In passato, l’ospitalità era diversa: era proporre all’altro qualcosa, ciò che si possiede, una parte di ciò che si è.
Adesso, significa farsi da parte perché l’altro possa realizzarsi senza impedimenti. In questa cornice, effettivamente, «l’assimilazione» può diventare «un crimine contro l’umanità». Se il primo ministro turco Erdogan ha potuto pronunciare tale affermazione, in un discorso a Colonia lo scorso 10 febbraio, è perché il terreno è stato preparato dalla decostruzione occidentale. Octavio Paz ha detto che la gloria dell’Occidente è lo spirito critico, aggiungendo che purtroppo questo spirito critico si era trasformato in «masochismo moralizzatore».
Il masochismo moralizzatore è oggi al potere, esercita una forte influenza, modella il conformismo ideologico. Se l’Europa non trova la forza di imporre le sue regole, andremo verso il peggio. Se si persiste in questa delirante decostruzione, si provocherà una reazione populista.
L’Europa dovrebbe invece difendere nel modo più chiaro e perentorio il regime di «promiscuità» che la caratterizza. Esiste un rapporto tra gli uomini e le donne in Europa che è anteriore alla rivoluzione francese, anteriore alla stessa idea di uguaglianza. Questo principio viene oggi messo in causa da una certa concezione dell’Islam: se non siamo capaci di essere netti su questo punto, non vale più nemmeno la pena di dirci europei. Due cose dobbiamo temere: la radicalizzazione dell’Islam e la radicalizzazione del populismo dell’opinione europea.
Sulla stessa falsariga di questo masochismo, l’Occidente ama considerarsi il grande colpevole della violenza nel mondo attuale. La sinistra ha sostituito l’idea di peccato originale con quella di crimine originale: il male sulla Terra non è dovuto alla fallacità dell’uomo, ma ai danni dell’ineguaglianza. Oggi, l’autore principale di questo crimine è considerato la superpotenza americana e dietro l’America, il grande burattinaio, è Israele.
(…) Quando vedo reclamare il boicottaggio del salone del Libro di Parigi o della Fiera di Torino, dove Israele è invitato d’onore, mi viene da chiedere: perché no allora le Olimpiadi di Pechino, mentre la Cina sta divorando il Tibet?
(…)
È legittimo chiedersi cosa resti oggi in Europa del pensiero antitotalitario. Orwell diceva che la sinistra è antifascista ma non antitotalitaria. Con Soljenitsin e la dissidenza, l’antitotalitarismo acquisì diritto di cittadinanza in Europa, ma non è sopravvissuto alla caduta dell’Unione Sovietica. Oggi il progressismo ha ripreso tutte le sue forze e chi si iscrive nella continuità del pensiero antitotalitario viene etichettato senza esitazione come neoconservatore. Viviamo purtroppo la grande regressione del pensiero antitotalitario.
Il testo integrale dell’articolo è pubblicato sulla prima pagina del quotidiano Il Messaggero lunedì 10 marzo 2008.
Qui l’articolo integrale
Qui il sito del Messaggero
Gli anni della politica
…o meglio dei politici. Senza fare demagogia e senza voler essere un ‘giovanilista’ a ogni costo (in questi giorni ho letto e ascoltato cose ben più in basso della mediocrità proprio dai candidati giovani del Pd e del Pdl…), ma per pura curiosità, ho voluto mettere a confronto le età di alcuni politici italiani e stranieri. Ecco quel che è venuto fuori:
Silvio Berlusconi (Forza Italia- Popolo delle Libertà, candidato premier)
29 settembre 1936
Fausto Bertinotti (Rifondazione Comunista- Sinistra Arcobaleno, candidato premier)
22 marzo 1940

Walter Veltroni (Partito Democratico, candidato premier)
3 luglio 1955
Enrico Boselli (Partito Socialista, candidato premier)
3 gennaio 1957
Daniela Santanchè (La Destra, candidata premier)
7 aprile 1961
Ed ora quale che premier straniero
George W. Bush (Republican Party, presidente degli Stati Uniti d’America)
6 luglio 1946

Hillary Clinton (Democratic Party- candidata presidente U.S.A.)
26 ottobre 1947
Vladimir Putin (ex presidente della Federazione Russa)
7 ottobre 1952
Nicolas Sarkozy (Union Mouvement Populaire, presidente della Repubblica francese)
28 gennaio 1955
José Zapatero (Partido Socialista Obrero Español, primo ministro spagnolo)
4 agosto 1960
Barak Obama (Democratic Party, candidate presidente U.S.A.)
4 agosto 1961
Dmitrij Medvedev (presidente della Federazione Russa)
14 settembre 1965
Bin Laden ci ama
“Il fanatico è un altruista. Ma se non riesce a cambiarti ti ucciderà”: ironica, come si addice a Amos Oz, uno dei migliori figli della letteratura israeliana, la frase è contenuta nel breve pamphlet “Contro il fanatismo”, divertente, triste e speranzoso al tempo stesso, frutto di tre lezioni all’Università di Tubinga in Germania.
Scritto senza essere ‘urlato’, è un testo che merita davvero di essere letto, soprattutto se si crede, come chi scrive, che“i fanatici sono convinti che il fine, qualunque sia questo fine, giustifichi i mezzi”, gli altri “sono convinti invece che la vita sia un fine, non un mezzo”.
Altre citazioni dal saggio di Oz:
(...)L'essenza del fanatismo è nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell'inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere.
Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è un grande altruista. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso, di solito.
Vuole salvarti l'anima, vuole redimerti, vuole affrancarti dal peccato, dall'errore, dal fumo, dalla tua fede o dalla tua incredulità, vuole migliorare le tue abitudini alimentari, vuole impedirti di bere o di votare nel modo sbagliato.
(...) Il signor Bin Laden e la sua gente non è che odino l'Occidente. Non è questo il punto. Piuttosto, credo che vogliano salvare le vostre anime, liberare voi, noi dai nostri empi valori, dal materialismo, dal pluralismo, dalla democrazia, dalla libertà di parola, dall'emancipazione delle donne. (...) Bin Laden fondamentalmente vi ama.
Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, 2004
Presentazione del libro e recensioni sul sito della casa editrice Feltrinelli
Chi sono
Il blog è un piccolo viaggio fra letture, pensieri, bicchieri di vino, cocktail, indignazioni, rabbia (ne rimane ancora un po'), città, amici. Un viaggio firmato Giovanni Belfiori.
Forse per vanità o forse per maggiore informazione aggiungo che sono giornalista (dal 1982, professionista dal 1992), che sono nato il 23 luglio 1966 a Fano, un piccolo porto sull'Adriatico, nelle Marche.
Ho lavorato in radio e giornali locali; dal 1994 al 1998 sono stato assistente parlamentare all'Europarlamento di Bruxelles e Strasburgo. Nel 2002 -mentre ero impegnato come responsabile dell'ufficio stampa di Confesercenti di Pesaro Urbino- uno dei miei migliori amici -un uomo straordinario- Lino Paganelli (attuale direttore del Governo Ombra del PD e responsabile nazionale Feste PD), mi ha chiamato come consulente della Direzione nazionale dei Ds, affidandomi il sito web delle Feste de l'Unità.
Da quest'anno, oltre a seguire il settore informazione e web delle Feste Democratiche del PD, lavoro anche nello staff del segretario del PD Walter Veltroni.
Vivo -per ora- a Roma, ma la mia casa è in un modesto borgo nelle colline che scendono su Fano: Montegiano.


