Arrivano i V-Visitors!
Si parlava, nel post dello scorso 19 aprile, di ‘fenomeni’: profeti della fine del mondo, complottasti d’ogni genere, visionari figli di Dio… Tutta gente che, è bene sottolinearlo, scrive e vende un bel po’ di libri, ha un bel pubblico pagante in occasione di convegni e lezioni, siti web con sponsor internazionali e così via.
David Icke è uno dei nomi più noti: mescola con grande tranquillità complotti giudaico-massonici con cospirazioni extraterrestri, di cui è protagonista una razza che già conosciamo: quella dei V-Visitors.
E’ (anche) sua l’idea che una organizzazione di banchieri ebrei avrebbe pianificato l'Olocausto e finanziato l'ascesa di Hitler. Per saperne di più, si può leggere l’articolo pubblicato su Wikipedia e quello che riporto qui sotto, tratto dal blog undicisettembre.blogspot.com.
Chi è David Icke, uno dei principali complottisti mondiali
di Hammer
Lo scrittore David Icke è considerato uno dei guru del complottismo mondiale. Sicuramente si tratta del più famoso complottista britannico, ed è molto noto anche in Italia. Una sua intervista su vari argomenti è stata rilasciata a Nexus Italia e pubblicata sul numero 36 della rivista e, in seguito, dal sito Disinformazione.it.
Dalla sua biografia, pubblicata sul suo stesso sito, apprendiamo che Icke (si pronuncia "àik") è nato a Leicester, Inghilterra, nel 1952. Fino al 1988 fu dapprima un calciatore, portiere del Coventry City e del Hereford United, poi giornalista sportivo per la BBC. Dal 1988 al 1991 fu uno dei portavoce del Partito Verde Britannico. La biografia ufficiale non ci informa, come invece fa il sito Skeptics.org.uk, che dal partito Icke fu in seguito espulso e che il giornale The Observer lo incluse nella lista dei 10 peggiori politici provenienti dal mondo dello sport professionistico.
Fin qui non sembra certo un curriculum adatto a chi ritiene di avere importanti e sconvolgenti novità per l'umanità in campo scientifico.
Nel 1991, invece, iniziò la sua attività di scrittore: i suoi testi sono un misto apocalittico di New Age e complottismo. L'idea alla base di tutto il suo pensiero è che l'umanità sia da millenni controllata e soggiogata da una rete di società segrete detta "Fratellanza di Babilonia" ("Babylonian Brotherhood", in inglese). La Fratellanza sarebbe a sua volta controllata, secondo un principio piramidale, da una Grande Elite composta da organizzazioni militari, bancarie, religiose e altre strutture importanti di questo tipo.
Alla vetta della piramide si trova un gruppo ristretto di extraterrestri ibridi rettile-uomo che si confondono nell'umanità grazie alla loro capacità di assumere sembianze completamente umane. Di questo spietato gruppo intenzionato a schiavizzare l'umanità, detto "Prison Warders", farebbero attualmente parte Bush, Blair, Hillary Clinton e la compianta Regina Madre d'Inghilterra.
Stupisce poco, quindi, che secondo David Icke gli attentati di Oklahoma City e dell'11 settembre siano stati orditi da questa organizzazione extraterrestre che controlla la razza umana plagiandone le menti.
Stupisce ancora meno che alla pagina sull'11 Settembre del sito di David Icke e nei suoi libri sull'argomento si trovino tutte le argomentazioni presenti nei siti e nei documentari complottisti più diffusi.
Penserete che ci voglia molta fantasia a partorire teorie fantascientifiche come quelle di Icke. Ma forse no.
Le teoria degli extraterrestri rettili antropomorfi che vogliono conquistare il pianeta e controllare l'umanità è stata anticipata di qualche anno dal serial televisivo degli anni '80 "V" (noto in Italia come "Visitors").
L'affermazione di David Icke, rilasciata in un intervista del 1991 a Terry Hogan, in base alla quale egli stesso sarebbe figlio della Divinità, ricorda molto le analoghe affermazioni di Rael, il bizzarro profeta fondatore della setta dei Raeliani che ha, infatti, più volte sostenuto di essere figlio di Yahweh e fratello di Cristo. E' interessante anche notare che sempre secondo la dottrina di Rael la vita sulla Terra fu creata, guarda caso, da una razza extraterrestre.
La teoria del controllo piramidale dell'umanità si riscontra, sebbene con importantissime differenze, anche nella dottrina della setta islamica "The Nation of Gods and Earths". Secondo il suo insegnamento, l'85% dell'umanità vive nell'ignoranza, soggiogata da un 10% che possiede conoscenza sufficiente a mantenere la maggioranza in suo potere. Il restante 5% detiene la vera sapienza rivelata da Allah e si impegna per la liberazione del primo 85%.
Chissà quante altre scopiazzature troveremmo indagando più a fondo gli scritti di David Icke. Ma ci basta questo per mettere in guardia i complottisti che si ritrovano con un "compagno di vedute" estremamente imbarazzante.
E dovrebbe anche bastare a far loro capire che chi vuole controllare le menti altrui non è qualche misterioso extraterrestre, ma chi sparge le proprie apocalittiche fandonie con siti Internet e libri. Proprio come David Icke.
Le spranghe di Allah
Rudy Haddad, 17 anni, massacrato a sprangate perché porta la kippah, è in coma
Eccoli. Sono tornati. Che a Parigi ci sia un tentativo di mettere in atto una sorta di ‘pulizia etnica’ silenziosa e violenta nei confronti della comunità ebraica non è cosa nuova. E non è nuovo, purtroppo, neanche il silenzio della sinistra radicale italiana che da anni accarezza e coccola l’integralismo islamico spacciandolo per democrazia, per diritto alla diversità, per multiculturalismo. Non s’accorge, però, che quel fanatismo religioso soffoca il diritto alla diversità, non riconosce alcuna democrazia e esalta invece la teocrazia, uccide i diritti individuali in nome di oppressivi diritti di gruppo.
Per la seconda volta si deve, invece, registrare il positivo e pronto intervento del Partito Democratico che, per bocca del segretario Walter Veltroni, ha dichiarato che “La terribile aggressione di Parigi contro un ragazzo 'colpevole' solo di indossare una kippà ci dice che l'antisemitismo è un male duro a morire. Che anzi è capace di prendere nuove forme e di alimentarsi pericolosamente di fenomeni nuovi come quelli dell'immigrazione. Quello che è accaduto a Parigi deve essere di monito anche in Italia, dove i rischi antisemiti non vanno sottovalutati. Al contrario bisogna agire con nettezza, combattendo vecchi e nuovi veleni, guardando soprattutto ai giovani fra cui l'antisemitismo rischia di riemergere”.
Questa l'analisi di Domenico Quirico sull'antisemitismo delle banlieues pubblicata oggi dal quotidiano La Stampa e tratta dal sito Informazione Corretta:
Per capire quanto è successo bisogna calarsi nel XIX arrondissement, che non è una periferia impregnata di veleni, ma parte viva della capitale. Il ragazzo è stato assalito in rue Petit: a poche centinaia di metri, al numero 49, c’è la sinagoga Beth «Haya Mouchka» frequentata dagli ultraortodossi. Racconta il sindaco del XIX, Roger Madec, socialista: «C’è una tensione comunitaria molto forte che inquieta». Tutto ruota attorno al parco delle Buttes-Chaumont, uno dei più grandi della città, deliziose collinette verdi, laghetti, sentieri creati per il piacere dei sudditi di Napoleone III. Per far dimenticare che su uno dei monticelli un tempo c’era la forca per i condannati a morte. Bello ma pericoloso, impossibile attraversarlo di sera. E’ qui che le bande di maghrebini attaccano e si scontrano violentemente con i coetanei ebrei. Le kefiah e i cappucci contro le kippah: insulti spinte scontri violenti, occhieggia il piano di ripulire etnicamente il quartiere dai nemici, dagli «intrusi». (…)
Per descrivere il nuovo antisemitismo Michel Wieviorka, direttore del centro di analisi sociologica all’Ecole des Hautes Etudes, ha setacciato la Francia; accompagnato da dodici ricercatori, entrando in fabbriche università perfino nelle prigioni, a Parigi, nelle banlieues ma anche nella provincia dove spesso la faccia del «nemico» è più difficile da individuare. E alla fine ha scoperto «che oggi è soprattutto all’interno della popolazione immigrata, che arriva dal mondo arabo-musulmano, dall’Africa subsahariana ma anche dalle Antille, che si trovano tutti i tipi di manifestazioni spontanee dell’odio contro gli ebrei. E’ la novità dell’antisemitismo contemporaneo in Francia. Nelle banlieues i propositi antiebraici fioriscono ormai senza tabu, l’antisemitismo è diventato opinione».
La faccia nuova di un male antico, che si è manifestata sabato sera mentre Parigi risuonava del chiasso della Festa della musica nel diciannovesimo arrondissement. Per l’autore della monumentale «La tentazione antisemita» è «all’interno stesso della società che il razzismo vissuto prima sulla propria pelle, l’esclusione, la frammentazione culturale producono il nuovo antisemitismo. In passato l’ebreo era sentito come una minaccia per la nazione, per la società o ancora per la confessione dominante; oggi è sentito come colui che ha avuto successo nella sua integrazione, che è nel cuore stesso della nazione, delle istituzioni, della società».
Le cifre sono brutte e offensive, macchiano e bruciano: il 14 per cento dei francesi tra i 18 e i 24 anni sono dichiaratamente «ostili agli ebrei». Eppure nel 2007, ultimi dati disponibili, la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo ha sbandierato un annuncio confortante: «la netta diminuzione», oltre il 32 per cento, degli atti antisemiti. Ma bastava leggere il seguito di quelle cifre per accorgersi che a questo progresso si accompagnava un altro dato, il numero degli «atti gravi e violenti», in realtà, è aumentato di oltre il 23 per cento. Insomma: l’antisemitismo si fa più rado ma più feroce. E si colora, come spiega Wieviorka, di tinte etniche. Come se i figli della immigrazione avessero assorbito il veleno autarchico e europeo che fu, tragicamente, di Vichy. E’ un antisemitismo che già prima di ieri ha ucciso, un altro giovane ebreo, Ilam Halimi, rapito e torturato da una banda di giovani balordi di periferia che si facevano chiamare «i barbari». Il loro capo riceve in prigione, ancora oggi, centinaia di lettere ogni mese da giovani ammiratori che vivono nelle periferie. E poi c’è l’antisemitismo «nero», quello della «tribu Ka», un gruppo di estremisti che davano la caccia a quelle che loro chiamano «le milizie giudaiche» in rue des Rosiers, luogo simbolo dell’ebraismo parigino. E che proclamano anche in tribunale il rifiuto dell’unicità dell’Olocausto.
L’antisemitismo dei ragazzi musulmani pericolosamente si salda poi con il negazionismo di «gauche», filopalestinese, che accusa lo Stato di Israele di essere «oppressore e razzista». Che esige, ben nutrito di frustrazioni sociali, un’immediata riparazione dalla Storia, prendendosela, se necessario, con la violenza.
Un libro da leggere
Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa
di Hitchens Christopher
Editore Einaudi, 2007
Prezzo Euro 14,50
Il sogno di Kant, l'incubo del nazismo
Dal sito Informazione Corretta, un articolo di Luciano Tas, scrittore e giornalista
C'é un filo rosso che unisce un venerato filosofo come Kanti al nazismo ? Se lo chiede nell'articolo seguente Luciano Tas, sulla scorta di un libro di Michel Onfray.
La domanda, si condividano o meno le argomentazioni proposte da Onfray, non sorprenderà più di tanto, chi ricordi la frase nella quale Kant esprime il suo disprezzo per gli ebrei, riprodotta su una parete del museo ebraico di Berlino.
Ecco il testo dell'articolo di Tas.
“L’imperativo categorico ha un certo odore di crudeltà”. Così Friedrich Nietzsche nella sua “Genealogia della morale”.
E’ questa citazione che ci introduce alla lettura del libro di Michel Onfray “Le songe de Eichmann”, Il sogno di Eichman, edito in Francia da Galilée.
Si tratta di un libretto agile e curioso che si divide in un prologo e in due parti. Il prologo tende a smentire quello che generalmente si crede, essere cioè la filosofia di Nietzsche la base e il riferimento del nazismo.
Niente di più falso, sostiene Onfray. Vero è invece, secondo Onfray, che l’autore di “Così parlò Zarathustra” e “Al di là del bene del male” (è quest’ultima opera che si ritiene a torto essere la madrina della svastica), fu invece tanto filosemita da scrivere che bisognava fucilare tutti gli antisemiti, e ad esprimere la sua esecrazione per tutti i movimenti di massa e per lo Stato autoritario.
D’altronde, scrive l’autore di questo libretto, basta andare a rileggersi (o a leggersi) gli scritti di Nietzsche per fugare ogni dubbio. Il filosofo fu senza dubbio, dice, un grande amico degli ebrei e della democrazia.
Quello però che è più sorprendente in questo “Sogno di Eichmann”, è l’affermazione perentoria che se si deve dare una paternità al nazismo, la si deve ricercare in Kant, il filosofo del “cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”, finora considerato dai più come una sorta di antitesi preventiva di ogni totalitarismo.
Pare che non sia così. E l’autore lo dimostra, con buone carte in mano, nella seconda parte.
Michel Onfray si riferisce ad Hannah Arendt ed al suo “Eichmann a Gerusalemme”, dove si legge che al processo del 1961 il criminale nazista ebbe ad affermare di avere sempre avuto come mentore non già Nietzsche, come si sarebbe opinato, bensì proprio Immanuel Kant, il filosofo di Könisberg.
L’università ci insegna a collocare Kant “dalla parte buona della barricata”, dalla parte “dei benpensante, gli onesti, i moralizzatori, i virtuosi, i puri, gli aureolati, i cristiani senza sottana”. Per tutti loro, dice Onfray, “L’opera etica di Kant è il catechismo cristiano meno la retorica di San Sulpicio”. Niente di vero.
Onfray si chiede se per caso Eichmann avesse ragione (relativamente parlando, è ovvio) e se il “meccanismo filosofico di Kant si rivelasse compatibile con la vita quotidiana di un nazista dedito al suo lavoro di mostro”.
Insomma, si può avere un kantiano nazista? Michel Onfray afferma di sì, e si accinge a dimostrarlo.
Al processo del 1961 Eichmann ribadisce, di fronte a una Corte interdetta, di aver voluto vivere nel segno dell’imperativo categorico, e cioè far sì che “il principio della mia volontà debba essere tale da poter diventare i principio delle leggi generali”. E cita la “Critica della ragione pratica”.
“Agisci in modo che la massima della tua volontà possa al tempo stesso valere come principio di una legislazione universale”. E, sempre Kant della Dottrina della virtù”: “Agisci in modo che la massima della tua azione posa diventare legge universale”.
Secondo Hannah Arendt, dice Onfry, Eichmann dà una definizione approssimativa ma corretta dell’imperativo categorico. Ma per Onfry non è affatto “approssimativa” e nell’interpretazione della morale kantiana Eichmann ha ragione e Arendt torto.
L’autore di questo “Sogno di Eichmann” propone un buon numero di citazioni di Kant, secondo il quale bisogna sempre obbedire alle leggi, siano esse buone o cattive. Si può pensare che siano cattive, ma guai a non obbedire agli ordini di chi rappresenta ed è la Legge.
Kant nei suoi scritti sostiene la superiorità della razza bianca su quella nera (nei suoi scritti di filosofia della storia afferma che i neri hanno un cattivo odore), è favorevole alla pena di morte e condanna ogni insurrezione, rivoluzione o rivolta, ed è lui che inventa il termine “deportazione” per gli indesiderabili.
Si può condannare a morte per un crimine, ma non nel caso di un infanticidio di chi è nato fuori dal matrimonio, perché come tale non esiste giuridicamente. Né si può incriminare qualcuno che uccide l’avversario in duello. Siccome il duello è proibito dalla legge, dunque il delitto non esiste. Kant dixit.
Per Kant, sostiene Onfray, la sola realtà è l’Idea, la Realtà è invece una finzione.
Così dice Eichmann, che si richiama a Kant quando afferma di avere obbedito agli ordini di una Legge che è legale perché Hitler e il nazismo sono stati eletti democraticamente dal popolo sovrano, e afferma di sentirsi responsabile ma non colpevole.
Nella seconda parte del libro Onfray mette addirittura in scena una sorta di docu-dramma con il confronto di Eichmann con il fantasma Kant e con la presenza critica di quello di Nietzsche, che Kant proprio non lo può vedere. Come l’autore del resto.
Se la pièce dovesse finire sui palcoscenici forse non attirerebbe l’accalcarsi di folle pronte a fare il tifo per Kant o Nietzsche (e sperabilmente nemmeno per Eichmann), ma chissà. Forse almeno a Filosofia questo lavoro di Michel Onfray avrebbe l’effetto di un sasso nello stagno, inducendo a un po’ di ginnastica della mente.
Luciano Tas
(da Informazione Corretta, giovedì 19 giugno 2008)
Piů illegalitŕ, meno sicurezza

Dal Wall Street Italia, un articolo di Luca Ricolfi*:
A CARTE SCOPERTE
Emendamento «salva Rete 4», limiti alle intercettazioni e alla libertà di stampa, norme per fermare il processo Mills, ricusazione del magistrato che dovrebbe giudicare il premier, riproposizione del lodo Schifani: tutto indica che ci risiamo.
di Luca Ricolfi
Peccato. Era probabilmente ingenuo sperarci, ma in molti ci eravamo augurati che fosse iniziata una nuova stagione politica. Forse non una stagione esaltante, di concordia nazionale e di rinascita dell’Italia, ma almeno una stagione di proposte ragionevoli e costruttive. Una stagione in cui i politici, pur continuando a litigare fra loro, si occupassero anche un po’ di alcune cose che stanno a cuore a noi: sicurezza, tenore di vita, servizi sociali.
Dopotutto molte delle cose che in questi mesi il centro-destra ha fatto o si accinge a fare erano copiate dall’opposizione.
Il pacchetto sicurezza riprendeva molte misure volute da Giuliano Amato, l’aliquota fissa sugli affitti ripropone un’idea cara a Rutelli e alla Margherita, la riforma dei servizi pubblici locali dovrebbe seguire il tracciato del disegno di legge Lanzillotta. Insomma, per molti versi il governo Berlusconi stava facendo le stesse cose che avrebbe voluto fare il Pd, e che il Pd non fece solo per non litigare con Rifondazione comunista.
E invece no. Ora torneremo allo scontro e alla diffidenza, perché Berlusconi ha scoperto le carte e nessuno dei suoi osa fiatare. Che cosa ci dicono le carte che ora si vanno scoprendo una dopo l’altra? La prima carta ci rivela che la priorità delle priorità di Berlusconi è proteggere se stesso.
Emendamento «salva Rete 4», limiti alle intercettazioni e alla libertà di stampa, norme per fermare il processo Mills, ricusazione del magistrato che dovrebbe giudicare il premier, riproposizione del lodo Schifani, tutto indica che ci risiamo. (…)
La seconda carta ci rivela che Berlusconi confonde sicurezza e legalità. Sia le norme sulle intercettazioni sia quelle sulla sospensione dei processi «minori» tendono a limitare l’azione di contrasto della criminalità ai soli reati considerati di forte «allarme sociale», e allentano la presa su quelli che - non toccando direttamente il cittadino medio - suscitano minori ansie e paure. Rientrano tipicamente in questa categoria i reati ambientali, economici, finanziari, ossia i cosiddetti reati dei «colletti bianchi»: in poche parole i reati commessi da dirigenti, funzionari, impiegati, imprenditori, finanzieri, politici, ivi compresi - naturalmente - alcuni reati di cui è stato accusato Berlusconi.
Dettando alla magistratura le priorità sui reati da perseguire, e pretendendo di accantonare i procedimenti per reati di minore allarme sociale, il governo mostra che, ammesso che qualcosa gli importi della sicurezza, della legalità gli importa invece ben poco. Questo è un guaio, non tanto e non solo perché in troppi la faranno franca, ma perché se il Paese è ridotto nello stato in cui è dobbiamo dire grazie anche alla continua e spudorata violazione delle regole del vivere civile. Se ci fosse un po’ più di legalità, non avremmo ogni anno 80 miliardi di sprechi nella Pubblica Amministrazione e 100 miliardi di evasione fiscale. (…)
Ma c’è anche una terza carta che sta venendo allo scoperto. Il governo non solo se ne infischia della legalità, ma sembra curarsi ben poco della stessa sicurezza. (…) Succede così che, con le nuove norme, non possano più essere intercettati i soggetti sospettati «soltanto» di associazione per delinquere semplice, truffa, rapina. E rischiano di essere sospesi migliaia di procedimenti per reati predatori, come lo scippo o il furto.
Per non parlare dell’aspetto simbolico di questi provvedimenti. La sospensione per un anno (o per sempre?) dei processi minori di fatto funzionerà come un’amnistia mascherata, e nel frattempo manda un segnale opposto a quello che si intendeva inviare con il reato di clandestinità. (…)
* Luca Ricolfi insegna Metodologia della ricerca psicosociale all'Università di Torino, dirige l'Osservatorio del Nord Ovest e una rivista di analisi elettorale
Il sito di Wall Street Italia
L’articolo integrale di Ricolfi
Tigri Tamil, partigiani o terroristi?

Dalle agenzie di stampa, questa mattina:
Questa mattina all’alba, su ordine della procura di Napoli, la Digos ha arrestato i rappresentanti di tutte le comunità tamil della penisola. Ventotto persone sono finite in carcere tra Roma, Milano, Genova, Biella, Novara, Bologna, Mantova, Reggio Emilia, Napoli e Palermo, con l’accusa di aver estorto denaro agli immigrati tamil in Italia per finanziare le Tigri per la Liberazione della Patria Tamil (Ltte), i guerriglieri che da venticinque anni combattono in Sri Lanka per i diritti della minoranza tamil, e che in Europa e negli Stati Uniti sono considerati un gruppo terrorista.
Mi chiedo perché le Tigri Tamil sono considerati ‘terroristi’ e i palestinesi di Hamas no? Perché i capi comunità Tamil sono arrestati in Italia, mentre i capi di Hamas erano indicati come interlocutori politici affidabili dall’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema?
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Per saperne di più…
Che cos’è il Tamil Eelam
Italia, tamil nel mirino: articolo su Peace Reporter
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Incipit: Marinai Perduti

Marsiglia quel mattino aveva colori da mare del Nord. Diamantis trangugiò in fretta un Nescafé nella sala comune deserta. Poi scese sul ponte fischiettando Besame mucho, il motivo che più spesso gli tornava in mente. Anche l'unico che sapesse fischiare. Tirò fuori una Camel da un pacchetto stropicciato, l'accese e si appoggiò al parapetto. A Diamantis quel tempo non spiaceva. Non quel giorno lì, per lo meno. Si era svegliato con un umore già impiastrato di grigio.
Lasciò vagare lo sguardo sul mare, verso il largo, come per allontanare il momento in cui, come tutti gli altri marinai dell'Aldébaran, avrebbe dovuto prendere una decisione. Decidere non era il suo forte. Da venticinque anni ormai si lasciava portare dalla vita. Da un cargo all'altro. Da un porto all'altro.
Jean-Claude Izzo, Les marins perdus 1997
Edzione italiana: Marinai Perduti, Edizioni e/o, 2007
Traduzione: Franca Doriguzzi
Pizza alla renna, Berlusconi 'testimonial'
Una «vendetta» servita calda: la Finlandia non ha perdonato la gaffe culinaria del Cavaliere del 2005
di Alex D'Agosta (dal Corriere della Sera)
HELSINKI - I nomi delle pizze non sono casuali: alcuni vantano un'etimologia storica e altre persino un'ascendenza politica. La regina Margherita di Savoia, durante una visita a Napoli alla fine dell’Ottocento, diede il suo nome alla pizza più semplice del mondo, che con tre basilari ingredienti - basilico, mozzarella e pomodoro - richiamava inequivocabilmente la bandiera italiana. L'ultima novità in fatto di pizze arriva dal nord del mondo e ha un nome che richiama in modo altrettanto inequivocabile la politica italiana di oggi. Si chiama 'Berlusconi', proprio come il presidente del Consiglio. Viene venduta da pochi giorni in Finlandia nei punti vendita della catena Koti Pizza: la 'Berlusconi' è una pizza innovativa, molto saporita, realizzata con una base di farine integrali e segale, cipolla rossa, funghi e con un ingrediente che forse risulterebbe un po' «indigesto» a Silvio Berlusconi, ovvero la renna affumicata.
«ADDENTA BERLUSCONI» - Il problema è che la citazione del nostro presidente non è esattamente un elogio. Con piglio un po' sfacciato, la nota rete di pizzerie finlandese ha proposto non solo quest’opera inedita al 'New York Pizza Show' a marzo, che ha vinto di misura battendo due pizzaioli napoletani, ma proprio sfruttando questo imprevedibile risultato fa leva sull'impopolarità del nostro premier, usando toni velatamente sprezzanti e derisori. Oltre a cinque diversi spot radiofonici, la catena Koti Pizza promuove infatti la sua ultima creazione con due diversi slogan in poster, locandine e sui giornali: «La nonna che ha 97 anni ha addentato Berlusconi. Fai anche tu come questa vivace vecchia signora» e «Un ministro ha messo in bocca Berlusconi con una forchetta. Fatelo anche voi coscientemente e responsabilmente», concludendo con «Ordinate adesso la Berlusconi di Koti Pizza, scelta come la migliore pizza del mondo». Il motivo di questo 'accanimento', giocato abilmente dal marketing di Koti Pizza, è ben noto ai finlandesi: tre anni fa Silvio Berlusconi si era fatto odiare da tutta la nazione scandinava per aver sbeffeggiato con una battuta fatale la loro cultura alimentare, creando un incidente diplomatico con diversi strascichi, fra cui alcuni tentativi di boicottaggio alimentare dei prodotti italiani.
LA GAFFE ALL'EFSA - L’occasione è stata quella dell’inaugurazione della sede dell’EFSA, l’autorità Europea che si occupa della valutazione dei rischi relativi alla sicurezza alimentare umana e animale, dove il presidente del Consiglio aveva sostenuto la candidatura di Parma ritenendola particolarmente idonea grazie all’esperienza derivata dalla produzione del prosciutto, mentre secondo lui la Finlandia ne sarebbe stata meno degna perché, asseriva Berlusconi, lì mangiano la renna marinata. I finlandesi, molto permalosi e pronti a difendere strenuamente l'orgoglio del loro animale preferito, non gli hanno mai perdonato questa affermazione anche perché il nostro premier aveva commesso un grande errore formale riferendosi alla renna marinata, che viene tipicamente usata in Alaska e nella Lapponia Norvegese, mentre in Finlandia viene mangiata solo stufata, essiccata o con salsa di cipolle e panna. Di certo i finlandesi sono molto fieri di aver vinto questo premio culinario, ed è assai probabile che questa occasione sia stata buona per dimostrare che, se sono in grado di batterci perfino sulla pizza, potevano farlo anche con l’agenzia europea per i rischi della sicurezza alimentare.
da Corriere della Sera, mercoledì 11 giugno 2008
L'immigrato e l'entimema apparente
Hanno copiato da Aristotele: i vari Calderoli, Maroni, Cota, Borghezio, Castelli si stanno dimostrando colti lettori dello Stagirita, nonché fini conoscitori di una delle sue opere più interessanti: la Retorica.
Nonostante chi scrive sia un sostenitore della politica della ‘tolleranza zero’ (e del suo ottimo applicatore, Rudolph Giuliani, peraltro strenuo difensore dei diritti individuali), non approva l’idea che la fame e la disperazione diventino reati. Un conto è procedere con l’espulsione immediata di chi delinque, un conto è mettere sotto processo la miseria. E non è che questa sia cristiana compassione, anzi è penoso che quotidiani come l’Unità o Il Manifesto oggi esaltino i giudizi delle autorità della Chiesa cattolica contrarie all’introduzione del reato, mentre poi considerano illecite intromissioni quando quegli stessi ecclesiasti si esprimono versus la sperimentazione genetica o l’aborto. La Chiesa (tutte le chiese, a cominciare dall’invadente chiesa mussulmana) dovrebbe essere considerata al pari di una qualsiasi associazione privata: un qualche cosa a metà fra un circolo canottieri e una lobby industriale.
E non è neanche –il mio- un appello alla uniformità verso le legislazioni europee, visto che molti stati dell’Unione Europea prevedono, e non da oggi, il reato di immigrazione clandestina senza che nessun papa o commissario europeo si sia mai scandalizzato.
Chi scrive è contrario al reato semplicemente perché in un mondo sempre più aperto difficilmente resisteranno i cancelli ai confini delle nazioni. Sarebbe sciocco alzare muri che, prima o poi, saranno sfondati. Meglio governare e gestire il fenomeno. Non ricordo chi ha scritto: “Non serve discutere con l'inevitabile. Il solo argomento contro il vento è infilarsi il cappotto”. E comunque si vedrà. Intanto è curioso osservare come i sostenitori dell’introduzione del reato usino Aristotele per avvallare le proprie ragioni. In particolare adoperano, nel dibattito, una delle forme retoriche che, magari inconsapevolmente, adopera anche il linguaggio pubblicitario: l’ ‘entimema apparente’.
Si tratta di una sorta di falso sillogismo, un modo per persuadere, per convincere il pubblico, dando per implicita una premessa che, andando a ben guardare, implicita non è. L’entimema apparente che i propugnatori dell’introduzione del reato fanno è il seguente: “i clandestini sono delinquenti, perché sono immigrati”.
In questo modo nell’opinione pubblica si radicano un paio di idee che non sono per nulla neutre: che gli immigrati siano tutti clandestini, che i delinquenti siano immigrati.
Aristotele, in uno dei nove casi di entimema apparenti citati nella Retorica, riporta un esempio simile a quello adoperato da Maroni e compagni: Dionigi è un ladro, perché è malvagio.
In realtà, nonostante l’apparenza, il sillogismo non c’è, infatti “non ogni uomo malvagio è ladro, bensì ogni ladro è uomo malvagio” spiega Aristotele. Una trentina di anni fa sul Corriere della Sera, Umberto Eco criticava un entimema apparente adoperato in pubblicità da una famosa penna a sfera, la Bic punta di diamante, ma la pubblicità continuamente fa uso di questa particolare figura retorica. Leghisti compresi.
Sinti 2 Opinioni a confronto
Venezia, le villette regalate ai nomadi
di Stefano Filippi, Il Giornale, giovedì 5 giugno 2008
Mestre (Venezia) - Il sindaco Massimo Cacciari, professionista del pensiero, stavolta gioca con le parole. Vuole costruire un nuovo campo nomadi. C’è scritto sul piano regolatore: tangenziale interna di Mestre, quella che separa i quartieri di Carpenedo e Favaro Veneto, zona F9, campo nomadi. In realtà è un quartiere residenziale riservato ai sinti: 38 villette con veranda, giardino recintato e posto auto privato, zone verdi, un grande parcheggio comune, un laghetto, un campo di calcio, barriere antirumore, totale 23mila metri quadrati, spesa oltre tre milioni di euro. Il comune l’ha battezzato «villaggio». Case comunali, insomma: ma non si può dire, perché bisognerebbe cambiare il Prg e fare i bandi di assegnazione.
Un campo nomadi in tegole e mattoni è una contraddizione in termini: un nomade vive vagabondo. «Ma questa è gente che sta a Mestre da quarant’anni, sono cittadini veneziani di seconda e terza generazione» dice Cacciari. E perché allora non inserirli nelle graduatorie comunali abitative? «Perché sono sinti. Bisogna tutelarli. Ed è ora di agire, la decisione è stata presa dieci anni fa».
E sono dieci anni che a Mestre protestano, ma c’è voluto il blitz alle vongole di ieri mattina perché si sapesse. Appuntamento al buio, alle cinque e mezzo. Un gazebo bianco, un vecchio tavolo da taverna, cartelloni, bandiere di San Marco, seggioline pieghevoli e corde colorate per legarsi alla cancellata e impedire l’accesso dei camion che dovevano cominciare i lavori. Sono casalinghe, pensionati, studenti universitari, gente che ha preso ferie o permessi sul lavoro. È il comitato «No campi rom». «Rigorosamente apolitico», scandisce Silvana Tosi, una dei portavoce. «Abbiamo chiesto appoggio a tutti i partiti, ci hanno risposto soltanto quelli del centrodestra». Ieri all’alba c’erano leghisti (il deputato Corrado Callegari e il capogruppo a Venezia Alberto Mazzonetto) e rappresentanti del Pdl (Renato Boraso, Forza Italia, e Raffaele Speranzon, An). Ma per agenzie di stampa e tv è stato un «blitz leghista».
Nei giorni scorsi, in 12 mattine, hanno raccolto 3.500 firme, compresa quella di alcuni nomadi. Venerdì scorso la marcia silenziosa di alcune centinaia di persone è stata liquidata dal sindaco come «quattro gatti». All’ombra del gazebo, la Tosi parla per tutti: «Noi non siamo contro i rom, ma contro i campi e lo spreco di denaro pubblico. Per i rom chiediamo integrazione, lavoro, case, scuole: vogliamo che i loro figli studino, non che vadano a scuola se gli pare. Stessi diritti nostri e stessi doveri. Lo chiede anche l’Opera nomadi: superamento dei campi e fine della logica assistenziale».
Invece? «Invece il super-campo sarà un super-ghetto e un super-punto di richiamo. La legge regionale impone che i campi nomadi non superino i quattromila metri quadrati, e questo sarà di 23mila. Il Tar ha ordinato di correggere il progetto, Cacciari ha risposto che va bene così perché la superficie abitativa è di 3.700 metri quadrati. La municipalità di Favaro ha chiesto all’unanimità di rifare il progetto. Ma l’amministrazione ignora sistematicamente i cittadini».
Poi c’è il capitolo soldi. Il terreno conteso fu acquistato (non espropriato) per 555 milioni di lire nel 2001. La giunta Cacciari ha stanziato 800mila euro per opere di urbanizzazione e altri due milioni per l’edificazione. È il tasto che manda in bestia i manifestanti. «A Venezia ci sono 300 case inagibili, con quei soldi potevano sistemarle, darne 50 agli zingari e il resto ai veneziani sfrattati». «L’anno scorso mille abitazioni sono state allagate da un’alluvione e dal Comune non è ancora arrivato un euro di risarcimento». «Ci sono duemila cittadini in graduatoria per una casa pubblica - protesta Mazzonetto -, ma sono stati preferiti i nomadi. Hanno rinviato la costruzione della scuola di Trivignano. Questa è una scelta scellerata, un tradimento dei veneziani».
La giornata è lunga sotto il sole per gli incatenati, la gente si dà il cambio, arrivano bibite, caffè e un bottiglione di rosso, frighetti portatili con acqua fresca anche per i carabinieri e gli agenti che controllano la situazione. Auto e camion passano e strombazzano. I dimostranti si raccontano le loro storie: «Io ho un mutuo di vent’anni, ma il valore della mia casa sarà dimezzato», «Cacciari sta sbotegando, vuol dire che abbiamo colpito giusto», «il supermercato dietro il campo nomadi attuale ha una guardia giurata contro i furti». Oggi si replica, e si andrà avanti a oltranza: la sera si smonta, il mattino si rimette tutto in piedi. Stamattina si svolgerà un incontro in prefettura. L’assessore Laura Fincato ha annunciato che entreranno da un altro accesso. «Non si preoccupi - garantiscono i “no campi rom” - ci faremo trovare pronti».
Sinti 1 Opinioni a confronto

di Francesca Bellemo, da Gente Veneta, n. 23 del 2008
«Vogliono mandarci via, rimandarci a casa nostra, ma dove? È Favaro casa nostra...». «Aspettiamo questo momento da così tanti anni che finché non lo vedo costruito il nuovo campo, non ci credo». «Da qui a 500 metri più in là cosa cambia? Ci conoscono tutti, i nostri figli vanno tutti a scuola nei dintorni, le donne vanno a fare la spesa nei supermercati di Favaro, noi andiamo a tagliarci i capelli dai barbieri della città, beviamo il caffè nei bar, e pure lo spritz». «Noi non viviamo con i soldi del Comune, ma con il nostro lavoro». «Vado anche a donare il sangue, io. Scrivilo, scrivilo che se qualcuno di voi “gaggi” (così vengono chiamati coloro che non sono sinti) ha bisogno di sangue deve ringraziarmi…».
A parlare questa volta sono loro: i residenti del “campo nomadi” di via Vallenari. Siamo entrati nel “campo”, accompagnati dagli operatori dell’Etam che da anni seguono per il Comune la comunità sinta, per ascoltare le voci dei suoi residenti. Sulla scia dei disordini avvenuti in alcuni insediamenti rom a livello nazionale, anche il “campo nomadi” di via Vallenari è stato in questi giorni investito da polemiche, proprio in occasione dell’inizio dei lavori per il nuovo “campo” previsto dal Comune.
Anzi per il “Villaggio dei sinti”: il Comune realizzerà un villaggio dignitoso, con bagni privati e strutture prefabbricate ordinate, a poche centinaia di metri da quello attuale, più distante dalle abitazioni e più vicino a Favaro che è il paese a cui si sentono più legati coloro che vivono da 40 anni in via Vallenari.
Più che accampamento un camping. Chi è stato almeno una volta in un qualsiasi campeggio sul litorale veneziano non troverebbe molto diverso il campo di via Vallenari: casette prefabbricate e roulottes con la veranda, piccoli cortili personalizzati e decorati con fiori, persino una statuetta della Madonna adornata con lumini rossi, qualche cane che gironzola libero, bambini che giocano, donne sedute che chiacchierano insieme.
Un uomo attraversa la strada interna a petto nudo con l’asciugamano sotto braccio: è appena rientrato dal lavoro e va a fare la sua doccia. Sembrerebbe davvero un camping se non fosse che quelle 38 famiglie non si trovano lì in villeggiatura, ma da ormai 40 anni risiedono lì, arrangiate alla meno peggio, con i bagni in comune, per lo più diroccati e con l’acqua fredda: «Pensi che ci piacciano i bagni in comune? -dice Paolo, uno degli uomini del campo- Pensi che non vorremmo un bagno privato, pulito e accogliente, come tutti? Non viviamo nel fango per scelta, non siamo sporchi, non siamo ladri, siamo gente che lavora».
Via Vallenari, una comunità tranquilla. Siamo all’aperto, in un cortile di ghiaia bianca nella zona più interna del “campo”. I capifamiglia si siedono intorno a un tavolo di legno color verde bosco, all’ombra di un salice, mentre alcuni bambini giocano poco distante. Maria Paola, la moglie di Paolo, che siede anche lei taciturna intorno al tavolo, apprensiva, ogni tanto rimprovera i bambini per paura che si facciano male.
«Casi di furto, omicidi, violenze, rapine: quando mai è stato coinvolto qualcuno della nostra comunità di via Vallenari? Anzi, a dir la verità siamo noi a guardare il telegiornale la mattina e sentire ogni giorno di questi casi compiuti da italiani… siamo noi ad essere preoccupati per le nostre famiglie e i nostri figli… altro che ladri di bambini… Noi lavoriamo tutto il giorno: ogni famiglia ha un camioncino con il quale gli uomini vanno a fare la raccolta del ferro. Abbiamo un patentino di Veritas, noi lo raccogliamo e poi lo consegnamo alla ditta Colombara che ci paga: facciamo un servizio alla città, nel Comune di Venezia. Le donne invece restano nel campo, si occupano della casa e dei bambini, alcune lavorano come addette alle pulizie».
Molti i pregiudizi da sfatare. A sedersi intorno a un tavolo con loro si possono smantellare velocemente parecchi pregiudizi. Innanzitutto si scopre che i sinti di via Vallenari non sono le stesse persone che si vedono girare per la città a chiedere l’elemosina e che spesso si fingono zoppicanti e storpi per impietosire.
I sinti non sono rumeni; le persone che risiedono al campo sono principalmente appartenenti a tre famiglie, di origine Istriana: «Pensa te – dice Paolo – i nostri nonni erano italiani…». Per cercare nei loro tratti somatici elementi identificati come “tipici” dei nomadi bisogna fare un po’ di fatica.
La carnagione scura, i capelli mori sono un po’ troppo poco per definire qualcuno come “zingaro”. Tra i giovani e i bambini è praticamente impossibile: molti di loro hanno i genitori misti e poi vestono in modo curato, soprattutto i ragazzi: abiti firmati, acconciature alla moda… Per non parlare poi della lingua che parlano: il dialetto veneziano.
«Nessuno è santo - dice uno dei più anziani - anche noi possiamo avere qualche problema ogni tanto, in passato possono esserci anche stati episodi spiacevoli, ma mai di tale gravità da giustificare un così forte pregiudizio: è vero abbiamo fatto forse un po’ di confusione per qualche festa, ma non abbiamo mai rubato nulla o violentato nessuno. Possono controllare, che chiedano alla polizia». «Fino a 5 anni fa - continua Paolo - pochissimi sapevano che eravamo qui. Poi hanno costruito dei condomini a ridosso del campo. E allora siamo diventati troppo invadenti, troppo rumorosi, troppo dediti alla vita all’aperto da disturbare le abitudini di coloro che vivevano negli appartamenti con la terrazza che dava sul campo. Ma noi eravamo qui prima di loro. Hanno cominciato ad accusarci, leggiamo sui giornali le dichiarazioni di persone che ci conoscono e che credevamo amici, ma che ora ci voltano le spalle».
«Comunque ce ne andiamo volentieri – prosegue un altro – ora che ci spostano nel nuovo villaggio: siamo contenti, finalmente avremo dei bagni privati, dove poter lavare i nostri figli d’inverno senza farli morire di freddo».
Qualche episodio spiacevole con la polizia. Il fatto che la comunità di via Vallenari non abbia mai avuto problemi con la giustizia non li esenta dal ricevere puntualmente una o due volte la settimana la visita della polizia: «Passa di qua la pattuglia – dice Paolo – controllano. E non trovano niente. Noi non abbiamo problemi: che passino pure, li salutiamo. Il problema è quando vengono con la violenza: è capitato anni fa che ci hanno caricati tutti su due pullman per farci fotografare e schedare. Tutti, anche i bambini, a spintoni trattandoci come criminali. La polizia era addirittura in divisa antisommossa. Poi l’anno scorso fecero un controllo in tutti i campi del Veneto: vennero all’alba, era freddo, e ci buttarono tutti fuori dal letto in malo modo, eravamo tutti in pigiama, buttarono per aria tutto, ci fecero altre foto e comunque non trovarono nulla. In altri campi qualcosa saltava fuori, ma qui da noi non trovarono nulla. Questo per dire che non bisogna mai generalizzare. Ci sono anche i criminali, i ladri, come ci sono tra di voi, ma non in via Vallenari».
Le difficoltà di integrazione però esistono. «E pensare che noi vorremmo semplicemente lavorare e stare con la nostra famiglia – continua Paolo – ci piacerebbe anche fare altri lavori, abbiamo più volte chiesto in giro e a prima vista nessuno ci crea problemi, ma quando viene fuori il nostro cognome, dove viviamo e chi siamo ci penalizzano».
Migliori risultati si ottengono sul piano scolastico, dove l’integrazione è avviata da tanti anni e comincia a produrre i primi risultati: «I nostri figli vanno tutti a scuola – dice Maria Paola – e anche all’asilo, ormai». Nonni e genitori non hanno frequentato la scuola, perché non fa parte della loro cultura, ma piano piano questa abitudine si sta radicando.
«Qualche problema – continua – c’è invece alle medie, dove i ragazzi non riescono ad integrarsi e spesso dopo il primo anno abbandonano lo studio, per riprenderlo più avanti e ottenere la licenza di terza media e poter quindi accedere ad alcune professioni. Alle elementari va molto meglio, grazie anche agli operatori del Comune che vengono ad aiutare i bambini con i compiti».
Un diverso concetto di “casa”. In questa direzione è stato portato avanti il progetto del nuovo villaggio, al quale hanno collaborato con il Comune gli stessi residenti, evidenziando elementi e necessità che altri non avrebbero potuto intuire. Per questo lo aspettano con trepidazione e non vedono l’ora di potersi trasferire per poter vivere dignitosamente ma anche nel rispetto di una loro tradizione, secondo la quale anche il giardino è “casa”.
Ma quando è stato il momento di decidere se trasferirsi nel nuovo villaggio o se rientrare nelle graduatorie per la casa comunale per molti è stata una scelta sofferta. Dietro questa scelta c’è la storia di un popolo, e forse è un po’ troppo facile chiedere semplicemente di “adattarsi”…
«Fino all’ultimo ci abbiamo riflettuto – dice Paolo – ma alla fine abbiamo deciso che non potevamo farcela. Alcune famiglie già in passato si sono trasferite in appartamento, ma per alcuni è stato traumatico, c’è chi non riusciva ad avvicinarsi alle finestre perché soffriva di vertigini: non siamo abituati a vivere con qualcuno sotto o sopra di noi, non siamo abituati all’altezza, e soprattutto non siamo abituati a vivere al chiuso… Ci piace stare tutti insieme con le nostre famiglie: se andassimo a vivere in appartamento dovremmo separarci. E poi abbiamo già perso tutte le nostre tradizioni, almeno questa vorremmo mantenerla…».
In sette famiglie invece hanno deciso di fare il passo. «Non si può essere “zingari” per sempre – dice un uomo appartenente a una di quelle sette famiglie che ha fatto domanda per trasferirsi in appartamento – ho scelto l’appartamento perché ho pensato ai miei figli e ai miei nipoti: il mondo cambia e dobbiamo anche noi civilizzarci. Spero in questo modo incontreremo meno pregiudizi».
Più conoscenza per combattere i pregiudizi. «Non è facile vivere sempre con il pregiudizio sulla testa – dice con una vena di amarezza Paolo – cosa dobbiamo fare per far capire chi siamo? Basterebbe solo che la gente sapesse la verità . Ci sono molte persone che ci conoscono e sanno come viviamo, il mio medico ad esempio viene spesso a cena a casa mia e non ha paura perché mi conosce».
Poi conclude: «Ringraziamo il sindaco e tutti coloro del Comune che finora ci hanno aiutato. Ringraziamo anche il Patriarca che è stato qui con noi, è stata una bella giornata di festa. E a coloro che continuano a vederci con diffidenza diciamo: che vangano qui a vedere, che vengano a conoscerci prima di parlare e di giudicare».
Pecunia non olet
Onorevole Roberto Fiore, impiccare un ragazzo di 21 anni perché gay, fa parte della politica antimperialista che lei tanto apprezza nel dittatore Ahmadinejad?

Un dittatore sanguinario, un gruppo di imprenditori e un eurodeputato neofascista: l’allegra combriccola si è ritrovata ieri sera all’Hotel Hilton di Roma, per parlare di affari e di politiche antimperialiste. Il dittatore è il presidente della repubblica islamica dell’Iran Mahmud Ahmadinejad, gli imprenditori sono alcuni bei nomi dell’economia italiana e il politico è il segretario nazionale di Forza Nuova Roberto Fiore.
Nel forum di Forza Nuova, l’esultante annuncio: “Nella giornata di ieri, il Segretario nazionale di Forza Nuova ed eurodeputato on. Fiore, ha incontrato all'Hotel Hilton di Roma il Presidente dell'Iran Ahmadinejad.
E' stato l'unico uomo politico italiano a farlo. Fiore ha espresso il sostegno di Forza Nuova alla politica antiimperialista (sic) dell'Iran.”
Sull’incontro, ecco la cronaca pubblicata sul Riformista di oggi:
Mediobanca ed Enel. Assolombarda e Snamprogetti. Ma anche il ministero per lo Sviluppo economico e Fata (Gruppo Finmeccanica). La Lista merita la lettera maiuscola e a scorrerla c'è da sgranare gli occhi: nero su bianco c'è un pezzo della elite del capitalismo nazionale, i campioni della impresa italiana accanto alla piccola e media impresa. Tutti invitati al convegno "Possibilità di sviluppo delle relazioni economiche tra Italia e Iran", organizzato dalla ambasciata iraniana e dalla Camera di commercio e industria Italo-iraniana e al quale è intervenuto il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad prima di ripartire per Teheran.
Dunque, mentre in piazza del Campidoglio cittadini, associazioni e politici di tutti gli schieramenti si preparavano a manifestare al grido di «Free Iran» - stampato a caratteri di scatola sulla copertina nera del Riformista - qualche chilometro più in là, sulla cima di Monte Mario, una fila ordinata di imprenditori e di professionisti si preparava ad entrare nei saloni dell'hotel Hilton per ascoltare il discorso del presidente iraniano. (…) Certo, non tutte le delegazioni contenute nella lunga lista degli inviti alla fine sono andate. E non tutte sono rappresentative dei massimi livelli aziendali. Però nella nutrita pattuglia che era attesa all'Hilton c'erano anche i grandi nomi. Non c'era l'Eni, ad esempio, ma c'era Snamprogetti. E non c'erano soltanto le grandissime aziende. Come detto, il grosso degli invitati era formato da piccoli e medi imprenditori. E da studi di professionisti; avvocati e commercialisti. E da rappresentanti di alcune categorie produttive. Tra tutti, TecnoEffe, Banca Ubae, Assocarni, Federlegno-Arredo, Gruppo Fata. E ancora: Pedrini spa, Sacmi, Landi Renzo, Afrimeds Bd, Selex Comunications, Pert srl, Morando srl, Prodit enginering spa, Industrial Packing srl, Aren srl, Studio Progettazioni Ai Associati, Mori spa, Safe srl, Keller elettromeccanica.
(…) Al convegno c'è anche Raimondo Cagiano de Azevedo, prorettore con delega per le relazioni internazionali della Università di Roma La Sapienza. Racconta di essere stato in Iran con l'università e che lo scambio tra studenti e docenti è proficuo. E spiega che la situazione politica non facilita le cose ma che «le università hanno un buon grado di autonomia in tutti in paesi». Ciò detto, come cittadino spiega di non condividere la politica iraniana ma che come ricercatore incontra sempre volentieri studenti e colleghi.
È, quella del prorettore de La Sapienza, una posizione comprensibile per uno studioso. Ma nel gruppone che scende le scale che portano ai saloni dove di lì a poco si svolgeranno i lavori, Raimondo Cagiano de Azevedo è piuttosto isolato. Intorno a lui, le attese sono altre. Perché, come si dice, business is business.
Per saperne di più…
Il Riformista
Informazione Corretta
Forum ufficiale di Forza Nuova
Un grande popolo, una grande repressione

In Iran la gente lo chiama Antari Nejad, della stirpe delle scimmie, mentre il satirista Ebrahim Nabavi gli ha dedicato un libro –ovviamente vietato dalle autorità- intitolato AN, le iniziali di Ahmadi-Nejad (della stirpe di Ahmad), che in iraniano significa ‘cacca’.
Lui, il presidente della repubblica islamica dell’Iran, prima di partire alla volta dell’assemblea Fao di Roma, se ne è uscito con altre deliranti, e pericolose, dichiarazioni sulla distruzione di Israele, sui paesi amici del diavolo, sulla rovina delle ricchezze. Se ne tornerà a Teheran, dai suoi cappi dove appende omosessuali e dissidenti, dalle sue pietre con le quali fa lapidare le adultere, dal suo uranio arricchito con il quale minaccia il mondo.
Come scriveva oggi Umberto Ranieri sul Riformista, Mahmud Ahmadinejad non è “un demagogo dilettante o un residuo del passato rivoluzionario dell’Iran destinato a tramontare”. E’ un governante pericoloso e abile, il quale sa perfettamente sfruttare i mass media e gli scenari internazionali. In Italia la sinistra radicale brucia le bandiere americane e israeliane, ma tace sulle infinite violazioni dei diritti umani in Iran. Qualcosa, però, finalmente si muove anche nel centro-sinistra italiano e, a poche ore dalla manifestazione per un libero Iran che proprio il quotidiano Il Riformista promuove questa sera a Roma, al Campidoglio, sono uscite due note stampa del Partito Democratico. Eccone il testo:
"Vogliamo un Iran democratico": dichiarazione di Luciano Vecchi* del Coordinamento nazionale Pd
“Ho partecipato con convinzione alla manifestazione, promossa da associazioni di esuli iraniani e da organizzazioni per i diritti umani che si è tenuta oggi pomeriggio a Piazza di Spagna, così come sarò questa sera alla manifestazione in Piazza del Campidoglio.
Abbiamo così voluto esprimere il nostro pieno sostegno a quanti – e noi in prima fila – si battono per la difesa dei diritti umani, civili e politici in Iran ed in ogni Paese del mondo.
Lo sdegno per le dichiarazioni del Presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele deve essere espresso con forza. Così come forte è la riprovazione verso un regime che reprime un grande popolo come è quello iraniano.
Vogliamo un Iran democratico che sia parte della comunità internazionale. Vogliamo che un grande Paese come l’Iran valorizzi, e non reprima, un popolo straordinario che tanto alla storia del mondo.
E’ per questo che oggi condanniamo le minacce che vengono da Ahmadinejad. E’ per questo che chiediamo che ci si impegni affinché il regime iraniano rinunci ad ogni ipotesi di dotarsi di un potenziale nucleare militare.
* Vecchi è stato parlamentare europeo e responsabile Esteri dei Ds
Fao. Roberto Cuillo* (Pd): “Grave ritiro accredito ad Amehd Rafat. Governo dia spiegazioni”
"Non ci risulta nessuna giustificazione al ritiro dell'accredito di un giornalista come Amhed Rafat, che da tempo lavora in Italia. Speriamo che non sia vero ciò che viene detto, cioè che il ritiro dell'accredito sarebbe stato richiesto dalla delegazione iraniana al vertice Fao, perché se ciò fosse vero il Governo italiano sarebbe oggettivamente complice del regime di Ahmadinejad. E' bene che vengano date spiegazioni immediate". Lo afferma Roberto Cuillo, esponente del Pd.
* Cuillo è stato responsabile Comunicazione dei Ds
Per saperne di più…
Il sito della Fao
Il sito del Partito Democratico
Il sito del Consiglio nazionale della Resistenza Iraniana
Il Sito delle Donne Democratiche Iraniane
Dai gay russi ai campi di Che Guevara

Parate in Urss
La Norvegia è stato il primo paese al mondo a dare agli omosessuali una protezione legislativa, attraverso una norma anti-discriminazione del 1981. il codice penale norvegese rende perseguibile penalmente colui che discrimina un’altra persona sulla base dello stile di vita o tendenza all'omosessualità". Nei paesi islamici essere omosessuali comporta la prigione e, spesso, la morte, come accade in Iran, dove più volte all’anno le alte gru fanno mostra degli impiccati.
In Russia la situazione è ambigua: il reato di omosessualità (previsto nell’ordinamento dell’Unione delle Repubbliche Socialista Sovietiche) è stato abolito nel 1993. Nel 2005 è stata approvata una legge anti-discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale, ma in realtà l’omosessualità è malvista e poco tollerata dalle stesse istituzioni.
Qualcosa, però, si muove. Dalle violente repressioni del primo e secondo Gay Pride di Mosca nel 2006 e nel 2007, in cui le forze di polizia sono intervenute con una durezza inaudita, si è passati al Gay Pride di quest’anno, relativamente ‘calmo’, ma anche scarsamente partecipato: appena un centinaio gli attivisti scesi in strada.
Ecco la cronaca pubblicata nelle pagine di oggi del quotidiano l’Unità. Un unico appunto: l’articolo termina sottolineando come la società russa post-comunista sia omofoba al pari di quella zarista. Dimentica, il giornalista, che fra la Russia zarista e quella degli anni Duemila non c’è stato un paradiso ora perduto, dove l’omosessualità era serenamente tollerata. C’è stato, invece, un periodo di dura repressione, di morte e di prigione, assai più duro di quello attuale. Cinquantamila gli omosessuali scomparsi nei Gulag sovietici, senza contare quelli internati e uccisi in Cina, a Cuba e in molti altri paesi soggetti a regime comunista. Non si dimentichi che fu proprio Che Guevara a inventare i campi di concentramento (UMAP) per i gay cubani.
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Gay Pride a Mosca nonostante il divieto del sindaco
La polizia ferma 36 manifestanti ma non tollera gli attacchi degli ultrà di destra come aveva fatto nelle due precedenti edizioni
MOSCA - Uova, ingiurie e 36 fermi, ma niente manganelli, aggressioni e arresti per la manifestazione, peraltro sotto tono, con cui i gay russi hanno sfidato a Mosca per il terzo anno consecutivo il divieto del sindaco Iuri Luzhkov. Questa volta le forze dell’ordine non hanno usato il pugno di ferro e sono intervenute con fair play per far rispettare il «nyet», ma anche per bloccare gli aggressori, fermando una quindicina di nazionalisti pronti a lanciare uova. Nei due Gay Pride precedenti, invece, avevano tollerato gli scontri, e lo scorso anno avevano arrestato anche due esponenti politici italiani, l’europarlamentare radicale Marco Cappato e l’allora deputato di Rifondazione Comunista, Vladimir Luxuria.
Il clima della manifestazione sembra segnare quindi un apparente progresso nel rispetto dei diritti civili che il nuovo presidente russo Medvedev ha promesso di voler rafforzare fin dal suo giuramento.
Complessivamente gli omosessuali scesi in piazza sono stati meno di cento, con scarse presenze straniere. Una parte si è diretta, come annunciato, verso il municipio sulla centralissima via Tverskaia, presidiata anche da agenti in assetto antisommossa. L’obiettivo era Luzhkov, per il quale i Gay Pride sono «opera di Satana» e «armi di distruzione di massa».
Dal balcone di un edificio è stato srotolato un grande striscione che reclamava «diritti per i gay e per le lesbiche», poi rimosso tra i fischi dei contestatori. Alcuni dei contromanifestanti, tradizionalmente militanti di gruppi di estrema destra e ortodossi ultraconservatori, hanno gridato ingiurie contro gli omosessuali («pederasti, il vostro posto è all’inferno») e lanciato uova, mentre alcune babuske (nonnette) brandivano croci e icone. La polizia è intervenuta quando un contestatore ha cercato di aggredire un gay.
In totale, tra gli omosessuali, gli agenti hanno fermato 13 manifestanti per aver violato il divieto al corteo ed altri 23 per resistenza.
Un altro gruppo di militanti ha scelto invece di radunarsi a sorpresa, e senza incidenti, davanti alla statua di Ciaikovski che troneggia davanti all’omonimo conservatorio: «Un posto simbolico per rendere omaggio ad una persona che era gay e che nello stesso tempo dovette dissimularlo a causa delle leggi repressive e della disapprovazione nella societa» zarista dell’epoca, ha spiegato il promotore dell’iniziativa, Nikolai Alexeiev. Una società che non sembra molto diversa da quella fortemente omofoba della Russia post-comunista, dove il reato di omosessualità è stato abrogato 15 anni fa.


