Giornale di bordo

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Né i giudei né i nazareni...

Lo statuto integrale del movimento islamico Hamas, contro il quale sta combattendo lo stato di Israele, si può consultare nel sito del Cesnur.

hamas_349Articolo 13


Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono il jihad.

"Allah ha il predominio nei Suoi disegni, ma la maggior parte degli uomini non lo sa" (Corano 12, 21).

Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza internazionale per cercare una soluzione al problema palestinese. Alcuni accettano l'idea, altri la rifiutano per una ragione o per un'altra, domandando il rispetto di una o più condizioni come requisito per organizzare la conferenza o per parteciparvi. Ma il Movimento di Resistenza Islamico - che conosce le parti che si presentano alle conferenze e il loro atteggiamento passato e presente rispetto ai veri problemi dei musulmani - non crede che queste conferenze siano capaci di rispondere alle domande, o restaurare i diritti o rendere giustizia agli oppressi. Queste conferenze non sono nulla di più che un mezzo per imporre il potere dei miscredenti sui territori dei musulmani. E quando mai i miscredenti hanno reso giustizia ai credenti?

"Né i giudei né i nazareni saranno mai soddisfatti di te, finché non seguirai la loro religione. Dì: 'È la Guida di Allah, la vera Guida'. E se acconsentirai ai loro desideri dopo che hai avuto la conoscenza, non troverai né patrono né soccorritore contro Allah" (Corano 2, 120).

Non c'è soluzione per il problema palestinese se non il jihad. Quanto alle iniziative e conferenze internazionali, sono perdite di tempo e giochi da bambini. Il popolo palestinese è troppo nobile per mettere il suo futuro, i suoi diritti, e il suo destino nelle mani della vanità. Come afferma un nobile hadith: "Il popolo della Siria è la frusta di Allah sulla Terra. Con loro si prende la sua rivincita su chi vuole. Ai loro ipocriti è vietato regnare sui loro credenti, e muoiono nell'ansia e nel rimorso" (riferito da al-Tabarani, come rintracciabile attraverso una catena di fonti fino al Profeta, e da Ahmad, la cui catena di trasmissione è incompleta. Ma deve trattarsi di un vero hadith, perché queste storie sono credibili, e Allah è veridico).


Articolo 15

Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, il jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all'usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera del jihad. Questo richiede la propagazione di una coscienza islamica tra il popolo a livello locale, arabo e islamico. È necessario diffondere lo spirito del jihad all'interno della umma, scontrarsi con i nemici, e unirsi ai ranghi dei combattenti.

Il processo educativo deve coinvolgere gli 'ulama così come i professori e i maestri, gli uomini della pubblicità e dei mezzi di comunicazione così come i dotti, e specialmente la giovinezza dei movimenti islamici e loro docenti. Introdurre cambiamenti fondamentali nei programmi scolastici e universitari è obbligatorio, per ripulirli dalle tracce dell'invasione ideologica degli orientalisti e dei missionari. Questa invasione ha cominciato a sommergere il mondo arabo dopo la sconfitta delle armate crociate da parte del Saladino [1138-1993].
I crociati compresero che era impossibile sconfiggere i musulmani senza prepararsi prima attraverso un'invasione ideologica che confondesse il pensiero dei musulmani, rendesse impura la loro verità, e screditasse i loro ideali; solo in seguito un'invasione militare avrebbe potuto avere successo. L'invasione dell'ideologia prepara la strada all'invasione imperialista, e così il generale Allenby poteva dichiarare entrando a Gerusalemme: "Ora le Crociate sono finite." E il generale Gorot, ritto di fronte alla tomba del Saladino, disse: "Ecco, siamo ritornati, o Saladino".
L'imperialismo ha aiutato l'avanzata dell'invasione ideologica e ha reso più profonde le sue radici; e continua a farlo. Tutto questo ha portato alla perdita della Palestina.

Dobbiamo instillare nelle menti di generazioni di musulmani l'idea che la causa palestinese è una causa religiosa, e deve essere affrontata su queste basi. La Palestina include santuari islamici come la moschea di al-Aqsa, che è collegata alla Santa Moschea della Mecca da un legame che rimarrà inseparabile fino a quando i Cieli e la Terra non passeranno, dal viaggio del Messaggero di Allah - possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con Lui - fino alla stessa moschea di al-Aqsa, e alla sua ascensione da essa.

"Proteggere i musulmani dagli infedeli nella causa di Allah per un giorno è migliore del mondo intero e di tutto quanto è alla sua superficie, e un posto in Paradiso così piccolo come quello occupato dalla frusta di uno di voi è migliore del mondo intero e di tutto quanto sta sulla sua superficie; e il viaggio di un mattino o di una sera che il credente compie per la causa di Allah è migliore del mondo intero e di tutto quanto sta alla sua superficie (riferito da al-Bukhari, Muslim, al-Tirmidhi, e ibn Maya).

"Da colui nelle cui mani è la vita di Muhammad, amo essere ucciso - sulla via di Allah - poi essere resuscitato alla vita, quindi essere di nuovo ucciso e di nuovo richiamato alla vita, e ucciso ancora una volta" (riferito da al-Bukhari e Muslim).


Articolo 34

Fin dall'alba della storia, la Palestina è stata l'ombelico della Terra, il centro dei continenti, e l'oggetto dell'avidità per gli avidi. Il Messaggero - possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui - sottolinea questo fatto in un suo nobile hadith, in cui si rivolge al suo venerabile compagno Mu'az bin Jabal, dicendo: "O Mu'az, Allah conquisterà la Siria per te, quando sarò morto, da al-'Arish all'Eufrate. I suoi uomini, donne e schiavi diventeranno guardie di frontiera fino al giorno della resurrezione. Se qualcuno di voi sceglierà di rimanere nelle pianure siriane o palestinesi, rimarrà sempre in stato di jihad fino al giorno della resurrezione".

Gli avidi hanno posto gli occhi sulla Palestina più di una volta, e la hanno invasa in armi perseguendo le loro aspirazioni. Fu invasa da orde di crociati, che portavano con sé la loro fede e alzavano la loro croce. Riuscirono a vincere i musulmani per un momento, e per circa due decenni i musulmani non riuscirono a rialzare la testa, finché si riunirono all'ombra della loro bandiera religiosa, furono capaci di unirsi, resero gloria al loro Signore e partirono per il jihad sotto la guida del Saladino. Così venne l'ovvia vittoria, le Crociate furono sconfitte, e la Palestina liberata.

"Di' ai miscredenti: 'Presto sarete sconfitti. Sarete radunati nell'Inferno. Che infame giaciglio!'" (Corano 3, 12).

Questa è l'unica via alla liberazione. La testimonianza della storia non lascia dubbi. È una delle regole dell'universo, è una delle leggi dell'esistenza. Solo il ferro può spezzare il ferro, solo la vera fede dell'islam può sconfiggere la loro credenza falsa e corrotta. La fede può essere combattuta solo dalla fede. In ultimo, la vittoria appartiene alla verità, perché la verità non può essere che vittoriosa.

Ottimista sul futuro

vittorio_foa_455Vittoria Foa è l’uomo più ottimista che io abbia conosciuto. Così Walter Veltroni, che raccontava, a settembre, durante alcune giornate di studio palermitane, poco prima della scomparsa di Foa: «Se dovessi pensare alla persona più carica di speranza che mi sia capitato di conoscere nella vita, penserei a Vittorio Foa (…) Sono stato a trovarlo recentemente e come sempre mi ha infuso ottimismo; a un certo punto mi ha detto: “Sto scrivendo la prefazione per la nuova edizione del mio libro, è pessimista”. Io allora mi sono bloccato, lui ha sentito, ha avvertito che ero rimasto sorpreso e mi ha detto: “No, no, forse non ci siamo capiti, pessimista sul passato e ottimista sul futuro”».

Questo ottimismo che in Foa si è unito alla capacità di interrogarsi continuamente (e all’ironia, prima di tutto verso se stesso), in che rapporto è col suo ebraismo, con quella straordinaria cultura che ha nella propensione alla domanda la sua anima più vera?
Lui, antifascista condannato alla ‘villeggiatura’ (come direbbe Berlusconi) del confino, poi nel Cln e nella Resistenza, nel Partito d’Azione e quindi nel movimento operaio, a sinistra ma mai dogmatico, saldamente democratico e liberale; sempre riflessivo, pronto al dubbio e a interrogarsi, come ogni giorno fa il popolo della Parola che non teme di interrogare senza posa il proprio dio (il rifiuto dell’autoritarismo è parte essenziale dell’animo ebraico), come ha vissuto l’ “essere ebreo”?

Anna Foa, la figlia maggiore di Vittorio, storica e docente universitaria, lo racconta sull’ultimo numero della rivista Ha Keillah, bimestrale torinese del Gruppo di Studi Ebraici. Un articolo che ho trovato di grande amore e di grande riflessione su una delle personalità più belle e più forti del Novecento europeo.
Forse in queste ultime ore del 2008, dove i sentimenti di odio e i fondamentalismi d’ogni genìa prevalgono sulla parola, leggere queste righe di Anna Foa può essere utile, magari per capire che ancora una volta dovremmo chiedere alla sentinella ‘a che punto è la notte’, per scoprire che la sola risposta è nella stessa domanda.


Un’appartenenza forte
di Anna Foa

Quando Ha Keillah mi ha chiesto un contributo sul rapporto di mio padre con l’ebraismo, ho avuto un primo moto di stupore. Mi sembrava di non essere in quanto sua figlia la persona più adatta a parlarne, proprio per la mancanza di distanza che mi deriva da questo intreccio tra dimensione pubblica e privata. Ho poi dovuto convenire di avere effettivamente qualcosa da dire, perché era un tema che nelle conversazioni fra me e mio padre era tornato frequente, in fasi diverse della vita. Ma prendete queste righe come una pura testimonianza, che non vuole né può assurgere al livello di una riflessione. E perdonate se per ricordare il suo ebraismo nell’unico modo che posso, cioè attraverso le mie percezioni, finisco per parlare troppo spesso del mio modo di essere ebrea.

Nipote di rabbino, mio padre ha vissuto i suoi primi anni in una moderata osservanza della tradizione, voluta più da suo padre che da sua madre, Lelia Della Torre, ironica e lontana dalla religione. Non penso che mio padre abbia mai creduto in Dio, neppure da piccolo, e so dai racconti famigliari che il suo Bar Mitzwah ha coinciso con l’abbandono della tradizione. Il suo rapporto con la tradizione religiosa è stato complesso e anche conflittuale. Quando ci fu a Torino il funerale di mio nonno, richiesto di recitare il kaddish rispose di "non essere preparato".

Eppure, alcuni anni prima aveva chiesto a mio nonno di dare a me e a miei fratelli Renzo e Bettina la sua benedizione a Shabbath, quando eravamo da lui. Ricordo ancora con emozione le mani congiunte di mio nonno sul mio capo, ma allora ignoravo che fosse stata una sua richiesta. Più recentemente, dopo la mia conversione all’ebraismo, venne per alcuni anni, finché si muoveva facilmente, ai miei Sedarim di Pasqua e di Rosh ha Shanah, al tempo stesso intrigato e conflittuale. Temette che io diventassi un’osservante, e trasse un sospiro di sollievo quando capì che non era così. In realtà, nonostante i conflitti, il mio ebraismo derivò molto da lui, da quella che ho sempre percepito in lui come una saldissima identità ebraica.

Fin da bambina, l’essere ebrea mi è parsa infatti una condizione naturale, una porzione fondamentale di me: appartenevo ad una minoranza, con una storia ricca e particolare, e non mancavo di esserne fiera. Questa percezione di me, anche se mi derivava dalla parte ebraica della famiglia, non trovava nessuna contrapposizione nella parte non ebraica, che era sì "non ebrea", ma non era neppure cattolica (mia madre, Lisa Giua, non era stata nemmeno battezzata, da due genitori, Michele e Clara, socialisti e distanti da ogni religione) e che non ha mai considerato l’essere ebreo come un marchio di diversità.

Credo che questa formazione abbia contribuito a rendere il mio "meticciato" armonico e abbia facilitato la mia identificazione ebraica: un’armonia che è stata rotta solo, decenni dopo, dalla improvvisa consapevolezza, quando ho preso a leggere e a studiare, che la parte ebraica di me, quella paterna, non era sufficiente, anzi era per il rabbinato del tutto inutile. Quel mio sentirmi ebrea pur senza esserlo, in cui riproponevo l’ebraismo di mio padre, che lui sì aveva tutti i crismi per esserlo, era qualcosa che allora non sapevo bene cosa fosse, di cui ignoravo norme e pratiche religiose, e di cui ignoravo perfino i rapporti con il mondo più ampio in cui vivevo e che era il mio. Era però quanto mio padre allora mi trasmetteva, e che vivevo come una condizione naturale. Oggi potrei definirla un’armoniosa assimilazione.

L’essere ebreo di mio padre era un dato di fatto: un ebreo impegnato nel percorso politico della ricostruzione dell’Italia, e non in quello comunitario, un ebreo assolutamente non credente e laico, "assimilato", ma sempre e intensamente ebreo. I racconti famigliari, i libri che circolavano per casa, il disprezzo per la scelta della conversione attuata da altri, e mai nella nostra famiglia, la stessa domanda frequente di mio padre quando gli parlavamo di qualche amichetto o amichetta, "sono ebrei?", tutto in casa sottolineava un’appartenenza forte.

Un ebraismo senza religione, vissuto nella Torino del dopoguerra, in un contesto ebraico-antifascista che lo garantiva e avallava dall’esterno. Ma quanta parte aveva in questo modo di essere e sentirsi ebrei la persecuzione, la Shoah? Non ho la sensazione che allora ne avesse molta. Certo, negli scaffali di casa c’erano tutte le memorie della deportazione. Ma ciò che definiva allora l’ebraismo di mio padre, e quello dei parenti ed amici intorno a noi, almeno nella mia percezione di allora, non era tanto la persecuzione, quanto l’appartenenza ad una minoranza.

Le storie famigliari sulle fughe, i nascondimenti dei miei nonni, erano un elemento importante ma non esclusivo del quadro. La persecuzione, inoltre, saldava in me la percezione ebraica con quella antifascista: mio padre era stato condannato dal Tribunale speciale come antifascista, non come ebreo, come provava il fatto che fosse stato insieme a lui condannato alla stessa detenzione anche mio nonno, Michele Giua. E se i miei nonni Foa avevano dovuto vivere sotto falso nome perché ebrei, quelli Giua lo avevano dovuto fare perché antifascisti. Da mio padre appresi immediatamente a vivere senza conflitto quelle due parti della nostra identità.

Altra cosa fu, quando dopo il 1950 venimmo a Roma, l’ambiente romano e il modo in cui noi "ebrei" torinesi ci inserimmo in esso. Nella scuola non si parlava né di sterminio degli ebrei né di antifascismo. Anche allora, vissi commiste le due appartenenze, antifascista ed ebraica, ma ora, a differenza che nei primi anni torinesi, in contrasto netto con l’ambiente circostante, come un marchio di diversità. Una diversità che nei miei ricordi mio padre non soltanto non attenuava, ma mi invitava ad assumere con orgoglio.

Nessun contatto avevamo con la Comunità romana, naturalmente. Eppure, l’anno scorso, non senza una mia qualche sorpresa, mio padre accolse con grande gioia, lui, l’ebreo assimilato, la proposta di Leone Paserman di conferirgli l’appartenenza onoraria alla Comunità Ebraica romana. Era vecchissimo ed emozionato nella sua casa di Roma, alla presenza di Riccardo Di Segni, Leone Paserman, Riccardo Pacifici e tanti altri.

Dopo i primi ricordi d’infanzia, l’ebraismo non assume rilievo nella mia memoria famigliare per molti anni. Questo non vuol dire che non ci fosse, era semplicemente un dato scontato. Eppure, in quegli anni si stava costruendo la memoria della Shoah, ed Israele era divenuta per gli ebrei un saldo pilastro identitario. La mia famiglia era stata estranea al sionismo sin dai tempi del mio bisnonno, il rabbino capo di Torino Giuseppe Foa, e non lo aveva recuperato nel dopoguerra, come invece accadde a molta parte del mondo ebraico italiano.

Estraneo, e in alcuni momenti di militanza di estrema sinistra anche ostile al sionismo, fu mio padre, ma essenzialmente perché vi vedeva un nazionalismo simile agli altri nazionalismi di cui aveva vissuto le mortali conseguenze. E questo resta vero in generale, anche se ci sono nella mia memoria piccoli flash di attenzione famigliare per il nuovo paese degli ebrei e, più tardi, preoccupazioni per il rischio che Israele correva nei conflitti.

Per mio padre – non ho dubbi perché poi ne abbiamo lungamente parlato – la preoccupazione dominante era che gli ebrei rinunciassero al loro universalismo per un nazionalismo basato sull’uso della forza, insomma che si attenuasse quella tensione morale, frutto della storia non dell’elezione divina, che ci distingueva nel mondo.

Molti anni dopo, la mia conversione, accompagnata da non poche letture e studi, e insieme il mio volgermi, nel mio mestiere di storico, verso la storia degli ebrei, furono occasione di molti scambi di idee fra me e mio padre, di discussioni, contrasti, condivisioni di letture e interpretazioni. In questi ultimi anni, in cui la sua progressiva cecità rendeva necessario leggergli libri e giornali, questo dialogo divenne per forza di cose più stretto.

Negli anni Novanta, quando io passavo una parte del mio tempo in Israele, venne a trovarmi: era la prima volta che veniva nel paese, e ne fu molto colpito. I temi della politica israeliana non mancavano mai di sollecitarlo, di incuriosirlo. Conosceva volentieri i miei amici israeliani e con loro era attento e pieno di curiosità e domande, mai aggressivo, anche quando, a volte, non si ritrovava nel loro modo di pensare. Il suo grande amore era la Diaspora, la condizione diasporica.

Ma ciò che gli premeva di più, in questi anni, era, io credo, definire di fronte a se stesso, e forse anche nel dialogo che aveva con me, questa sua identità ebraica, che aveva smesso probabilmente di apparirgli scontata ed ovvia, in un mondo ormai mutato, in cui la memoria della Shoah era divenuta onnipresente e la diaspora gli appariva sempre più debole di fronte all’egemonia di Israele.

Quando fu decisa la Giornata della Memoria, ebbe molti dubbi sull’istituzionalizzazione della memoria che poteva comportare. Io ero molto più favorevole, e ne discutemmo, ma recentemente ho molto ripensato ai suoi dubbi. Negli ultimi due o tre anni, gli lessi pezzo per pezzo, man mano che lo scrivevo, il mio libro sulla storia degli ebrei nel Novecento, che non ha fatto in tempo a veder pubblicato. Fu occasione di discorsi intensi fra noi, in cui l’età lo portava spesso ad emozionarsi, ma in cui le sue critiche erano sempre attente e razionali. A dicembre scorso, gli lessi un pezzo sugli "ebrei senza Dio", e una citazione di Freud che vi avevo inserito, tratta dalla sua prefazione all’edizione ebraica del 1930 di Totem e tabù, e che lo entusiasmò, tanto che l’ho letta al suo funerale, alla CGIL: "Nessun lettore di questo libro troverà facile mettersi nella posizione emotiva di un autore che ignora la lingua delle Sacre Scritture, che è completamente estraniato dalla religione dei suoi padri, come da tutte le altre religioni, e che non riesce a condividere gli ideali nazionalisti, ma che non ha mai ripudiato il suo popolo, che sente di essere nella sua essenza un ebreo e che non desidera cambiare questa sua natura. Se gli si ponesse la domanda: "Ma se avete abbandonato tutte queste caratteristiche comuni dei vostri compatrioti, cosa resta in voi di ebraico?"egli risponderebbe: "Moltissimo, probabilmente l’essenziale." Non potrebbe per ora esprimere a parole questo essenziale. Ma un giorno o l’altro, sicuramente, esso diventerà accessibile alla nostra scienza."

In questa frase di Freud mio padre si ritrovò appieno, e ne riparlò più volte. Diceva che quella frase esprimeva con parole esatte quello che lui aveva sempre pensato ma mai definito con altrettanta chiarezza, il suo essere ebreo.

Per saperne di più:
Il sito della rivista Ha Keillah
L'articolo di Anna Foa

La scheda di Wikipedia su Vittorio Foa

Hamas va alla guerra

Come vivono i bambini israeliani di Ashkelon- The Independent
Ancora una volta l’informazione mondiale rovescia le carte e maschera il colpevole da innocente. Potentissima, ricca come nessuno, ramificata ovunque, presente sia nella destra sia nella sinistra politica, la lobby islamica anche questa volta si è messa al lavoro.

Nei giorni scorsi Hamas aveva annunciato al mondo che non avrebbe confermato il ‘cessate al fuoco’ concordato con Israele. Chiaro era l’intento della rottura della tregua: alzare il prezzo all’inverosimile nella trattativa con Israele, adoperando l’arma del terrore, cioé il lancio continuo dei razzi Qassam in territorio israeliano con l’obbiettivo, più volte pubblicamente dichiarato, di uccidere quanti più civili possibili.

La fine della “hudna” (la cosiddetta tregua) è stata festeggiata dai miliziani islamici il giorno di Natale con una pioggia di Qassam nei pressi della Striscia di Gaza. La vigilia di Natale un gruppo di 150 pellegrini cristiani palestinesi diretti da Gaza a Betlemme per le festività, si è salvato per miracolo quando una bomba di mortaio sparata da terroristi palestinesi è caduta sul valico di Erez colpendo lo stabile nel quale si trovavano ma senza scoppiare.

Ieri sono stati sparati oltre venti colpi di mortaio e uno di essi ha distrutto una abitazione civile palestinese, uccidendo due bambine. Ma in realtà una tregua vera e propria non c’era mai stata: nei giorni immediatamente prima del 25 dicembre, sono stati sparati contro Israele un centinaio fra razzi e proiettili di mortaio. Ma anche in precedenza il lancio di Qassam non si era mai interrotto, era semplicemente diminuito di numero. Sderot e altre città israeliane non sono mai state risparmiate dalla violenza islamica e solo le potenti ed efficaci misure di protezione israeliane hanno impedito che ci fossero vittime fra i civili.

Un lento, inarrestabile, aberrante lavoro al servizio del terrore. Eppure nessun tg ci racconta il terrore delle famiglie israeliane, nessuna tv ci mostra i pianti disperati dei bambini israeliani sotto shock (foto The Independent), nessun giornale fa il resoconto della vita impossibile di chi abita a Sderot, Ashkelon e in altre città.

In questi giorni, poi, dei razzi di Hamas non si trovava notizia, se non poche righe relegate in posizioni marginali, tranne poche e meritorie eccezioni (fra cui Il Foglio e Il Riformista).

La disinformazione è proseguita oggi e andrà avanti nei prossimi giorni: la crisi medio-orientale è salita improvvisamente agli onori delle prime pagine e ha ottenuto l’apertura di tutti i telegiornali. L’altro giorno l’edizione serale del Tg 3 ha aperto con il rogo nel campo rom in Italia, confinando la morte delle due bambine palestinesi a opera dei miliziani islamici, a metà tg. Oggi -miracolo!- i perfidi israeliani si sono meritati la copertina.

Nessuno, però, ha correttamente parlato di ‘difesa’ o di ‘reazione’; la maggior parte degli organi di informazione, infatti, ha adoperato il termine ‘attacco’, quando l’operazione militare
Inoltre, i tg hanno acriticamente diffuso la versione di Hamas dei fatti, che parla di numerosissime vittime civili, quando invece Israele dichiara di aver colpito caserme e altri centri militari di Hamas. Nessuno ha ricordato che è stato Hamas a rompere la ‘tregua’, che è stato Hamas a far piovere razzi su Israele, che è stato ed è Hamas a non voler cessare il conflitto e a non riconoscere lo Stato di Israele.

Non parliamo, poi, di altre scorrettezze giornalistiche meno appariscenti ma non meno importanti, come adoperare la sineddoche “il governo di Tel Avivanziché “il governo di Gerusalemme” per indicare Israele. Un piacere ad Hamas, che continua a rivendicare per sé Gerusalemme capitale.

Lo scrittore Amos Oz, fondatore dell’associazione ‘Pace Adesso’ e certo non tenere verso il governo di Gerusalemme, ha dichiarato: “I bombardamenti che mirano a colpire sistematicamente le comunità civili israeliane sono un crimine di guerra e un crimine contro l´umanità. Lo Stato di Israele deve proteggere i propri cittadini. Che il governo israeliano non desideri entrare nella Striscia di Gaza è chiaro a tutti. Il governo preferirebbe il cessate il fuoco che Hamas ha violato e, in ultima analisi, cancellato, ma la sofferenza della popolazione civile attorno a Gaza non può protrarsi” (La Repubblica, 27 dicembre 2008).

Per saperne di più:

Il sito di Informazione Corretta, osservatorio sui mezzi di informazione italiani

Liberali per Israele, un focus su Israele

The Italians

the_italians_barzini_jr_400Non capita spesso che autori italiani siano famosi più all’estero che nel nostro Paese; neanche frequente è che un autore di lingua italiana scriva il suo libro in un’altra lingua, traducendolo o facendolo poi tradurre in italiano.
Ricordo, nel 1991, “Requiem” di Antonio Tabucchi: l’autore lo scrisse in portoghese, il libro uscì prima in Portogallo e poi in Italia, tradotto non da Tabucchi ma da Sergio Vecchio.
Accadde, però, anche alcuni anni prima, con un altro grande scrittore e giornalista (e politico: fu deputato del Pli, il partito Liberale italiano), di cui ricorre il 21 dicembre il centenario della nascita: Luigi Barzini Jr, figlio del famoso giornalista, e scrittore e giornalista anch’egli. Centenario celebrato negli Stati Uniti d’America ma pressoché ignorato in Italia.

Barzini Jr. mi è tornato in mente grazie a una curiosa coincidenza: sabato pomeriggio, sfogliando la terza pagina del Corriere della Sera, ho letto un articolo di Alessandra Farkas sul centenario e sull’omaggio della Fondazione del Corriere hanno organizzato giovedì 18 dicembre a New York. Dopo poco, passando in quello strano negozio in corso Vittorio Emanuele a Roma, appena oltre Chiesa Nuova in direzione San Pietro (non so il nome, forse “Invito alla lettura”: vi si trova un po' di tutto: dall'invenduto delle edicole alle magliette della Roma, da dvd e cd usati a una buona scelta di libri da fine Ottocento a oggi), trovo –e mi compro quale regalo di Natale a me stesso- la prima edizione italiana de “Gli italiani” di Barzini Jr.
Lo scrisse in inglese nel 1964; in Italia uscì, l’anno successivo, per i tipi della Mondadori, in una bella brossura, tradotto dallo stesso autore.
Di Barzini, in Italia, non si sa molto. Si provi a consultare Wikipedia che sforna biografia e aggiornamenti su scrittori improbabili e politici tronfi: su Barzini Jr ha tre righe tre.
Beppe Severgnini, l’editorialista del Corriere della Sera che ha titolato la sua rubrica Italians proprio in onore di quello che è il libro più famoso dell’autore, ha affermato che “Luigi Barzini Jr è stato vittima in patria di un’amnesia collettiva”.

Nel numero domenicale di America Oggi, il quotidiano in italiano pubblicato negli Stati Uniti, nel resoconto della giornata-omaggio di giovedì 18, si legge che sono stati i tre figli di Barzini: “(…) a non risparmiare certe accuse di ingratitudine nei confronti dell'Italia che non ricorda o non sa nemmeno chi fosse quel giornalista-scrittore, che invece in America, a un quarto di secolo dalla morte, resta uno degli autori italiani più conosciuti soprattutto per il best seller The Italians".
Il grande Gay Telese, sul Corsera, dichiara: “Barzini è stato l’ambasciatore delle lettere italiane in Usa”.
Gerald Howard, editor della casa editrice Doubleday, è caustico: “Forse Silone, Moravia, Calvino e Levi hanno avuto un impatto maggiore, ma prima di partire in Italia l’americano colto leggeva The Italians e non Vino e Pane e Cosmocomiche”.

Per saperne di più:

Wikipedia su Barzini

Barzini jr interprete della mente italiana (Beppe Severgnini sul Corriere della Sera)

Gay Talese: fu più popolare di Moravia. «Ma il suo Paese lo censurò» (Alessandra Farkas sul Corriere della Sera)

L’omaggio a New York della Fondazione Corriere della Sera (da America Oggi)

I giornalisti e il fascismo (da Articolo 21, Barzini Jr è citato in fondo all’articolo)

Il grido di Sileno

sileno_327Nell’ultimo numero di “D-La Repubblica delle Donne”, la rubrica delle Lettere ospita una intensa nota di una lettrice seguita da una risposta altrettanto interessante di Umberto Galimberti. Il motivo centrale dell’uno e dell’altro testo è il ‘senso della vita’; leggendoli, è tornato davanti a me quel frammento di Eraclito così duro, senza speranza: “Una volta nati, desiderano vivere ed andare incontro al loro destino di morte e mettono al mondo figli, in modo che altri destini di morte si compiano”.
La risposta di Galimberti è -poteva essere altrimenti?- aperta, non conclusiva; ipotizza, introducendo la frase con l'avverbio di dubbio 'forse', che l'amore potrebbe giustificare l'esistenza. Fa riferimento anche al ruolo delle religioni: "Per questo e non per altro sono nate le religioni, tutte le religioni, per garantire la sopravvivenza di un senso oltre la morte. E sotto questo profilo le religioni hanno aiutato l'umanità a non estinguersi nella rinuncia o nella disperazione (...)".

Esattamente quel ruolo consolatorio che Leopardi avrebbe rifiutato ("La ragione che abbiamo è Dio. - Dunque noi proviamo l'idea dell'assoluto coll'idea di Dio, e l'idea di Dio coll'idea dell'assoluto. Iddio è l'unica prova delle nostre idee, e le nostre idee l'unica prova di Dio. Da tutto ciò si conferma ciò che ho detto altrove che il primo principio delle cose è il nulla").

Quella stessa religione, peraltro, che è sì consolatoria, è sì portatrice di speranza (vera o falsa che sia), ma al tempo stesso ha armato e arma, proprio in nome di quella -oltraggiosa- speranza di una vita ultramondana, la mano di assassini o kamikaze di ogni risma e fede, Deus vult o Allah Akbar, eserciti con croci o mezzelune, templari o jiahdisti in cerca di santificazione e vita eterna.

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Lettera di E.L.
L'unico motivo per cui non oso togliermi la vita, non è la paura di soffrire, non è il dolore. E non è nemmeno la paura di non farcela da sola. L'unico motivo che mi trattiene è che non so come si sta dopo. Sarebbe troppo semplice. Siamo in una macchina infernale.
Complimenti. Chiunque tu sia, Dio, Spirito, Volontà, Casualità... ce l'hai fatta. Hai vinto. Su tutta la linea. L'hai studiata in modo sottile, perfetto. È il tuo capolavoro. E noi umani siamo delle pedine, dei soldatini... Prigionieri di un gioco crudele, in cui siamo stati buttati, senza che ci spiegassero le regole, non si sa da chi e perché. Una gabbia, una scatola chiusa, un circolo.

IO ODIO CIÒ CHE NON RIESCO A CAPIRE. E io non riesco a capire la vita. Io odio la vita. Mia tua sua... Io odio i sentimenti. Io odio le storie d'amore. Perché non hanno un senso.
Da un giorno all'altro, ti senti dire: non so più se ti amo o no. Ti viene detto: mi sono innamorato di un'altra. Che senso ha?
Io sto impazzendo a pensarci su. Non riesco a capire.

Perché in questo momento Luca nasce in Italia e Aramat in Africa? Perché Luca potrà vivere e Aramat dovrà sopravvivere? Ma chi è, cos'è che ha deciso tutto ciò? Ma io mi chiedo... perché il gioco è così crudele?
Perché tuo figlio nasce con una malattia che lo ridurrà per tutta la vita sulla carrozzella e ad avere il cervello di un bambino di tre mesi?
Perché proprio lui e proprio tu? Perché Giulia ha perso la mamma in una notte, portata di corsa all'ospedale mentre era a cena da amici? Perché perdi il figlio mentre attraversa la strada e viene investito da un'auto pirata? La sua risposta sarà: non c'è un senso. Non c'è un senso alla vita, non c'è un senso alla gioia, non c'è definizione di amore, non c'è un criterio che lo definisca in modo univoco così come non c'è senso al suo inizio e alla sua fine, non c'è senso al dolore, non c'è senso alla morte. Ebbene, io non riesco ad accettarlo.

Io continuo a chiedermelo, a cercare di capire. Io voglio capire, devo capire. Come faccio a vivere, sennò? La macchina è davvero ben studiata nella sua perfidia: ha confinato esseri razionali in un mondo dove tutto è irrazionale. Ecco la loro condanna. E dove anche il suicidio è una non scelta.

* * * * *

Risponde Umberto Galimberti
Ne "La nascita della tragedia", Nietzsche riferisce un'antica leggenda dove si narra che: "Il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo.
Rigido e immobile, il demone tace, finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: 'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile. Non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto'".

In che rapporto sta con questa saggezza antica la sua lettera? Non la voglio evidentemente invitare al suicidio, che peraltro lei ha già escluso come possibile soluzione, ma semplicemente accompagnarla nelle sue considerazioni sulla dimensione tragica dell'esistenza umana che, a differenza di quella animale, per vivere ha bisogno di costruire un senso, in vista della morte che è l'implosione di ogni senso. Noi infatti siamo abitati da una doppia soggettività. Una impersonata dal nostro io che fa programmi, progetti, instaura relazioni, amori, si proietta nel futuro, in una parola costruisce senso.

L'altra ci prevede come funzionari della specie, la cui vita si alimenta con la nascita e la morte dei singoli individui. Noi siamo soliti rimuovere questa seconda soggettività, a motivo della sua insensatezza se guardata dal punto di vista dell'individuo, anche se poi è lei a regolare il decorso della nostra vita nella sua ineluttabile carenza di senso. Per questo e non per altro sono nate le religioni, tutte le religioni, per garantire la sopravvivenza di un senso oltre la morte. E sotto questo profilo le religioni hanno aiutato l'umanità a non estinguersi nella rinuncia o nella disperazione, anche se la sapienza greca con Eschilo ci dice che si tratta di cieche speranze.

Io che non le do queste speranze posso solo dirle che constatare l'insensatezza dell'esistenza può promuovere il senso della misura, in quell'affaccendarsi forsennato degli uomini che non conosce limiti sia nell'autorealizzazione, sia nella disperazione. Forse, come lei accenna nella sua lettera, solo l'amore giustifica l'esistenza. Forse siamo al mondo solo per assaporare per brevi attimi questa esperienza che sembra sia concessa solo agli umani

(D- La Repubblica delle DonneAnno 13- n. 627 del 13 dicembre 2008)

Povera patria

natalex_309Come racconta il Natale un adolescente delle scuole medie inferiori? Il sito di Repubblica Scuola ha lanciato un progetto cui hanno aderito oltre 5 mila scuole italiane, e i risultati sono sorprendenti. Sorprendenti perché gli occhi dei ragazzi a volte guardano meglio di quelli degli adulti. Non è questione in innocenza o ingenuità (figuriamoci!), ma di riuscire a svelare l'inganno che si nasconde dietro le cifre della crisi economica sciorinate da un ministro in tv, dietro le pompose dichiarazioni di fiducia del premier, dietro gli asettici dati su licenziamenti, cassa integrazione, nuovi occupati. L'imperatore è nudo: è bastato una ragazzina per scoprirlo. Ecco il suo tema:


Lo Stato che ha fallito

di girl3 (Scuola media Inferiore di Napoli) scritto il 13 dicembre 2008

E’ buio, quando papà rientra a casa. Ha un’aria strana, forse è stanco o infreddolito. Si avvicina, ci dà un bacio sulla fronte come al solito e va in cucina da mamma. Io e mio fratello continuiamo ad addobbare l’albero, mio fratello un po’ si stufa, perché dice che è sempre lo stesso da molti anni.
Mamma allora, per accontentarlo, ha comprato cinque decorazioni nuove in quei negozietti da 50 centesimi, ma a lui non bastano, è un periodo nero, non gli va mai bene niente, non gli vanno bene i vestiti che ci hanno regalato delle amiche di mamma dei loro figli  più grandi di noi, non gli va bene mangiare verdure per secondo, non gli va bene non avere il telefonino o la play station di ultima generazione, insomma è incontentabile!
Mamma dice che è l’età e bisogna capirlo. Finalmente abbiamo terminato e, anche se è sempre lo stesso, il mio albero è bellissimo.
Distrattamente guardo in cucina e vedo papà che si mantiene la fronte, ma anche mamma ha un’aria strana, direi preoccupata. Allora furtivamente ascolto cosa stanno dicendo, ora capisco : papà sarà in cassa integrazione dalla prossima settimana, perché, a causa della crisi  economica, non c’è richiesta di lavoro.
Mamma allora gli si avvicina, gli accarezza i capelli e gli dice di non preoccuparsi, che rinunceremo ai regali, tireremo la cinghia, ma andremo avanti. Potrebbe anche trovare lavoro come donna delle pulizie, in fondo, in questo periodo sono tante le persone che vogliono avere la casa ”linta e pinta” ma che non hanno voglia o il tempo per farlo. Ma papà non sembra consolarsi, dice di essere un fallito, perché non è riuscito a dare tranquillità e sicurezza alla sua famiglia. Si sente un fallito, perché ha caricato mamma di mille preoccupazioni e, nonostante gli sforzi, con quel misero stipendio di operaio, che portava in casa, non si riusciva ad arrivare a fine mese. Si sente un fallito perché non riesce a dare ai suoi figli un futuro sereno: non può portarci al cinema o al ristorante, ma neanche comprarci dei vestiti nuovi o una fetta di carne in più al posto delle solite verdure.
Mamma allora si siede accanto a lui, lo guarda negli occhi e gli dice determinata e lucida: "E’ LO STATO CHE HA FALLITO” non tu, lo Stato che non riesce a dare benessere ai suoi cittadini e sta producendo sempre più “nuovi poveri”.
Papà allora la guarda e le chiede se c’è speranza che le cose cambino e mamma gli risponde che a Natale tutto può succedere, i desideri possono avverarsi. Corro in cucina, li abbraccio forte e mi rendo conto di aver avuto dalla vita il regalo più bello: la mia famiglia, povera ma dignitosa, ed è una ricchezza che nessuno potrà mai togliermi.

L'articolo su Repubblica Scuola

Morire a quindici anni

Alexandros Grigoropoulos: ucciso incolpevole a 15 anni da un poliziottoAnna Tasolamprou è una giovane ricercatrice universitaria greca. Ha abitato anche a Roma, dove quest'anno ha frequentato un master alla Sapienza. Da Salonicco, la sua città, mi ha inviato questo breve messaggio:

I have seen all the images transmitted to the european press and i am afraid that they are quite true. Alexis is the most cruel the most shameful example of a series of "legally" committed crimes by the police. We are also in the middle of the economic crises as all and we are facing some terrible economic scandals evolving the state the church etc. The anger now in Greece is huge. For three days the big city centers are literally on fire... i really hope that there will be no other victims and reason will prevail again.

Anna

Facebook Alexandros Grigoropoulos

Facebook Alexandros Grigoropoulos in memoria

Una storia dimenticata

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Sebbene l'attività ed il concorso dei militari dell'Arma nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione costituiscano parte integrante dei 2° conflitto mondiale, si ravvisa - per le peculiarità di situazioni, comportamento e sacrifici relativi ai Carabinieri - la necessità di una specifica trattazione di tale campagna.
Va innanzi tutto ricordato che subito dopo l'armistizio, in data 12 settembre 1943, venne costituito a Bari il "Comando Carabinieri dell'Italia Meridionale" cui succedette, in data 15 novembre successivo, il "Comando dell'Arma dei Carabinieri dell'Italia Liberata" dal quale dipendevano le Legioni di Bari, Cagliari, Catanzaro e Napoli.

La ricostituzione in Roma del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri ebbe luogo ufficialmente sotto la data 20 luglio 1944. Dall'8 settembre 1943 all'aprile 1945 l'Arma dei Carabinieri visse uno dei periodi più difficili e al tempo stesso esaltanti della sua lunga storia. Sebbene duramente provata su ogni fronte da quasi tre anni di guerra, trasse dalle sue antiche virtù militari l'energia organizzativa e la coesione morale per cimentarsi nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione, confermando così la secolare sua fedeltà alle Istituzioni dello Stato. Non più rigidamente inquadrati nei reparti dell'ordinamento di guerra, ma raccolti, come per una nuova mobilitazione spirituale e guerriera, in nuclei e formazioni clandestine, a volte di consistenza massiccia, a volte di esigua entità, i Carabinieri diedero un impulso rilevante alla lotta contro le forze nazi-fasciste. Nel corso di questa lotta essi furono decisivamente sostenuti dall'apparato dei comandi territoriali dell'Arma, dalle Stazioni alle più alte Unità, trasformate in altrettanti centri di appoggio, che operarono rischiosamente anche a vantaggio dell'eroica iniziativa dei singoli.

Nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione i Carabinieri riaffermarono quotidianamente spirito di abnegazione ed illimitata dedizione al dovere, fornendo un altissimo, generoso tributo di sangue.

Questa loro lunga lotta ebbe inizio l'8 settembre 1943 - il giorno stesso dell'armistizio tra l'Italia e gli angio-americani - con l'impiego del II Battaglione Allievi Carabinieri, poi rimpiazzato dal Gruppo Squadroni Carabinieri "Pastrengo", a sostengo delle altre truppe schierate per difendere la Capitale dall'attacco concentrico di due Divisioni tedesche all'alba del giorno successivo. Queste furono costrette a ripiegare. Contemporaneamente i Carabinieri si batterono in Balcania unendosi con alcune Sezioni mobilitate e con altri reparti dell'Arma alle truppe dell'Esercito (94 Carabinieri sopravvissuti su 500 dopo diciotto mesi di lotta); ripresero la lotta nella Capitale dopo la violazione da parte tedesca dell'accordo che aveva dichiarato Roma "città aperta" organizzandosi nel "Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri" comandato dal generale Filippo Caruso ed articolato in un "Raggruppamento territoriale" ed in un "Raggruppamento mobile" alimentarono infine in ogni regione la lotta senza quartiere contro il nazi-fascismo passando alle formazioni partigiane allorché il 7 ottobre il comando germanico decretò lo scioglimento dei reparti dell'Arma ed il loro trasferimento nel territorio del Reich.

L'opera dei Carabinieri nella Resistenza non conobbe mai sosta nell'autunno-inverno 1943, né in Italia (banda di "Bosco Martese" in Abruzzo, decisivo loro intervento nelle gloriose 4 giornate dell'insurrezione di Napoli, tanto per citare i fatti salienti) né in Albania, Grecia e Jugoslavia, ma nel 1944 attinse via via l'estremo della partecipazione ed il vertice dell'olocausto. Allorché il 23 marzo di quell'anno l'esplosione di un ordigno fatto brillare a Roma in via Rasella da un elemento dei G.A.P. (Gruppo di Azione Partigiana) provocò la morte di 33 militari tedeschi, Hitler ordinò la facilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso. L'eccidio ebbe luogo all'imbrunire del giorno successivo alle Fosse Ardeatine: tra le vittime ben dodici militari dell'Arma, tutti appartenenti al Fronte Clandestino della Resistenza e già arrestati dalle SS germaniche, che invano li avevano torturati perché rivelassero i piani ed i nomi dell'organizzazione partigiana dei Carabinieri. Essi furono: tenente colonnello Giovanni Frignani, tenente colonnello Manfredi Talamo, maggiore Ugo De Carolis, capitano Raffaele Aversa, tenente Genserico Fontana, tenente Romeo Rodriguez Percira, maresciallo d'alloggio Francesco Pepicelli, brigadiere Candido Manca, brigadiere Gerardo Sergi, corazziere Calcedonio Giordano, carabiniere Augusto Renzini, carabiniere Gaetano Forte. Alla loro Memoria venne concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Ettore_GiovanniniIntanto nel Nord, per merito del maggiore dei Carabinieri Ettore Giovannini si era costituita in Milano una formazione clandestina della Resistenza, che nell'aprile 1944, assunto il nome di "Carabinieri Patrioti Gerolamo" (dal nome di battaglia preso dallo stesso maggiore) contava già oltre 700 militari dell'Arma, inquadrata da numerosi ufficiali e ripartita in due Raggruppamenti. Strettamente collegata al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ed in particolare alla formazione partigiana Carabinieri di Bergamo, comandata dal maggiore Giovanni Rusconi, la "Banda Gerolamo" svolse intensa e rischiosa attività operativa, oltre che preziosa opera informativa, diretta anche all'individuazione degli obiettivi militari tedeschi da parte dell'aviazione alleata.

In vista della liberazione di Roma da parte della V Armata americana, nel maggio 1944 l'azione del generale Caruso e dei suo "Fronte Clandestino" di Carabinieri ebbe di mira anche la preparazione del ripristino delle Stazioni dell'Arma nella Capitale. Il generale, che era accompagnato dal capitano Giorgio Geniola, cadde però il 29 maggio in un agguato tesogli dalla polizia nazista, che sottopose i due ufficiali a gravi sevizie nell'inutile intento di strappare loro delle rivelazioni. Il 4 giugno, mentre le colonne americane convergevano sulla Capitale, il generale Caruso riuscì ad evadere dalle sinistre carceri di via Tasso, riassumendo al comando del "Fronte" la direzione delle azioni svolte dai Carabinieri in quella vigilia della Liberazione.

Questa ebbe luogo il 4 giugno 1944. Alla testa delle truppe americane entrarono nella Capitale i Carabinieri del "Contingente R." comandati dal tenente colonnello Carlo Perinetti, che si fusero con quelli del "Fronte" ripristinando in Roma i comandi territoriali dell'Arma. Per l'opera svolta come animatore del "Fronte" il generale Caruso venne poi decorato della Medaglia d'Oro al Valor Militare. Tra i pochi sopravvissuti delle prigioni di via Tasso, il brigadiere dei Carabinieri Angelo Joppi, gravemente menomato dalle sevizie subite durante 90 giorni di detenzione, meritò la Medaglia d'Oro al Valor Militare anche per le ardue e rischiose imprese compiute come elemento del "Fronte" prima della cattura.

Mentre nel settembre successivo lo Stato Maggiore dei ricostituito Esercito Italiano trasformava le unità del Corpo Italiano di Liberazione in sei "Gruppi di Combattimento" strutturati come nelle Divisioni binarie e dotati ciascuno di 2 o 3 Sezioni Carabinieri, numerosi episodi di eroismo individuale erano intanto avvenuti nelle regioni del centro e del settentrione, ovunque attestando l'indomito slancio dei militari dell'Arma nella lotta contro il nazi-fascismo. Vanno ricordate in particolare la fucilazione del maggiore Pasquale Infelisi a Macerata, l'uccisione in conflitto del brigadiere Elio Filemi a San Benedetto del Tronto e del carabiniere Giuseppe Briganti a Perugia e soprattutto il valore e l'estremo sacrificio del carabiniere Vittorio Tassi, capo di una "Banda partigiana" in Toscana, poi decorato della Medaglia d'Oro al Valor Militare.

L'estate del 1944 fu assai dura per i Carabinieri impegnati nella Resistenza, alla quale sacrificarono arditamente la vita anche il tenente Tito Livio Stagni a Siena, il carabiniere Angiolo Valentini a Talla (provincia di Arezzo), il carabiniere Giuseppe Alfonso a Cuneo il carabiniere Remo Raviol a Roreto Chisone (provincia di Torino), il carabiniere Enio Serra a Jesi, otto carabinieri della "Compagnia Carabinieri Partigiani" in Valsesia, ai quali si aggiunse il 13 luglio 1944 a Sarsina il carabiniere Fosco Montini, definito "partigiano di leggendaria audacia" nella motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare a lui concessa.

Salvo D'AcquistoUn episodio che ricorda da vicino l'olocausto del vicebrigadiere Salvo D'Acquisto fu quello che si concluse il 12 agosto 1944 a Fiesole con la fucilazione da parte nazista dei carabinieri Fulvio Sbarretti, Vittorio Marandola e Alberto La Rocca, passati alla storia dell'Arma come "martiri di Fiesole". Essi affrontarono il plotone d'esecuzione nazista per salvare la vita a dieci ostaggi innocenti.

Nel Veneto l'azione dei patrioti della Brigata "Giacomo Matteotti" si avvalse del prezioso contributo apportato dalla "Compagnia Carabinieri Partigiani", forte di 100 uomini comandati dal tenente Luigi Giarnieri e posta alle dipendenze dirette della stessa Brigata avente il suo Comando Unico sulla cima del Grappa. Di fronte all'intensissima attività dei partigiani del Monte Grappa, i tedeschi decisero di reagire.
Nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1944 quattro Dìvisioni tedesche, due "Brigate nere" due Battaglioni della Divisione "Monterosa" e altre unità minori mossero contro il Grappa: oltre ventimila uomini, armati ed equipaggiati, che attaccavano mille patrioti, posti a difesa di un massiccio il cui centro era presidiato dalla "Compagnia Carabinieri Partigiani" del tenente Giarnieri. Negli aspri e cruenti combattimenti caddero 18 carabinieri. Nella notte fra il 21 e il 22 settembre il tenente Giarnieri venne fatto prigioniero dai tedeschi. Condotto nel collegio "Filippini" in Pademo del Grappa (Treviso), sede del comando nazista, per due lunghe giornate subì inaudite indescrivibili torture. Fiero e sprezzante, non conobbe momenti di cedimento neppure di fronte alla minaccia di morte. I suoi aguzzini, visto inutile ogni ulteriore tentativo di estorcergli delle informazioni, decisero di impiccarlo pubblicamente affinché la sua esecuzione servisse di monito a tutti i patrioti.

Rilevante fu all'inizio dell'autunno 1944 l'attività dei carabinieri partigiani a Castiglione Chiavarese, in provincia di Genova, a Fivizzano, vicino Massa Carrara, in provincia di Varese, nel Pistoiese e a Lecco. Il Comando Unico Parmense ebbe anche dei carabinieri fra le vittime dell'attacco in forze sferrato dai tedeschi a metà ottobre a Bosco di Comiglio per annientare lo Stato Maggiore dell'importante unità partigiana e durante il quale caddero l'eroico comandante Giacomo di Crollalanza e il comandante della Piazza di Parma, Gino Meconi.
Memorabili sono rimaste nelle valli di Lanzo e del Canavese le azioni dei giovanissimi carabinieri, appena usciti dalla Scuola di Torino, inquadrati nella 46^ e 47^ Brigata garibaldina, comandate rispettivamente dal carabiniere Luigi Trivero e dal vice brigadiere Ferdinando Giambi. Quindici di essi, insieme con altri ventuno partigiani, non poterono purtroppo sottrarsi all'accerchiamento di una soverchiante unità tedesca e vennero fucilati sull'aia di una cascina nei pressi di Cudine di Corio. Era il 18 novembre 1944.

Qualche settimana più tardi, l'8 dicembre a Branova, in Slovacchia, il carabiniere Filippo Bonavitacola affrontò il plotone di esecuzione per non aver voluto calpestare gli alamari strappatigli dai nazisti. All'ufficiale che comandava il plotone di esecuzione e che gli si era avvicinato per bendargli gli occhi, sferrò un violento pugno ed esclamò: "Non occorre che mi bendiate gli occhi. Sparate". Venne decorato alla Memoria con la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Arriviamo così al 1945, che per i carabinieri partigiani iniziò con dei furiosi combattimenti in Val d'Arda contro agguerrite unità tedesche. Nel gennaio di quell'anno il carabiniere Federico Salvestri, comandante col nome di battaglia "Richetto" delle Divisioni partigiane "Centocroci" e "Val di Taro", venne catturato e condannato a morte. Ma durante la sua traduzione a Piacenza, per esservi fucilato, riuscì con estrema audacia a sfuggire ai nazisti insieme con cinque patrioti e a riprendere immediatamente la lotta, con azioni che sono rimaste leggendarie. Il 26 gennaio a Ciano d'Enza, in provincia di Reggio Emilia, il carabiniere Domenico Bondi, che aveva al suo attivo numerose imprese condotte contro i nazi-fascisti, prese parte all'attacco di una colonna tedesca insieme col 3° Battaglione della Brigata "Fiamme Verdi". Accerchiato dagli avversari durante un'azione isolata, tenne loro testa per oltre due ore. Poi, esaurite le munizioni, fu costretto a cedere. Le torture cui fu sottoposto nei giorni successivi valsero ai tedeschi una sola frase, che il Bondi ripetè con impavida ostinazione: "Sono un carabiniere, da me non saprete altro". Il 26 gennaio cadde davanti al plotone di esecuzione. Venne decorato della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla Memoria.

Fra i carabinieri comandanti di unità partigiane va ricordato il brigadiere Alberto Araldi, che col nome di battaglia "Paolo", aveva il comando della 3^ Brigata della Divisione partigiana "Piacenza" del tenente dei Carabinieri Fausto Cossu. Dei suoi colpi di mano, delle sue azioni audaci ed improvvise, della sua indomabile energia e del suo coraggio scrisse Pietro Solari nel volume "Partigiani in Val Trebbia e Val Tidone". Cadde anche lui nelle mani dei tedeschi mentre tentava di catturare un capo nazista di Piacenza, responsabile di rappresaglie e crimini di guerra. Dopo la sua fucilazione, che avvenne nel cimitero di Piacenza il 7 gennaio 1945, un sottufficiale dei plotone d'esecuzione esclamò: "E' un peccato fucilare uomini di carattere come Paolo". Medaglia d'Oro al Valor Militare alla Memoria.

Tra un'infinità di altri episodi che caratterizzarono l'azione patriottica dei Carabinieri fra il gennaio e il marzo dei 1945, sopravvenne la primavera di quell'anno, così importante per la Resistenza e per la Guerra di Liberazione. Anche sul piano militare i Carabinieri, inquadrati nei Gruppi di Combattimento Italiani (3 Sezioni nel Gruppo Friuli, la 95^, la 98^ e la 316^; 2 Sezioni nel Gruppo Legnano, la 39^ e la 51^; 2 anche nel Gruppo Cremona, la 94^ e 739^; infine 3 Sezioni nel Gruppo Folgore, la 314^, la 315^ e la 317^) parteciparono alle operazioni che portarono alla liberazione di numerose città dall'occupazione tedesca. L'ingresso dei Carabinieri nei centri liberati venne salutato ovunque con entusiasmo irrefrenabile.

Al momento dell'insurrezione generale, ordinata il 25 aprile 1945, i 700 carabinieri della "Banda Gerolamo" del maggiore Giovannini intensificarono la loro attività e parteciparono nei giorni 25, 26 e 27 alla liberazione di Milano. Secondo i piani prestabiliti e decisi in armonia col C.L.N. varie squadre di Carabinieri occuparono tempestivamente le caserme della città, assicurando i necessari servizi d'ordine e di difesa degli edifici pubblici e rastrellando ingente quantità di materiale e documenti.

Fra gli episodi più importanti va ricordata l'occupazione della caserma del 205° Comando Regionale Repubblicano e l'attacco alla Caserma Medici, sede dei Comando nazista. Gli alleati, sopraggiunti dopo due giorni dalla liberazione, trovarono non solo a Milano, ma in tutta la Lombardia, l'Arma interamente ripristinata dalla "Gerolamo" nelle sue sedi e in piena attività istituzionale. Il 27 aprile anche Piacenza venne liberata da una Divisione partigiana: a comandarla era il tenente dei Carabinieri Fausto Cossu, che il 27 aprile sfilò alla testa della sua unità per le vie della città esultante. La formazione del tenente Cossu ebbe grandi meriti nella lotta ai nazi-fascisti.

Ultimata l'epica stagione della Resistenza, venne il momento di fare l'appello. Dalle file dell'Arma non risposero 2.735 militari, caduti in soli venti mesi di lotta partigiana; 6.521 risultarono i feriti.

Un così alto tributo di sangue ha avuto i seguenti riconoscimenti:
alla Bandiera dell'Arma:
1 Medaglia d'Argento al Valor Militare;

ad ufficiali, sottufficiali, appuntati e carabinieri:
2 Croci di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia;
32 Medaglie d'Oro al Valor Militare;
122 Medaglie d'Argento al Valor Militare;
208 Medaglie di Bronzo al Valor Militare;
354 Croci di Guerra al Valor Militare.

Una scuola per evitare errori

Notizia dell'agenzia Reuters:

polizia_ok_391NETTUNO, Roma- Affinare la gestione degli eventi di piazza ma anche imparare a evitare gli errori del passato. E' l'obiettivo di una scuola destinata a chi deve garantire l'ordine pubblico, inaugurata oggi a Nettuno, in provincia di Roma, alla presenza del ministro dell'Interno Roberto Maroni e del capo della polizia Antonio Manganelli.

"Perché ci serve una scuola? Proprio perché le cose le sappiamo fare. Abbiamo affinato nuove tecniche, e ne siamo orgogliosi. Abbiamo anche commesso degli errori, e lo spirito critico ci permette di isolarli perché non si ripetano", ha detto Manganelli all'inaugurazione del Centro di formazione per la tutela dell'ordine pubblico, sottolineando che la nostra polizia "è particolarmente apprezzata in Europa".

Agli allievi dei corsi - il primo è partito questa settimana - verranno mostrati filmati d'archivio che contengono sia le "buone pratiche" che gli errori compiuti in occasione di manifestazioni. Nessuno parla del G8, ma il pensiero va agli scontri del 2001 a Genova tra manifestanti e forze dell'ordine, culminati nell'uccisione del giovane no-global Carlo Giuliani.

"La polizia non scende mai in piazza contro nessuno... Il primo obiettivo nel corso di una manifestazione è il dialogo", ha precisato Manganelli, aggiungendo che anche per questo la scuola si concentrerà molto sulla psicologia della "piazza", un aspetto affidato allo psichiatra Vittorino Andreoli.

Gli incaricati dell'ordine pubblico devono sempre ricordare, dice il capo della polizia, "la proporzione tra l'esercizio muscolare, a volte necessario per far rispettare le regole, e il diritto di tutti: dei manifestanti a esprimere il dissenso, e dei cittadini, che non devono vedere comprimere le proprie libertà. In questo delicato equilibrio c'è la nostra non facile funzione".

"RISPETTARE LA CATENA DI COMANDO"
Le priorità degli allievi dovranno essere "la valutazione dei rischi connessi alle manifestazioni" e il rispetto della "catena di comando", spiega Manganelli: "Guai a strutturare un intervento delicato senza essere consapevoli di chi deve assumersi la responsabilità di un'azione".

La scuola, come ha precisato il direttore centrale per gli Istituti di istruzione della polizia Oscar Fioriolli, è nata da un lungo confronto con funzionari che per anni hanno praticato le piazze e sono quindi in grado di prevenire gli errori più comuni, come "la collocazione impropria del personale".

Per il ministro Maroni si tratta di "un'iniziativa molto importante": "Negli anni Settanta ero nell'area antagonista, in piazza, dall'altra parte. Mi pare che ci sia stato un netto miglioramento nella gestione dell'ordine pubblico".

6.600 MANIFESTAZIONI DA INIZIO ANNO
Manganelli ha ricordato che dall'inizio dell'anno le forze di polizia sono state impegnate in 6.602 manifestazioni, tra cui 855 su temi politici, 2.256 a carattere sindacale ed occupazionale, 1.027 studentesche, 207 sull'immigrazione, 605 per la tutela dell'ambiente, 103 a sostegno della pace e 412 elettorali.

Negli ultimi cinque anni le forze di polizia sono intervenute a tutela dell'ordine pubblico in occasione di 13.186 incontri di calcio: in 764 - circa il 6% dei casi - si sono registrati incidenti, con il ferimento di 918 spettatori e 2.395 agenti.

(Reuters, 3 dicembre 2008)

Femminile buonsenso

 

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Le notizie sull'arresto a Milano di presunti terroristi ideologicamente e idealmente legati ad Al Qaeda sono anche oggi su tutti i giornali italiani ed esteri.

Fra i propositi di farsi esplodere al Duomo o alla Standa, fra i deliri da Jiahd, fra gli anatemi contro gli infedeli, c'è un particolare che mi ha colpito: la concretezza della moglie di uno degli arrestati.

Lui si vuole far saltare in aria, morire da martire, entrare in direttamente in paradiso dove avrà "giardini alle cui ombre scorrono i fiumi" e "spose purissime". Vuole passare alla storia con una cintura di tritolo intorno alla vita e lei che fa? Lo scongiura di non farlo? Lo prega di desistere per amore dei figli? Macchè. La moglie non si oppone a che lui si faccia saltare, anzi gli dà il proprio consenso, però, prima di farti saltare in aria, gli dice, mi compri casa. Sì, proprio così: mi compri casa. Insomma, un po' di sano buonsenso femminile...

Ecco il passo dal Corriere della Sera di ieri:

E Ghafir il muratore, in questi giorni a casa per via di un infortunio subito al cantiere, dice che a lui «va bene...», giura che anche lui vuole «morire da martire... non vedo l' ora...». Anzi, a Rachid, l' amico marocchino spiega di averlo già confidato alla moglie: «Io - spiega - ho già avuto il consenso di mia moglie che mi ha detto... "se vuoi andare a combattere per fare guadagnare il paradiso anche a noi, vai pure"... la vera moglie è quella che ti incoraggia per andare al Jihad. Mi ha detto che devo comprarle solo la casa e poi se voglio vado». Sorride, Rachid. E mentre guida piano senza lontanamente immaginare di essere spiato da un rilevatore satellitare e di essere intercettato, annuisce: «Sì, la casa è importante, così lei può badare ai figli... e poi alla fine moriremo tutti».