Giornale di bordo

Appunti, note, ritagli di stampa, commenti, curiosità, citazioni

Essere buoni non serve

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Essere ‘buonisti’ non serve, e a volte si trasforma perfino in solidarietà pelosa e un po’ snob di quelli che ammirano i campi rom dall'alto della loro villa lontana; essere buoni è un fatto di privata coscienza. Che Alemanno sia o no buono, poco ci importa. Lo stato, uno stato democratico come si definisce quello italiano, deve essere altro da ‘buono’. Deve piuttosto, o dovrebbe, garantire la pari dignità sociale, come recita l’articolo 2 della Costituzione, aggiungendo, qualche rigo più sotto, che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione…”.

Oppure deve proteggere “la maternità, l’infanzia e la gioventù”, come è scritto in un altro articolo della carta costituzionale, il numero trentuno. Uno stato democratico dovrebbe anche ottemperare agli impegni internazionali, ad esempio alla Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia, ratificata dall’Italia nel 1991, che prevede tutta una serie di diritti per infanzia e adolescenti: quello all’istruzione, al gioco, alla tutela da forme di sfruttamento.

Chissà se Raul, 4 anni, e Fernando, 5 anni, e Patrizia, 8 anni, e Sebastian, 11 anni, l’avevano mai letta la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’Infanzia, i propri diritti, quelli che l’altra sera sono bruciati con loro nel campo nomadi dell’Appia Nuova. Chissà se l’avevano mai letta la Costituzione di quel paese che li ospitava, o meglio li sopportava, un po’ in malo modo, un po’ ignorandoli, un po’ tenendoli alla larga dal salotto buono della capitale; meglio in periferia, dove già la parola ha il sapore di degrado, e tutto può succedere in periferia, anche che quattro bimbi muoiano bruciati vivi.

Prima che fosse negata loro la possibilità di vivere, quest’Italia aveva negato loro tutte quelle belle parole che presidenti e ministri avevano firmato: istruzione, gioco, dignità, salute, e vita. Non sappiamo se i più grandi dei fratellini sapessero scrivere o no, non sappiamo se a quattro anni Raul conoscesse un asilo o se Patrizia a otto anni aprisse mai un libro. Sappiamo, però, che mentre discutiamo di riforme della scuola, di tagli, di didattica, questo governo, questa amministrazione capitolina non riescono neanche a portare i bambini nelle scuole.

Dovremmo andarli a cercare per portarli a scuola campo per campo, baracca per baracca, marciapiede per marciapiede, tutti, nessuno escluso, se vogliamo davvero che le parole della Costituzione abbiano un senso, e che questo senso prenda le forme di un bambino che gioca, che impara, che ama la vita.

(Questo intervento è pubblicato nelle pagine Scuola del sito nazionale del Partito Democratico)

Diritti e globalizzazione, la vicenda Fiat

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Dopo molti mesi, questo blog riprende vita e lo fa con una intervista a Pietro Gasperoni sul referendum Fiat che, a metà gennaio, ha visto la vittoria dei 'sì', seppur di misura, decretando l'affermazione della linea Marchionne. Al di là delle polemiche e dei commenti che hanno riempito le pagine dei giornali subito dopo l'esito referendario, mi interessava capire quali potranno essere le ripercussioni sulla rappresentanza sindacale in Italia. Insomma, una riflessione 'a bocce ferme' su quel che è successo.
Gasperoni mi è sembrata la persona giusta cui porre alcune domande in merito, primo perché è stato deputato Ds che ha lavorato, anche con D'Antona, alla proposta di riforma della rappresentanza sindacale, secondo perché è stato l'ultimo responsabile Lavoro dei Democratici di Sinistra, terzo perché ha ricoperto l'incarico di segretario della Cgil Marche, e quarto perché si è sempre occupato di questioni legate al lavoro. Buona lettura.

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Pietro GasperoniSe tu fossi ancora in Cgil, avresti fatto per intera e convintamente la battaglia per il no?

Senza ombra di dubbio,perché al fondo di quell'accordo separato c'è un'idea dirigistica e autoritaria delle relazioni sindacali da parte dell'impresa. Quell'atteggiamento si adatta più al secolo scorso o ad altre parti del mondo; l'impresa moderna e nell'esperienza degli altri Paesi europei è già quasi ovunque così, ha bisogno di relazioni basate più sulla partecipazione e sul consenso che non sul conflitto e sull'autoritarismo.
Questa è la condizione fondamentale per raggiungere obiettivi di maggiore produttività di cui c'è assoluto bisogno per competere nel mercato globale.
Tuttavia ciò non significa che il PD abbia sbagliato a non schierarsi per il 'sì' o il 'no', ho condiviso il fatto che la politica in generale doveva essere rispettosa di quelle diverse posizioni sindacali in campo e che il PD in particolare avrebbe dovuto lavorare per la ricomposizione unitaria tra i lavoratori e tra i sindacati, pur non rinunciando a denunciare i punti di criticità di quell'accordo a partire dal fatto intollerabile che chi non firma un accordo, per ciò stesso, non ha diritto di rappresentanza e di agire di conseguenza anche sul piano parlamentare.
Oltre a ciò bisogna contrastare con assoluta determinazione il rischio di una tendenza all'aziendalizzazione quale forma esclusiva della contrattazione sindacale. A Mirafiori non è stato fatto un accordo sindacale, più o meno brutto, con deroghe al contratto nazionale, è stato stipulato, invece, l'unico contratto vigente per quei 5400 lavoratori. Se questa diventasse la tendenza che si diffonde si cancellerebbe il sindacato di categoria così come lo abbiamo conosciuto e si snaturerebbe la stessa funzione confederale la quale verrebbe sostituita da logiche aziendali anche quando si affrontano i temi dell'organizzazione sociale e delle politiche di Welfare-State.


Quale, a tuo avviso, la novità più forte, più rilevante che emerge dal risultato referendario?

La novità che più mi ha sorpreso favorevolmente è che tantissimi lavoratori tra il lavoro e la dignità non abbiano rinunciato alla dignità,una lezione per tanti e un chiaro invito alla riflessione seria per tutti. poi certo ci sono tanti elementi su cui riflettere a partire dal rapporto tra la rappresentanza ufficiale e la reale rappresentanza delle organizzazioni sindacali.


Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera, subito dopo lo svolgimento del referendum, scriveva che il 'sì' aveva salvato migliaia di posti di lavoro. Aggiungeva che il sindacato deve impegnarsi per convincere le aziende che un nuovo welfare può essere un "formidabile 'fattore produttivo' ". Sei d'accordo?

Il welfare, ancorché adeguatamente riformato per renderlo più inclusivo, ad esempio più attento ai tanti bisogni nuovi dei giovani, oggi totalmente ignorati, non è solo indicatore di buona qualtà sociale ma è sicuramente un fattore strategico di uno sviluppo economico sostenibile e di qualità perché attraverso di esso passa il soddisfacimento dei bisogni dei cittadini, ma si possono creare anche tanti posti di lavoro. Poi, che il 'sì' abbia salvato migliaia di posti di lavoro può anche essere vero, ma mi sembra un modo molto subalterno di affrontare il problema; questo è stato l'atteggiamento che ha vergognosamente tenuto il governo in tutta la vicenda, rinunciando a svolgere invece un ruolo attivo tra le parti e di indurre Marchionne ad atteggiamenti meno arroganti pur favorendo il realizzarsi di un così fondamentale investimento.


Non ritieni che il risultato sia la presa d'atto che un'azienda ha bisogno, nel mercato globale, di certezze sull'impegno lavorativo? Oppure non è altro che un aspetto della lotta fra Diritti e Globalizzazione?
Mi pare di avere già risposto nel senso che c'è del vero in entrambe le cose ma che però la risposta alle esigenze di competere nell'economia globalizzata, per essere efficace, va costruita sul consenso, anche con alcune deroghe ai diritti esistenti, ma va fatto in maniera condivisa e non imposta.


Tu, da parlamentare, hai lavorato intensamente a una nuova legge sulla rappresentanza sindacale. Oggi, dopo la sconfitta della Cgil, a trenta anni dalla marcia dei Quarantamila, mi pare che più che mai occorra ragionare sulle questioni della rappresentanza. Che ne pensi?
La legge sulla Rappresentanza, la Rappresentatività e l'efficacia erga-omnes dei contratti è quanto mai attuale ed indispensabile perchè attraveso essa si distingue tra la validità o meno di un qualsiasi accordo e la rappresentatività dei sindacati che una volta accertati tali dispongono di titolarità negoziale e mantengono comunque tutte le prerogative sindacali che gli competono. Sulla base della legge si stabilirebbe che ad esempio un accordo è valido quando è sottoscritto dal 50 per cento più uno dei sindacati rappresentativi e previo le opportune verifiche tra i lavoratori quell'accordo è valido per tutti i lavoratori interessati,superando quindi concettualmente la fattispecie di accordo separato; tutto ciò non inficia i diritti di rappresentanza dei sindacati che dissentono. Se non si approda rapidamente alla legge potrebbe porsi il problema che ogni sindacato tratta unicamente per i propri iscritti così come avviene in Germania, con la differenza che in Germania c'è di fatto il sindacato unico, con il pluralismo sindacale che c'è nel nostro Paese un tale pluralismo sindacale non sarebbe davvero auspicabile sia per i lavoratori che per le imprese oltre che contrario allo spirito costituzionale nell'articolo 39.

Il giudice democratico

A Los Angeles davanti al giudice che esamina coloro
che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti
venne anche un oste italiano. Si era preparato seriamente
ma a disagio per la sua ignoranza della nuova lingua
durante l’esame alla domanda:
che cosa dice l’ottavo emendamento? rispose esitando:
1492.
Poiché la legge prescrive al richiedente la conoscenza della lingua nazionale,
fu respinto. Ritornato
dopo tre mesi trascorsi in ulteriori studi
ma ancora a disagio per l’ignoranza della nuova lingua,
gli posero la domanda: chi fu
il generale che vinse la guerra civile? La sua risposta
fu: 1492 (con voce alta e cordiale). Mandato via
di nuovo e ritornato una terza volta,
alla terza domanda: quanti anni dura in carica il presidente?
rispose di nuovo: 1492. Orbene
il giudice, che aveva simpatia per l’uomo, capì che non poteva
imparare la nuova lingua, si informò sul modo
come viveva e venne a sapere: con un duro lavoro. E allora
alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda:
quando
fu scoperta l’America? e in base alla risposta esatta,
1492, l’uomo ottenne la cittadinanza.

Bertolt Brecht

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La pagina buia della Turchia

armeni_467Una breve e interessante nota scritta da Valerio Di Porto, consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, sul genocidio armeno e pubblicata nella news-letter "L'Unione" di domenica 26 aprile. A parte la proposta di istituire l'ennesima giornata della memoria -ipotesi che non riesco a condividere appieno, poiché mi sembra che il proliferare di 'giornate' di ogni tipo alla fine faccia perdere il senso vero della memoria, la nota riflette sulla 'mancata assunzione di responsabilità' della Turchia, paese il cui ingresso nell'Unione Europea potrebbe essere non lontano.

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Il genocidio degli armeni, una pagina buia della storia

Oggi ricorre Yom ha-Shoah, che anticipa di soli tre giorni la commemorazione in forma non ufficiale – il 24 aprile – del genocidio degli armeni perpetrato da turchi tra il 1915 ed il 1916, nella ricorrenza dell’arresto e decapitazione di circa 600 personalità di spicco della comunità armena di Costantinopoli (24 aprile 1915).

Il genocidio armeno è stato riconosciuto dall’Unione europea nel 1999 e dal Parlamento italiano l’anno successivo. Un anno e mezzo fa, la risoluzione H106 della Commissione esteri del Congresso statunitense ha riconosciuto formalmente che oltre alla Shoah vi è stato anche il genocidio del popolo cristiano armeno da parte dei turchi, mentre in Europa infuriava la Prima Guerra Mondiale.

La mancata assunzione di responsabilità da parte dello Stato turco rappresenta invece uno dei maggiori ostacoli al decollo delle trattative per il suo ingresso nell’Unione europea. Il numero di aprile di Shalom ha dedicato al genocidio armeno un documentato articolo di Gianni Rossi, responsabile della sede RAI di Bruxelles.

Le drammatiche vicissitudini degli armeni (secondo le fonti più accreditate, tra 1.200.000 e 1.300.000 persone su un totale di meno di due milioni furono uccise con marce forzate nel deserto ed altre barbarie) sono state raccontate in toni struggentemente poetici dalla scrittrice Antonia Arslan prima nel romanzo “La masseria delle allodole”, da cui è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Taviani, ed ora ne “La strada d Smirne”, uscito a febbraio di quest’anno.

Desidero concludere questa breve rievocazione con l’auspicio espresso da Gianni Rossi nell’articolo sopra segnalato: «In questa stagione di rinnovato vigore internazionale per la difesa dei diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli e di riscoperta delle nostre radici storiche, come europei, come eredi di un Novecento travagliato e, comunque, ricco di fermenti innovatori, vorremmo che anche in Italia si facesse qualche atto concreto per far conoscere a un’ampia opinione pubblica la follia di quel genocidio, decretando ufficialmente il 24 aprile “giornata nazionale della memoria del genocidio armeno”.»

Il liberale della tolleranza zero

rudolph_giuliani_330Non ce l'ha fatta a vincere le elezioni presidenziali americane, e le sue posizioni libertarie certo non lo hanno aiutato a trovare consensi nei repubblicani: Rudolph Giuliani, infatti,  è favorevole alla ricerca sulle cellule staminali, non si dichiara contrario all'aborto e si batte per il riconoscimento legale delle coppie di fatto, comprese quelle omosessuali (non dimentichiamo che sfilò al Gay Pride di New York del 2000 travestito da donna).

Rimane nel cuore di molti italiani, sia come sindaco dell'11 settembre sia, soprattutto per quanto mi riguarda, come politico che è riuscito a coniugare la "zero tolerance" con la garanzia dei diritti individuali, nel solco della tradizione del liberalismo.

Negli Usa il sindaco ha poteri enormi: è il capo della polizia, della magistratura (è una sua commissione che nomina i giudici sia amministrativi che penali), degli ospedali, della scuola. Quando Giuliani, nel 1993, diventa sindaco della Grande Mela, governa con pugno di ferro una metropoli in piena emergenza criminalità. Durante il suo mandato sono dimezzati gli omicidi, ridotti al 30 per cento i principali reati e New York è scesa al trentaduesimo posto nella classifica delle città più violente d'America.

Tutto all'insegna della teoria della "tolleranza zero" e delle "finestre rotte", cioè non accettare la benché minima infrazione, per evitare reati più gravi, "perché -sostiene Giuliani- la criminalità nasce dalla tolleranza dei peccati veniali, che in breve si trasformano in mortali".
Il 28 maggio Giuliani, di origini toscane, compirà 65 anni: torneremo a parlare di lui, della sua politica tollerante con tutto tranne con l'intolleranza e con il non rispetto delle leggi.

Vittime e torturatori

tortura_430In questi giorni di cronache ginevrine sul vertice contro il razzismo, denominato Durban II forse proprio per non abbondanare la linea politica del primo vertice, svoltosi nella città sudafricana di Durban, mi pare interessante segnalare l'articolo pubblicato ieri da Fausto Biloslavo sul quotidiano Il Giornale dal titolo " La passerella degli ipocriti: Cuba e Libia insegnano i diritti umani ". Eccone il testo integrale:

L’ambasciatrice libica che toglie la parola alla vittima delle torture o il rappresentante cubano che a suo tempo si era rifiutato di condannare Saddam quando «gasava» i curdi. Per non parlare dei sudanesi che lavorano dietro le quinte contro i tribunali delle stesse Nazioni Unite e il presidente di un’organizzazione non governativa palestinese accusato di collegamento con i terroristi.

Durban II è un festival di gaffe, ipocrisie e personaggi impresentabili. Una conferenza dominata da paesi che fanno a pugni con i principi di libertà e diritti umani. Najjat al Hajjaji è la belloccia ambasciatrice libica, con un filo di trucco e senza velo, che presiede il Comitato preparatorio del vertice sul razzismo.
Venerdì scorso, mentre si rappezzava all’ultimo minuto la bozza del testo finale della conferenza, ha superato se stessa. Durante le testimonianze di violazioni dei diritti umani ha preso la parola il medico palestinese Ashraf Ahmed El-Hojouj. Il poveretto era stato torturato, condannato a morte e sbattuto in una galera libica per anni assieme a cinque infermiere con l’infondata accusa di aver infettato dei bimbi con l’Aids.

I malcapitati erano il capro espiatorio che copriva le mancanze della sanità locale. Dopo anni sono stati liberati in cambio dell’intervento, anche finanziario, europeo. Lo stesso figlio del colonnello Gheddafi aveva fatto capire che erano innocenti. L’ambasciatrice al Hajjaji, invece, ha subito provato a togliere la parola alla povera vittima.
Il poveretto seviziato dagli sgherri libici ha cercato ogni volta di riprendere il discorso. Alla terza interruzione e con l’accusa di «uscire dal tema» (i diritti umani) l’ambasciatrice ha passato la parola nientemeno che al delegato libico censurando la denuncia.

Presidente del Consiglio per i diritti umani, uno delle costole dell’Onu, che di più si è battuta per Durban II, è invece dallo scorso anno il cubano Miguel Alfonso Martinez. Un campione dei diritti umani: fin dal 1988 era riuscito a boicottare una mozione di condanna contro Saddam Hussein che aveva appena sterminato col gas 5mila curdi a Halabja.

Non a caso soprattutto i rappresentanti cubani si sono battuti per limare il più possibile i riferimenti nel testo finale all’inalienabile «libertà di espressione e opinione».

La Siria ha invece spalleggiato l’Iran che voleva togliere del tutto la condanna dello sterminio degli ebrei.
Il delegato di Damasco ha fatto presente che «non è chiaro quale sia l’esatto numero di ebrei uccisi nell'Olocausto».

Un ruolo discreto, ma altrettanto sporco, lo ha giocato il Sudan. Omar al Bashir, presidente del Paese, è rincorso da un mandato di cattura internazionale della Corte penale, istituita dall’Onu, per i crimini di guerra in Darfur. Nonostante l’imbarazzante situazione è un ministro sudanese, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohamad, che presiede da gennaio il potente Gruppo 77. Si tratta di un cartello di paesi del sud del mondo, che influenza pesantemente l’assemblea dell’Onu.

I sudanesi sono riusciti a far cancellare il nome della Corte penale sulla bozza della Conferenza di Ginevra. Alla fine è rimasto solo un riferimento generico ai tribunali internazionali. Non basta. Le iscrizioni alla Conferenza delle organizzazioni non governative ebraiche casi sono state in qualche caso respinte. La palestinese Al Haq, invece, non ha avuto problemi. Peccato che il suo capoccia, Shawan Jabarin, sia sulla lista nera degli israeliani come “veterano” del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, considerata da molti un’organizzazione terroristica.

Qui trovi la pagina del Giornale con l'articolo di Biloslavo

Contro la teoria dominante

galileo_316Il caso di Giampaolo Giuliani, l' "imbecille" dei terremoti

Scientificamente nessuno al mondo è in grado di fare una previsione seria e attendibile di quando si verifica un terremoto”: lo ha detto Enzo Boschi, presidente dell’Istituto di Geofisica.

Quel mirare per quegli occhiali m'imbalordiscon la testa” lo disse invece, nei primi del ‘600, l'aristotelico Cremonini, il quale si rifiutò persino di guardare attraverso il cannocchiale che aveva messo a punto Galileo.
Oggi un’affermazione del genere ci fa sorridere: ignoranza dei tempi, potremmo commentare, ma Cremonini era un’autorità, e il cannocchiale venne creduto dall’opinione pubblica perfino una sorta di strumento diabolico.

Ma non è l’unico esempio della sicumera scientifica, poi smentita da successive scoperte e da successive teorie.
Sempre per rimanere a Galileo, egli trovò l’opposizione fortissima dei maggiori tutori della cultura scientifica e teologica del momento, i gesuiti e i domenicani, e numerosi matematici e fisici contestarono e avversarono in ogni modo le sue teorie astronomiche.

Ma Galileo è in buona compagnia. Keplero ad esempio era ritenuto dalla maggior parte degli scienziati del suo tempo un mistico pazzo, eppure con le sue tre leggi, permise a Newton di descrivere la legge di gravitazione universale.

Se andiamo indietro di qualche secolo, scopriamo che nel periodo tra l'XI ed il XII secolo la cultura scientifica araba ebbe una rilevante spinta grazie ad Avicenna e Averroè, i quali, però, furono ostacolati fortemente dall'opposizione delle autorità religiose musulmane.

Continuando a saltare avanti e indietro nel tempo, come non citare il fiorentino Antonio Meucci. La storia la conosciamo tutti: cacciato dal Granducato toscano e costretto ad emigrare in America, dopo il fallimento della sua fabbrica di candele, si dedica totalmente alla sua invenzione, il telettrofono. Prova a proporre la sua invenzione ad una compagnia telegrafica di New York, ma poco ci manca che gli danno del matto. Nel 1876 Alexander Graham Bell brevetta il "suo" telefono, una delle invenzioni più importanti della storia moderna, come sappiamo bene noi che oggi possediamo due o tre cellulari a testa!

E Alessandro Volta? Non gli diedero del matto, ma quando il grande fisico dichiarò che le contrazioni di una rana morta erano dovute a una elettricità esterna provocata dal contatto di due metalli, e non dalla ‘elettricità animale’, gli scienziati di mezza Europa si divisero tra la sua posizione e quella di chi, come Galvani, propendeva per la tesi dell’elettricità animale.

La moderna microbiologia ebbe il suo fondatore in un dilettante: l’olandese Leeuwenhoek era, infatti, un semplice mercante di stoffe, e la comunità scientifica (siamo nel Settecento) si accorse dell'importanza delle scoperte solo dopo parecchi decenni: peccato, perché si sarebbero potute salvare migliaia di vite umane.

Ancora in tema di microbiologia: secondo la teoria della generazione spontanea, rimasta dominante fino a dopo la metà del XVII secolo, i microrganismi si originavano spontaneamente dalle sostanze organiche. Si sosteneva che alcune forme di vita inferiore, specialmente gli insetti, nascessero spontaneamente a partire da sostanze inorganiche, per mezzo di forze fisico-chimiche.

Questa teoria era scienza, scienza riconosciuta e approvata dalla comunità scientifica del tempo e creduta vera dall’opinione pubblica. Per confutarla definitivamente ci volle il chimico e microbiologo francese Louis Pasteur, che fece bollire del brodo di carne in un pallone di vetro, con il collo piegato a forma di S: nella maggior parte dei casi non si aveva alcuno sviluppo di microrganismi. Se, tuttavia, dopo la bollitura il collo veniva spezzato alla base, dopo qualche giorno il brodo si riempiva di microscopiche forme di vita.
Da questo esperimento Pasteur dedusse che i microrganismi osservati non si originassero spontaneamente dal brodo, ma penetrassero al suo interno dall'ambiente circostante.

Potremmo continuare a lungo, partendo dall’antica Grecia e arrivando a Giampaolo Giuliani, l’inventore della macchina che è capace di prevedere i terremoti.
L’aspetto più interessante è che, in realtà, la storia insegna che tutte le scoperte scientifiche sono nate per opposizione alla cultura del proprio tempo, eppure lo scienziato, l’inventore, il fisico, il chimico, l’economista insomma la persona che scopre qualche cosa è quasi sempre tacciata di essere folle, di raccontare fandonie, di essere contro il canone scientifico o la religione o l’ideologia dominante.

Oggi la vicenda di Giuliani (inquisito per ‘procurato allarme’, è da leggere l’articolo pubblicato il primo aprile dal Corriere della Sera, assolutamente pazzesco, neanche fosse stato un tragico pesce d'aprile!) è relegato in qualche angolo di pagina o in qualche trafiletto delle cronache che raccontano il terremoto abruzzese, eppure la sua invenzione dovrebbe finire in prima pagina, e il mondo scientifico dovrebbe, per prima cosa, confrontarsi coi risultati empirici della scoperta, non insultare Giuliani, che è un fisico, appellandolo con un sonoro ‘imbecille’.

Lo storico della scienza Federico Di Trocchio, nel suo libro “Il genio incompreso” (Mondadori), svela come "la scienza ufficiale, spesso ottusamente conformista, non riesca a pensare in maniera diversa, disapprovando e condannando chi lo fa e, non di rado, sbagliando nei suoi giudizi (…) molte scoperte richiedono soprattutto spregiudicatezza, creatività e apertura mentale, qualità che non appartengono solo agli scienziati più originali e anticonformisti, ma anche ai dilettanti e agli outsider ‘semicompetenti’", che hanno il coraggio di andare contro corrente e pensare quello che altri ritengono impossibile".

Lo scienziato Giuliano Preparata, dopo essere stato per una vita uno dei fisici più stimati d'Italia, ha dovuto affrontare la trafila che trasforma un accademico in un eretico: "È un processo diabolico, perché assolutamente impersonale –racconta- Prima cominciano a scarseggiare i fondi. Poi si diventa bersaglio di sprezzanti ironie. Poi i tuoi collaboratori ti lasciano, perché capiscono che a fianco di un outsider non faranno mai carriera. Una vicenda di un'amarezza incredibile. Quando ho cominciato a occuparmi della fusione fredda avevo un'equipe di venti persone. Ora non c'è più nessuno" (sito).

E Di Trocchio fa una proposta tanto concreta quanto inascoltata: "Finanziamo anche gli ‘eretici’. Se solo il 5% dei finanziamenti destinati alla ricerca fosse riservato a tutti gli studi in conflitto con le teorie dominanti, potremmo tenere aperti filoni di ricerca che oggi sono come tanti rami secchi. Inoltre si potrebbe recuperare l'antico sistema dei premi: lo stato promette un compenso a chi risolve un certo problema, che sia il motore elettrico perfetto o la conservazione degli alimenti senza additivi. E a chi dice che così si penalizzerebbe la ricerca teorica, rispondo: non ci può essere applicazione pratica senza teoria".

Ma forse al 'potere' conviene di più destinare centinaia di milioni di euro per la 'ricostruzione', anziché prevenire la morte di centinaia di persone...

Israele: un governo frammentato e instabile

netanyahu_435Questo intervento di Sergio Della Pergola, demografo dell'Università Ebraica di Gerusalemme, è pubblicato nella newsletter "L'Unione Informa" del 2 aprile 2009.

Il quotidiano vilipendio di Israele è una brutta abitudine di certa stampa, ma ogni tanto anche Israele deve fare la sua autocritica. Il nuovo governo Netanyahu esprime un sistema politico troppo frammentato e instabile per poter dare le risposte forti che i molti e urgenti problemi  all’ordine del giorno richiederebbero.

Dopo le ultime elezioni esistevano diverse formule possibili di governo. In funzione di quali criteri sono state compiute le scelte di Bibi? Cinque le possibili sfere di riferimento: le indicazioni della politica mondiale e delle grandi potenze, le condizioni regionali del Medio Oriente, il bene della società israeliana nel suo complesso, gli interessi globali del popolo ebraico e le esigenze dei partiti politici.

La nuova compagine governativa nasce soprattutto in quest’ultimo senso auto-referente. Trenta ministri e sette sottosegretari di sei diversi partiti costituiscono più della metà dell’intera coalizione parlamentare (inclusi i cinque franchi tiratori) e danno vita a un governo costoso e litigioso.

La scissione dei portafogli in nano-dicasteri crea sovrapposizioni, con quattro addetti alla difesa, quattro alla pubblica istruzione e alla cultura, due agli esteri, e due alle telecomunicazioni. Sugli interessi dell’ebraismo mondiale non una parola, salvo la designazione (assolutamente degna) di Yuli Edelstein a ministro per la Diaspora.

Il secondo governo Netanyahu parte con un indice di gradimento del 30% e sono in pochi a credere che potrà completare il quadriennio parlamentare. Comunque, auguri.

Libertŕ e censura di fronte all'Islam

freedom_330L'articolo "Antisemitismo e islamofobia, la differenza fra ostilità e paura" è stato pubblicato nella newsletter "L'Unione informa" di mercoledì 18 marzo 2009. E' firmato dal semiologo Ugo Volli.


L’articolo di Ian Buruma, pubblicato qualche giorno fa sul Corriere della Sera e già segnalato da Anna Foa, è interessante per un’altra ragione, al di là della discussione sui limiti della libertà di opinione. Questo punto infatti a me sembra abbastanza chiaro sia in sede teorica che linguistica. Quel che è assicurato dalla tradizione occidentale, a partire da Locke e Spinoza ed è recepito nelle legislazioni liberali, è la libertà di “pensiero”; tutti peraltro, senza eccezioni  hanno diritto ad avere “parola”.

Su tutti i temi in un paese libero si può liberamente opinare. L’”espressione” del pensiero è invece sempre soggetta invece a limiti, come il divieto della diffamazione, di calunnia, di vilipendio ecc. La differenza fra libertà di “pensiero” o di “opinione” e di “espressione”  o “parola” è una questione di parole, ma anche di sostanza. Io posso pensare che un certo movimento politico sia sostanzialmente nazista o che una persona rubi, ma  per non incorrere in reati devo esprimere questo pensiero in maniera adeguatamente pacata e motivata; in particolare non posso incitare a reati contro il movimento o la persona; d’altro canto la satira e la polemica politica godono nei regimi liberali di una protezione superiore alla media, che sono libertà ulteriori.

Il concetto di espressione comprende infatti sia le parole sia il loro contesto d’uso, inclusi i generi discorsivi. Parlando di cose che ci riguardano da vicino, nessuno, credo, ha mai preteso davvero che fosse proibito discutere in termini storici il modo in cui è avvenuta la Shoà e neppure la sua realtà.
Per paradosso, se qualcuno sostenesse in un libro che Hitler non è mai salito al potere e che Auschwitz è una spiaggia siciliana, la sua sarebbe una posizione assurda e insostenibile, da ignorante, ma non da criminale. Non si dovrebbe farlo insegnare in una scuola, ma sarebbe sciocco processarlo per questo.

Qualche anno fa Sellerio ha pubblicato un libro, intitolato “Napoleone non è mai esistito”, un divertissement antinegazionista che sottolinea che in ambito storico è possibile sostenere anche delle assurdità. La ricerca procede avanzando ipotesi nuove e magari “strane” e accettandole o rifiutandole fino a raggiungere un consenso su un corpus scientifico condiviso. Naturalmente è interesse della società che le assurdità non siano insegnate nei luoghi istituzionali del sapere e che non siano usate in maniera criminale, per esempio non vengano finalizzate alla  propaganda politica antisemita, cioè a suscitare l’odio contro il popolo ebraico.

Ma il punto interessante da discutere secondo me non è questo, che in pratica è sempre abbastanza facile da decidere. Il problema vero riguardo all’articolo di Buruma è la sua ostentata parificazione fra la posizione del vescovo Williamson e quella del deputato olandese Geert Wilders, autore come noto di un film (“Fitna”) che intende far notare la somiglianza fra il Corano e  certe posizioni inaccettabili di apologia della violenza, in particolare il nazismo.

Che fra islamismo e nazismo vi siano relazioni non è certo di una tesi storicamente campata in aria: da poco tempo, per esempio, è uscito un libro in Italia (David Dalin e John Rothmann “La mezzaluna e la svastica”, Landau Edizioni) che documenta il fitto intreccio di complicità fra movimento nazionalista arabo e nazismo durante la seconda guerra mondiale. Ma la discussione pubblica di questo tema è ciò che Buruma accosta al negazionismo.

Più che porsi il problema del confronto personale che Buruma fa fra Williamson e Wilders (il che sarebbe certamente interessante soprattutto se lo estendessimo alle polemiche che lo stesso Buruma ha sostenuto contro Ayaan Hirsi Ali, deputata olandese di origine somala minacciata di morte dagli islamisti per “apostasia” e contro Theo Van Gogh, cineasta sempre olandese amico di Wilders e di Hirsi Ali, ucciso dagli stessi islamisti olandesi per le sue posizioni politiche) ci interessa qui confrontare due parole la cui equivalenza è implicata dal confronto di Buruma: “antisemitismo” e  “islamofobia”.

Posto che l’antisemitismo (e anche quel suo antenato prossimo, l’antigiudaismo cristiano) sono forme particolarmente odiose di razzismo, essere “islamofobi” è la stessa cosa che essere antisemiti, come cercano di far pensare intellettuali islamici alla Ramadan, gli stati arabi, la risoluzione 62/154 dell’Onu e anche la conferenza Durban 2? Io non credo.

Ognuna di queste parole è composta da due parti, una che indica un’azione o una passione (“anti”, “fobia”) e una che indica un’entità collettiva (“semiti” o “giudei” e “islam”). C’è però una differenza fondamentale fra i due termini, sia nella prima che nella seconda parte.

Essere contro (“anti”) qualcuno è assai diverso da averne paura (“fobia”). Opporsi a un movimento ideologico, teologico-politico come l’Islam (o il comunismo, il fascismo, o il politeismo, o Scientology) è molto diverso rispetto a essere ostile a un popolo, cioè a un complesso di individui indissolubilmente uniti da un legame prevalentemente etnico.

E’ abbastanza ovvio che qualcuno possa odiare il comunismo o il fascismo; dal mio punto di vista probabilmente fa bene. Se odia gli scozzesi (o gli ebrei, o ovviamente gli egiziani) il suo atteggiamento è almeno sospetto di essere in qualche senso patologico, razzista.

Avere paura dell’Islam (o piuttosto degli islamisti, la parola “islamofobia” non fa differenza) è dunque cosa assai diversa dall’odiare gli ebrei. Bisogna aggiungere che nelle intenzioni esplicite e documentate di chi ha coniato la parola “islamofobia”, come scrivono Christopher Hitchens sul Corriere di martedì 10 marzo e Klaus Faber sul Jerusalem Post del giorno successivo, questa deve servire a qualificare negativamente e possibilmente a proibire la critica dei principi e delle formulazioni del Corano, cioè a rendere immune da ogni discussione l’ideologia islamistica: dire che non è giusto tagliare le mani ai ladri, o proibire alle donne di guidare come è fatto in Arabia Saudita in nome dei principi islamici, per esempio, sarebbe qualificato di islamofobia, mentre è evidente che nessun ebreo penserebbe che sia antisemita dire che sono irragionevoli le regole alimentari della tradizione ebraica.

Questa pretesa di infallibilità, che può diventare molto concreta, come nel caso della condanna a morte dello scrittore Salman Rushdie, reo di aver presentato in maniera ironica il Profeta, è peraltro un’ottima ragione per aver timore degli islamisti. Vi sono certamente molte altre ragioni ancor più solide, che non è possibile richiamare qui nei dettagli: per esempio l’aggressività militare, la rivendicazione del possesso di tutte le terre che non sono mai state in mano di stati islamici, l’oppressione delle donne e last but not least, un’estesa pratica terrorista, abbondantemente appoggiata da intellettuali e popolo dei paesi islamici.

Dunque, essere moderatamente islamofobici è non solo lecito ma anche ragionevole - certamente facendo le debite eccezioni, non immaginando che le persone siano tutte uguali e che ogni islamico sia un terrorista.

Se i due termini descrivono realtà assai diverse, e sono diversi anche i personaggi (un prete che vuol restaurare l’antica pretesa della Chiesa al monopolio della verità e un deputato che vuole aprire un dibattito sul futuro dell’Europa, al di là dei luoghi comuni del “multiculturalismo”) anche l’atteggiamento da tenere nei confronti dei loro discorsi è diverso.

Williamson rifiuta di vedere la persecuzione antiebraica o la minimizza, perché vuole che gli ebrei siano considerati colpevoli di “deicidio”; non porta prove, anzi aspetta che altri, se ne sono capaci, lo convincano che la Shoà c’è stata. La mossa di Wilders al contrario consiste nel portare prove, chiedere una discussione nell’ambito di un discorso non teologico ma politico.
In sostanza avverte la comunità di cui fa parte di quel che gli sembra un pericolo concreto ed attuale.

Chiedere che la Chiesa sanzioni il discorso di Williamson significa metterla di fronte alle sue responsabilità (e infatti la reazione non è mancata). Impedire a Wilders di parlare, come ha fatto il governo inglese, vuol dire escludere dalla sfera pubblica un problema che si prospetta nel futuro prossimo, quello dell’intolleranza islamista al libero scambio delle opinioni e della critica. Non vi è affatto simmetria nel concedere o negare libertà di parola ai due discorsi.

Veltroni e l’abbondanza della vita

Walter_VeltroniQUELLO CHE AVEVO IN MENTE E NON POTEVO DIRE
La frase l’ha pronunciata a piazza di Pietra, a Roma, giovedì 18 febbraio. «Abituiamoci all’idea –spiega Veltroni, annunciando le dimissioni da segretario del PD- che un grande partito è un luogo di diversità. Non vi preoccupate, non vi spaventate, non chiedete a chi mi succederà, “ma su questo tema il Pd ha avuto tre deputati che hanno votato diversamente”. La mia risposta, quella che avevo in mente e che non potevo dare è: per fortuna sì. Per fortuna sì, per fortuna che il Pd non è una caserma, per fortuna che è un luogo in cui ciascuno può avere una sua identità dentro un’ispirazione unitaria che rispetta su taluni punti una libertà di coscienza».

Di fronte alla catastrofe elettorale sarda, di fronte a un partito in fase di recessione pesante, sembra un inciso da poco, quasi una giustificazione -agli occhi di cronisti e dirigenti politici- all’accusa che gli è stata reiterata più volte: non saper decidere, non saper governare il partito. Non avere determinazione. Essere un ‘buonista’. Mediare all’infinito per non arrivare a nulla.
Ma è davvero così? Quella frase è, in realtà, una sorta di stele di Rosetta: se la si interpreta correttamente, è la chiave di lettura dell’intero progetto del Pd veltroniano.

Ho sempre creduto che l’idea che ha in testa Veltroni quando assume l’incarico di segretario del Pd, nell’ottobre 2007, fosse rivoluzionaria, e potesse rappresentare la vera, definitiva uscita dalla cultura politica del Novecento. Berlusconi irrompe nei primi anni Novanta con il marketing politico: in Italia è una novità , all’estero un déjà vu. Veltroni in questo primo scorcio di millennio tenta la sua mission impossible: europeizzare i democrats americani. Ma non è il cuore obamista a battere nel progetto di Veltroni, poiché la matrice è fortemente europea: il modello è un partito dove ci sia una pluralità di idee, senza teorie onnicomprensive.

SENZA GABBIE IDEOLOGICHE
E’ una prospettiva assolutamente nuova che rovescia il vecchio centralismo democratico del Pci ma anche la divisione in correnti strutturate della Dc. Il Pd, nella testa di Veltroni, è a metà strada fra l’utilitarismo e l’anything goes di un filosofo ‘contro il metodo’ come FeyerabendL'unico principio che non inibisce il progresso è: 'qualsiasi cosa può andar bene’»); un partito, cioè, che non agisca sulla base di gabbie ideologiche, ma trovi, di volta in volta, attraverso una maieutica politica complessa, la soluzione migliore, quella che può avvicinare un po’ di più uomini e donne alla felicità. Tutto il resto ha solo valore strumentale: per Veltroni la politica è desiderabile in quanto può condurre a una ragionevole felicità degli individui.

Un grande filosofo della politica, studioso della nonviolenza, come Giuliano Pontara scrive: «Il dovere morale, del singolo e della comunità, consiste nell’incrementare il piacere e diminuire le sofferenze del mondo». L’ispirazione politica veltroniana non è poi così distante.
Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni, e per descriverla l’ex segretario ha usato una citazione di Charles Dickens da “Una storia tra due città”: «Era il migliore dei tempi e il peggiore dei tempi, era la stagione della saggezza e la stagione della follia, era l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione».
In un mondo così, un mondo dove tutto pare finire e trasformarsi, l’unica verità è di procedere fra confronti, errori, prove. Per riprendere ancora Feyerabend, il significato non sta da nessuna parte, ma emerge con lo svolgersi delle azioni.

In questi mesi di segreteria Veltroni –al di là delle molte beghe che arrivavano dal territorio- lo scontro è stato esattamente questo, fra due impostazioni culturali, fra chi privilegia il modello socialdemocratico e chi si affida alla sfida di una ‘metodologia pluralista’.

DUE OPPOSTE VISIONI
La parola può essere anche lasciata a due protagonisti del Partito Democratico: lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, ex ministro alla Cultura del Governo ombra del Pd, e Gianni Cuperlo, l’eterno enfant prodige, l’eterno ‘giovane’ del Pci, del Pds, dei Ds.

Cerami descrive così il PD: «Un partito in cui entrano esperienze, storie, culture diverse. Non è come il partito comunista o come i partiti ferrei di una volta. Questo è un partito nuovo. E la cosa bella è che mette insieme i cattolici, gli ex comunisti, gli ex socialisti, i repubblicani, i liberi pensatori, gli artisti di ogni genere. Non mi sento organico di un partito, anche perché questo è un partito in cui io posso anche dire di non essere d'accordo, non mi succede niente» (“Cerami, uno scrittore per il PD”, Periscopio, 13 marzo 2008).

Quella che sembra solo una provocazione, è all’incirca la piattaforma ideale del partito: «Il PD –spiega lo scrittore in una conversazione telefonica - dovrebbe essere uno spazio dove circolano idee, un luogo senza porte dove tutti possono entrare, dove ci si confronta; se ci sente a proprio agio, si resta, altrimenti si va via e magari si ritorna in seguito per capire meglio. Tutti addossano la crisi del PD al mancato radicamento territoriale, io non sono poi così favorevole al radicamento, anzi. Quello che è successo in Sardegna, dove il governatore si dimette per colpa non del Pdl ma della sua stessa maggioranza; quello che è successo in Abruzzo con amministratori arrestati; quello che è successo in Campania dimostra che perdiamo consenso perché, semmai, c’è fin troppo radicamento».

L’analisi di Gianni Cuperlo è contraria e impietosa, e bene individua come a cadere non sia stato solo il segretario del PD: «Penso che a venir meno in questi giorni –scrive nel suo blog- non è stata soltanto una leadership, con le sue responsabilità e anche i suoi meriti. A venire meno è stato l’impianto politico e culturale che ci ha guidati fino qui».
E prosegue, riportando il testo del suo intervento all’assemblea nazionale dello scorso 21 febbraio: «L’idea – a mio parere, sbagliata – che il nuovo Partito, per nascere, per vivere, per allargare il suo consenso, dovesse accantonare ogni possibile contrasto. Contrasto di valori, di soluzioni, di linguaggio. Il risultato è che abbiamo progettato un’architettura complessa. Ma abbiamo confuso il disegno con la realtà. E soprattutto abbiamo rimosso un aspetto decisivo che riassumo così. Abbiamo allontanato da noi quei temi (la risposta sul “chi siamo” in Europa e nel mondo / la bioetica / le nuove libertà della Persona…) che nello stesso istante garantivano il successo di leadership innovative in altri paesi, anche più importanti del nostro. Insomma abbiamo pensato a un modello di Partito senza tener conto del mondo».

Sono due visioni diverse del PD: quella di Veltroni legge le complessità del mondo, ne avverte l’abbondanza, la ricchezza, la pluralità; l’altra non nega tale complessità ma la risolve attraverso la necessità di una sintesi che distingua bene destra e sinistra.

BINETTI, UNA DEPUTATA 'SIMBOLO'
C’è un deputato che, suo malgrado, incarna  questo scontro culturale. Ovviamente è Paola Binetti. Lei, per molti elettori e iscritti del PD –basta leggere qualcuna delle e-mail che arrivano in segreteria- col Pd non c’entra nulla. Sono perfino nati dei gruppi su Facebook per chiedere la sua uscita dal partito.
Veltroni, ça va sans dire, non tifa Binetti, ma ritiene che anche la cattolicissima Paola sia una ricchezza, proprio perché la vita è ‘abbondante’, e il miglior progresso è quello che nasce dal confronto delle idee. Il mondo non è comprensibile attraverso una lettura univoca, ma attraverso una responsabilità storica che sia aperta a ogni soluzione.

LEALTA', NON OMOLOGAZIONE
Il problema, secondo Veltroni, non è chi ha posizioni diverse su un dato argomento; il problema è la lealtà al progetto politico complessivo di chi esprime opinioni differenti. E questo PD difficilmente potrebbe essere giudicato leale al progetto politico o al suo leader.
Le satrapie territoriali così come le correnti interne sono l’esatto contrario del PD veltroniano. In un partito dalle connotazioni ‘liberal’, non ci sono correnti, ma aree di opinione che si formano, si sciolgono, si confrontano. In questo modo Veltroni porta a sintesi un altro tema che gli sta a cuore: la dialettica fra ‘io’ e ‘noi’.

IO E NOI
In una relazione che fa a Palermo a settembre dello scorso anno afferma: «Io e noi. È la chiave decisiva per sopravvivere come comunità, perché quando l’io nella storia ha prevalso sul noi le comunità si sono frammentate e dissolte. Penso ovviamente a una relazione corretta tra l’io e il noi, quella relazione che dà il senso della vita. E il senso -fondamentale nell’esistenza di un singolo essere umano- lo si trova solo in relazione agli altri. Mai solamente in sé stessi. O meglio, se si vuole, la forma più sublime e alta di egoismo è quella di cercare di essere felici individualmente, perché si è stati in qualche misura utili agli altri».

In qualche modo è la teorizzazione di un PD dove i singoli protagonismi non sono organizzati in correnti, ma si esprimono attraverso ‘aree mobili di idee’, cominciando dal testamento biologico.
Il metodo politico per Veltroni è nella ricerca stessa del metodo, senza le certezze ideologiche dei partiti del Novecento, inutili non eticamente ma praticamente, inservibili per leggere un Occidente che assomiglia sempre di più per il meticciato, gli scambi, le contraddizioni, il grande mescolio di viaggi razze lingue merci costumi credenze, al periodo finale dell’impero romano. Forse per Veltroni dovremmo leggere Ammiano Marcellino e Gregorio di Tours più che Carlo Marx.

Grazie Silvio

vignettaberlusconi_340E' ora di aggiornare il post sul Berlusconi Show, quindi ripropongo il post dell'8 novembre 2008, aggiornato delle ultime straordinarie performances del nostro presidente del Consiglio. Grazie Silvio!


Una volta c’era Mike Bongiorno con i suoi incredibili strafalcioni. Oggi c’è Silvio Berlusconi che però di mestiere fa il presidente del Consiglio, non il conduttore di Lascia o Raddoppia o di Rischiatutto.

Ad ascoltare quel che dice, uno legittimamente si chiede: ma Berlusconi c’è o ci fa?
E’ un naturale ‘scompenso del genio’, come spiega bonariamente Fedele ‘Fidel’ Confalonieri per giustificare le tante gaffe, le barzellette fuori posto, le battute sbagliate, i gestacci del Nostro (“anche Mozart, spiega Confalonieri, faceva le boccacce), oppure il presidente del Consiglio si dimostra un grande e attento comunicatore anche nell’uso di parolacce e corna?
Quel che è certo è che le sue gaffe rimarranno se non nella storia almeno nella cronaca della politica internazionale, in una sorta di memorabilia di anni nei quali personaggi come De Gasperi o Don Sturzo, Nenni o Togliatti avrebbero forse stentato a riconoscere la loro Italia.


Donne in regalo
24 febbraio 2009
: Berlusconi e Sarkozy, conferenza stampa a durante il vertice italo-francese che si è svolto martedì a Villa Madama. Parla il presidente francese, a un certo punto Silvio si avvicina e gli sussurra qualcosa all'orecchio. Sarkozy è imbarazzato. La misteriosa battuta suscita la curiosità dei media francesi. Il giorno dopo Canal + traduce il labiale di Berlusconi, ricostruendo le esatte parole. "Moi je t'ai donné la tua donna", avrebbe detto il Cavaliere mischiando le due lingue.
Scrive La Repubblica: "L'allusione all'italianità di Carla Bruni come fosse un bene da esportazione non è evidentemente piaciuta a Sarkozy. E neppure ai presentatori francesi che hanno costruito sulla gaffe una serie di ironie, assegnando a Berlusconi 'l'Oscar della volgarità'.".
Le parlamentari del Pd Anna Paola Concia e Donata Gottardi hanno deciso di sporgere denuncia contro il presidente del Consiglio per i suoi ripetuti riferimenti allusivi "di disprezzo" nei confronti delle donne.
Spiegano le due deputate: "Denunciamo Silvio Berlusconi, in qualità di presidente del Consiglio dei ministri italiano, alla Corte europea di Strasburgo per violazione degli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, a causa delle continue e ripetute dichiarazioni di disprezzo sulla vita e la dignità delle donne. In Italia, a causa del Lodo Alfano, non è possibile denunciare il presidente del Consiglio alla magistratura".
Berlusconi si giustifica: non ho detto 'donna', ho detto 'Sorbona'.


Un soldato per ogni donna
25 gennaio 2009: Berlusconi ironizza di fronte all'ennesimo stupro: "Servono tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, non ce la faremmo mai...".
All'indignazione generale, risponde: "Il mio era un complimento alle ragazze italiane che sono alcuni milioni, io penso che in ogni occasione serva sempre il senso della leggerezza e dell'umorismo". Della seria: era meglio se stava zitto...


L’abbronzatura di Obama

6 novembre 2008: Mosca, conferenza stampa congiunta con il presidente russo Dmitri Medvedev, al termine del vertice intergovernativo a Mosca. Berlusconi si dice convinto che Obama abbia tutto per andare d’accordo con Medvedev perché «è bello, giovane e abbronzato».
Una battuta sul colore della pelle che rimbalza in tutto il mondo, ma che il premier si affretta a difendere. Era solo «un complimento», una «assoluta carineria» dice il Cavaliere, che non si limita all’autodifesa. «Veramente c’è qualcuno che pensa che non sia stata una carineria? Se scendono in campo gli imbecilli, siamo fregati. Dio ci salvi dagli imbecilli».
Qualcuno insiste sulla gaffe? Il Cavaliere perde la pazienza: «Come si fa a prendere un grande complimento come una cosa negativa? Ma che vadano a... Se hanno anche il torto di non avere sense of humor, peggio per loro». Di fronte alle critiche che non si sopiscono, Berlusconi contrattacca assegnando la «laurea del coglione» a chi, come il Pd, ha sparato a zero su quel suo «abbronzato».

Venerdì 7, al termine della conferenza stampa di Bruxelles per illustrare le decisioni del Consiglio Ue straordinario, un giornalista dell'agenzia statunitense Bloomberg prende la parola e chiede testualmente a Berlusconi: "Presidente si rende conto che il suo commento su Obama è offensivo negli Stati Uniti? Perché non chiede scusa?"
Il premier in un primo momento risponde: "Mi fa piacere che ti sei messo anche tu nella lista di quelli che ho definito ieri... bene". (la lista è quella di giovedì, quella degli "imbecilli" ndr).
Alle insistenze del cronista sulle scuse da chiedere, il capo del governo italiano abbandona la conferenza stampa e replica: "Perché? ma dai, per favore... chiedi scusa tu all'Italia".
           
Il video su You Tube della conferenza stampa di Mosca

Il video su You Tube della conferenza stampa di Bruxelles

Le reazioni della stampa internazionale:
Il Messaggero: Berlusconi-Obama, sarcasmo e pregiudizio sulle tv Usa

L’International Herald Tribune


Berlusconi femminista
Aprile 2008: Spagna, il governo Zapatero ha una forte presenza femminile, ben nove ministri donna. E Berlusconi che fa? Se ne esce con questa frase «il presidente del consiglio se l’è voluta e ora dovrà domarle…».
Lui dirà che era una battuta, ma per tutta Europa si tratta della prima gaffe internazionale del Berlusconi Terzo. Una gaffe che ha provocato la reazione delle ministre spagnole.
La titolare delle Infrastrutture, la socialista andalusa Magdalena Alvarez, ha detto di ritenere che le parole di Berlusconi siano «un’offesa» per tutti i cittadini. «Probabilmente -ha detto ancora a proposito del leader del centrodestra italiano- non avrà mai questo problema, perché molte donne non vorrebbero lavorare con un politico che pensa questo delle donne. In molte di noi non entreremmo mai in un governo presieduto da Berlusconi».

berlusconi_putin_225Per una stampa libera e democratica
Aprile 2008: nella conferenza stampa congiunta tra Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, una cronista russa, Natalia Melikova, domanda al leader russo se siano vere le indiscrezioni sulla sua relazione con una ex olimpionica di ginnastica artistica. Prima che Putin –visibilmente contrariato- rispondesse , Silvio Berlusconi sorridente mima con le mani un mitra indirizzato verso la giornalista. Putin se ne accorge e annuisce.
La giornalista russa scoppia a piangere. In Russia negli ultimi dieci anni sono morti più di 200 giornalisti e quasi mai si sono trovati gli assassini.

Caio Silvio Berlusconi
6 aprile 2008: "Il mio latino é abbastanza buono: credo che potrei anche andare a pranzo con Giulio Cesare" (Silvio Berlusconi alla Bbc)

"Simul stabunt, simul cadunt" (Silvio Berlusconi, 21 novembre 1997. Ma il futuro del latino "cadere" è "cadent").

"La storia ci insegna che 'senatores probi viri'... e non dico il resto" (Silvio Berlusconi, Ansa, 19 marzo 2003. Purtroppo il detto latino è "senatores boni viri, Senatus mala bestia").

Mi sposo un miliardario
Marzo 2008: il Cavaliere offre un “consiglio da padre” in tv, su Rai2, a Perla Pavoncello giovane e carina precaria: «Contro la precarietà? Cerchi di sposare il figlio di Berlusconi, o qualcun altro del genere milionario, con quel sorriso se lo può permettere...».
Una battuta galante…

Rispetto dell’elettorato
Aprile 2006: "Ho troppa stima per gli italiani da pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che voteranno contro i loro interessi" (Silvio Berlusconi, commentando la proposta della Cdl di abolire l'Ici sulla prima casa in caso di vittoria elettorale)

Sindrome cinese
Marzo 2006: "Mi accusano di aver detto più volte che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi" (Silvio Berlusconi durante un comizio elettorale a Napoli.

Romolo e Remolo
Marzo 2006: al vertice della NATO vicino Roma, Berlusconi racconta la storia della fondazione di Roma, ad opera di Romolo e ‘Remolo’
L’esilarante video su You Tube

Fioretti elettorali
Gennaio 2006: Berlusconi promette di astenersi dal sesso fino alle elezioni generali di aprile. "Grazie Padre Massimiliano" dice ad un predicatore televisivo che lo ha elogiato per la difesa dei valori della famiglia . "Cercherò di non deluderla e le prometto due mesi e mezzo di completa astinenza sessuale fino al 9 aprile".

Berlusconi e San Paolo
11 gennaio 2006
: "Paolo di Tarso era un grande filosofo greco" (Silvio Berlusconi a "Porta a Porta", in realtà San Paolo era un ebreo nato in Cilicia).

Alla faccia della crisi
Agosto 2005
: "Neanche l'economia va così male. Dalla mia villa ho una vista panoramica che si distingue anche quest'anno per i numerosi yacht... Nessuno può vantare più cellulari, più automobili, più televisioni degli italiani. Sapete quante delle nostre donne possono permettersi dei trattamenti di bellezza?” (Silvio Berlusconi in un'intervista a "La Stampa")

Berlusconi playboy
Giugno 2005: Berlusconi dichiara di aver usato il suo charme maschile per persuadere il presidente finlandese, Tarja Halonen, a lasciar cadere la richiesta del Paese di ospitare la nuova Authority europea sulla sicurezza alimentare.
"Ho dovuto ricorrere alle mie capacità di playboy, anche se era da un po' che non le usavo" dice. Protesta ufficiale dell'ambasciatore finlandese.

Leggende metropolitane
Dicembre 2003: Alla conferenza stampa di fine anno, Berlusconi supera se stesso: “Il conflitto d’interessi è una leggenda metropolitana...

Berlusconi vede lontano
Novembre 2003
: Berlusconi comunica: «La situazione in Iraq sta migliorando molto. Ormai l’Iraq sta andando verso la normalità e la democrazia».
Pochi giorni dopo, a Nassiriya, la guerriglia irachena fa strage di carabinieri italiani.

Antifascisti in vacanza (coll’olio di ricino e il manganello)
Settembre 2003: Intervista a puntate a due giornalisti dello Spectator. Berlusconi afferma che i giudici italiani sono «matti, mentalmente disturbati, antropologicamente estranei alla razza umana»; che Montanelli e Biagi l’hanno criticano perché «sono invidiosi di me»; e che «Mussolini non ha mai ucciso nessuno: gli oppositori li mandava in vacanza al confino».
Il presidente della Repubblica Ciampi esprime «piena fiducia nella magistratura», ricorda gli orrori del fascismo e rammenta che la Repubblica è nata dalla Resistenza.

L’alto concetto delle donne
Settembre 2003: Berlusconi parla a Wall Street e invita a investire in Italia dove «non ci sono più comunisti», ma in compenso «abbiamo segretarie bellissime».

Un baciamano islamico
Agosto 2003: Berlusconi partecipa alle nozze del figlio del premier turco e si produce in un baciamano della sposa che, essendo musulmana, è coperta di veli e non può essere neppure sfiorata. Imbarazzo ad Ankara.

Mitica: il kapò del Parlamento Europeo
2 Luglio 2003: "Signor Schulz, so che in Italia c'è un produttore che sta girando un film sui campi di concentramento nazisti. La proporrò nel ruolo di kapò. Sarebbe perfetto" dice Berlusconi al presidente del gruppo del Partito socialista europeo, il tedesco Martin Schulz che l'aveva criticato nel corso della presentazione della presidenza italiana dell'UE di fronte al parlamento europeo.
Il video su You Tube

In fondo, cosa sarà mai la Costituzione?
Giugno 2003: "Tutti i cittadini sono uguali (davanti alla legge) ma forse il sottoscritto è un po' più uguale degli altri, visto che il 50 % degli italiani gli ha dato la responsabilità di governare il Paese" dice in un'udienza del processo per corruzione a Milano.

Vita da cani
Maggio 2003: "Ho una barca, ma negli ultimi due anni l'ho usata una sola volta per riportare la mia famiglia a casa. E non vado più nella mia casa alle Bermuda da circa due o tre anni... La mia vita è cambiata, la qualità è diventata terribile. Che lavoro tremendo" dice in un'intervista al New York Times.

Furbizie e legalità
Dicembre 2002: "I più svegli riusciranno sicuramente a trovare un secondo lavoro, anche non regolare" dice Berlusconi, incoraggiando i lavoratori licenziati della Fiat a cercare un lavoro in nero.

Il triangolo
Ottobre 2002: "Rasmussen non è solo un grande collega, ma anche il primo ministro più bello d'Europa" ha detto Berlusconi della sua controparte danese, Anders Fogh Rasmussen, in una conferenza stampa congiunta. "E' così bello che sto addirittura pensando di presentarlo a mia moglie", riferendosi ad un pettegolezzo secondo cui sua moglie aveva una relazione extraconiugale.

I morti non parlano
Settembre 2002: "In certi casi i pedalò sono utili. Nessuno (dei cadaveri, ndr) si è lamentato" ha risposto alla domanda sul perché la polizia avesse usato delle imbarcazioni a pedali per recuperare gli immigrati affogati.

berlusca_corna_200Memorabile: foto con corna
Febbraio 2002: durante una fotografia di gruppo, al termine di un vertice informale dell'Ue in Spagna, Berlusconi fa le corna dietro la testa di Josep Pique, ministro degli Esteri spagnolo.

Regolamento di conti
21 aprile 2001: Silvio Berlusconi sull'omicidio di Massimo D'Antona: il caso del consulente del ministero del Lavoro ucciso a Roma nel 2000 dalle Brigate Rosse, viene definito "un regolamento di conti interno alla sinistra".

Sedute spiritiche
7 Ottobre 2000: Nella trasmissione Porta a Porta, Berlusconi annuncia la sua ferma intenzione di andare a incontrare e abbracciare il papà dei fratelli Cervi. Bertinotti lo guarda basito e sconsolato, ricordandogli che Alcide Cervi è morto da molti anni.
Guarda la gaffe su You Tube.

Napoleone De Gaulle o Charles Bonaparte?
13 dicembre 1994:
"L'intendenza seguirà, come disse De Gaulle" (Silvio Berlusconi durante l'interrogatorio davanti al pool di Milano, 13 dicembre 1994. Peccato che il motto fosse di Napoleone Bonaparte).

Niente paura

matteo_ricciMa c’è ancora speranza per il PD? E la speranza da che cosa è data? Dall’elezione di un nuovo segretario? Dal cambiamento di linea politica? Dalle personalità nuove che emergono sul territorio? Da un risultato positivo alle prossime elezioni amministrative ed europee?

Il PD l’ho vissuto per più di un anno da un osservatorio privilegiato: lavorando in direzione nazionale nello staff di Walter Veltroni. E da Roma ho spesso rivolto lo sguardo alla mia zona, la provincia di Pesaro Urbino, con la curiosità di chi, pur non vivendo lì, coglie -proprio da dove è partito- quei fermenti, quegli stimoli di cui il PD ha bisogno.

C’è un giovane protagonista della vita politica provinciale che forse non ha avuto le luci della ribalta che s’è meritato Renzi a Firenze, ma che rappresenta a mio avviso quelle tensioni, quello spirito di novità e di impegno che furono prima del Lingotto, poi delle primarie dell’ottobre 2007. Matteo Ricci ha 34 anni, è il segretario della Federazione del Partito Democratico di Pesaro Urbino, ed è candidato alla presidenza dell’Amministrazione provinciale.

E’ uno che viene dalla gavetta? Sì e no. Sì, perché s’è fatto da solo, cresciuto alla ‘scuola’ politica del senatore Palmiro Ucchielli, uno dei pochi dirigenti politici che, con lungimiranza, ha fatto crescere una vera classe dirigente, senza soffocarla. No, perché non è il classico funzionario di partito che vive solo nelle stanze delle riunioni.

Oggi il Pd di Pesaro e Urbino è uno dei più giovani d’Italia, sia per età sia per innovazione. La formula della Festa Democratica in centro storico –tanto per citare un esempio- è una creatura pesarese, ideata da Ricci e corroborata dalla capacità organizzativa e creativa di Marco Marchetti, il responsabile dell’Organizzazione del partito.

Matteo Ricci incarna quelle qualità che il PD dovrebbe avere per attrarre consenso e far sì che il partito metta solide radici nel territorio. E non grazie a una prassi politica dove dominano il nepotismo, il clientelismo, il familismo, ma in forza di un progetto innovatore e riformista che rifugge l’urlo della piazza o l’indignazione di chi deve preoccuparsi soltanto di avere un pugno di voti in più, poiché l’obbiettivo vero è quello del governo della cosa pubblica, fatto in nome di un interesse generale che non soffochi le individualità, ma anzi esalti i talenti di cui ciascuno è dotato e li faccia crescere, li valorizzi.

Matteo ha scelto per la sua campagna elettorale una formula semplice e forte: girare il territorio, comune per comune (e nella piccola provincia marchigiana di comuni ce ne sono ben 67), a volte quartiere per quartiere, ha incontrato imprenditori, amministratori, lavoratori delle fabbriche, cittadini comuni. Sta facendo un discorso nuovo che piace e convince.

Nel sito www.matteoricci.org è documentato l’intenso lavoro avviato, e gli slogan scelti per spiegare il senso di questa storia politica ben testimoniano la novità di un messaggio che non è legato ai vecchi schemi della politica. “Niente paura” ci dice Matteo.
Niente paura perché è con la fiducia nel futuro che si governa, che si cresce. Niente paura, perché di fronte alle insicurezze quotidiane –da quelle economiche a quelle delle libertà individuali- la risposta non può essere barricarsi in casa, ma ritrovare la voglia del fare e del pensare sentendo che si appartiene a una comunità solidale, dove ciascuno riconosce l’altro per ciò che è, non per la tessera di partito che ha in tasca o per il conto corrente in banca.

Questo spirito credo che sia in sintonia con una terra, quella di Pesaro Urbino, un po’ Romagna e un po’ Marche, che ha fatto dell’ottimismo e dell’appartenenza le sue armi vincenti. Attenzione: non l’ottimismo superficiale e presuntuoso di chi si sente il primo della classe, ma quello umile, e modesto, di chi sa guardare avanti e di chi sa mettersi in gioco; e non l’appartenenza come cifra di chiusura verso chi non è della comunità, ma come condivisione di valori, primi fra tutti la libertà, la tolleranza, l’integrazione e il rispetto di chi è straniero, l’apertura a nuove strade e nuove idee.

La lezione che il PD nazionale può trarre da questa piccola ma significativa esperienza, l’ha spiegata lo stesso Ricci in una intervista rilasciata al Resto del Carlino lo scorso 18 febbraio. “'Il Pd nazionale –ha dichiarato Ricci- deve assomigliare molto di più al Pd pesarese per ottenere risultati positivi (…) qui siamo riusciti a fare quello che a Roma non riescono; il Pd è unito; l’alleanza di centrosinistra si farà; otteniamo riscontri positivi anche da un settore dell’elettorato che alle politiche vota centro destra”.
E ancora: “Sto incontrando tanta gente nel mio tour e recepisco il riconoscimento di una tradizione di buongoverno locale e, soprattutto, la conferma che il nostro gruppo dirigente ed il nostro progetto hanno grande credibilità”.

Sei stata violentata? Carcere e frustate in nome di Allah

arabia_saudita_donna__314Violenza sessuale e pena di morte: un abbinamento delitto-pena molto diffuso nei paesi islamici. Eppure la pena capitale -prevista per una lunga serie di casi (dalla conversione religiosa alla stregoneria, dalla omosessualità all'omicidio...) riservata agli aggressori, non salva la vittima né dagli aggressori né dalla giustizia coranica.
L'episodio lo racconta un articolo pubblicato il 14 febbraio 2009 dall'agenzia di stampa Asia News. A Jeddah, in Arabia Saudita, una donna è stata violentata dal 'branco'. Eppure in carcere è finita lei, condannata -oltre che alla reclusione- anche a cento frustate. Secondo il giudice -che ha applicato la legge islamica- la donna è colpevole di adulterio e di aver accettato un passaggio in macchina da uno sconosciuto. In seguito allo stupro è rimasta incinta e continuerà la gravidanza in carcere. Le cento frustate le saranno inferte dopo la nascita del bambino.
A margine osservo che la difesa della maternità è curiosamente uno standard di teocrazie e dittature: è rimasta nella mia memoria di ragazzo una delle ultime condanne a morte comminate dal generalissimo Francisco Franco, nella Spagna pre-democratica. Riguardava una giovane 'terrorista', incinta. La gravidanza fu portata al termine, il parto si concluse felicemente, e la madre fu impiccata.

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Jeddah (AsiaNews/Agenzie)- Vittima di una violenza carnale in seguito alla quale è rimasta incinta, una donna saudita di 23 anni è stata condannata a un anno di galera e a 100 frustate. A darne notizia è il quotidiano saudita Saudi Gazette, secondo il quale il giudice ha punito la donna perché colpevole di “adulterio”, avendo accettato “un passaggio in macchina da uno sconosciuto”. L’uomo ha abusato di lei tutta la notte insieme ad alcuni amici.

La Corte del distretto di Jeddah ha emesso la sentenza dopo che la donna, nubile, ha “confessato di aver avuto un rapporto sessuale forzoso con un uomo che le ha offerto un passaggio”. Secondo il racconto della giovane, egli l’ha condotta in una casa di riposo a est di Jeddah e, insieme ad altri quattro amici, ha abusato di lei per tutta la notte.

In seguito allo stupro la donna è rimasta incinta; quando si è recata all’ospedale militare King Fahd Hospital per abortire era già di otto settimane. Secondo il giudice la donna è colpevole di “adulterio” – pur non essendo sposata – ed è stata condannata a un anno di prigione.

Le cento frustate verranno scontate al termine della gravidanza; il nascituro prenderà il cognome della madre.
In Arabia Saudita alle donne non è permesso guidare e possono andare in macchina solo se accompagnate dal marito o da un familiare. Nei giorni scorsi la principessa saudita Amira al-Tawil, moglie del principe Al Walid Bin Talal, aveva rivendicato il diritto di guidare per tutte le donne del Paese.

Il sito dell'agezia Asia News

L’esercizio del potere


Due testi fondamentali per capire le dinamiche del potere: Il Piccolo Principe e L’arte della guerra

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da Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry:


"Sire, su che cosa regnate?"
"Su tutto", rispose il re con grande semplicità.
"Su tutto?"
Il re con un gesto discreto indicò il suo pianeta, gli altri pianeti, e le stelle.
"Su tutto questo?" domandò il piccolo principe.
"Su tutto questo…" rispose il re.
Perché non era solamente un monarca assoluto, era un monarca universale.
"E le stelle vi obbediscono?"
"Certamente", gli disse il re. "Mi obbediscono immediatamente. Non tollero l’indisciplina".
Un tale potere meravigliò il piccolo principe. Se l’avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantatré, ma settantadue, o anche a cento, a duecento tramonti nella stessa giornata, senza dover spostare mai la sua sedia! E sentendosi un po’ triste al pensiero del suo piccolo pianeta abbandonato, si azzardò a sollecitare una grazia al re:
"Vorrei tanto vedere un tramonto… Fatemi questo piacere… Ordinate al sole di tramontare…"
"Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all’altro come una farfalla, o di scrivere una tragedia, o di trasformarsi in un uccello marino; e se il generale non eseguisse l’ordine ricevuto, chi avrebbe torto, lui o io?"
"L’avreste voi", disse con fermezza il piccolo principe.
"Esatto. Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare", continuo il re. "L’autorità riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, farà la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l’ubbidienza perché i miei ordini sono ragionevoli".
"E allora il mio tramonto?" ricordò il piccolo principe che non si dimenticava mai di una domanda una volta che l’aveva fatta.
"L’avrai il tuo tramonto, lo esigerò, ma, nella mia sapienza di governo, aspetterò che le condizioni siano favorevoli".
"E quando saranno?" s’informo il piccolo principe.
"Hem! Hem!" gli rispose il re che intanto consultava un grosso calendario, "hem! hem! sarà verso, verso, sarà questa sera verso le sette e quaranta! E vedrai come sarò ubbidito e puntino". (…)


Da L’arte della guerra, Sun Tzu:

Strategie di attacco
(...) Perciò ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità.
Sottomettere l’esercito nemico senza combattere, quello è il trionfo massimo. (…)

La forma
(...) Vincere una battaglia universalmente considerata difficile non è vera abilità (...)
La vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente. (…)
Poiché si vince chi è già sconfitto. (...)

Il pieno e il vuoto
(...) Ora, la forma dell'operazione militare è come quella dell'acqua.
L'acqua, quando scorre, fugge le altezze e precipita verso il basso.
L'operazione militare vittoriosa evita il pieno e colpisce il vuoto.
Come l'acqua adegua il suo movimento al terreno,
La vittoria in guerra si consegue adattandosi al nemico.
L'abile condottiero non segue uno shih prestabilito e non mantiene una forma immutabile. (...)



Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry, Bompiani 2008
L'arte della guerra, Sun Tzu, edizione Oscar Mondadori

Una giornalista oltre il confine

amira_haas_320Donne d'Israele: Amira Haas

Questo articolo, firmato da Daniela Gross, è tratto da una delle newsletter più interessanti pubblicate in questo momento in Italia: l'Unione Informa, curata dall'Ucei, l'unione delle comunità ebraiche italiane. Amira Hass è una famosa giornalista israeliana (in Italia è possibile leggere il suo diario su Internazionale) non certo tenera verso lo Stato di Israele, critica da sempre verso l'occupazione, ma non per questo censurata dalla democrazia israeliana. A quando una Amira Hass palestinese che rifletta sugli errori e sui crimini di Fatah e di Hamas?


Sono abituata a essere considerata impopolare. Per me non è un problema. Molti israeliani mi considerano una traditrice, ma altri mi leggono con interesse e si sentono solidali con le opinioni che esprimo”. Amira Hass, prima e unica giornalista israeliana a vivere a Gaza e in Cisgiordania, ha uno stile diretto e pungente. Anche quando le domande entrano nel vivo della sua esperienza personale. Non teme per se stessa? le chiede l’intervistatore. E lei, serafica, “sono abituata”: “credo che fare il giornalista significhi sorvegliare i centri di potere, osservare da vicino come vengono applicate le politiche dei governi e se rispettano nei fatti ciò che hanno promesso i governanti”.

A 53 anni Amira Hass è una delle voci più note e discusse dal Medio Oriente, conosciuta in Italia soprattutto per il suo diario sul settimanale Internazionale. Nata a Gerusalemme, figlia di due attivisti comunisti bosniaci sopravvissuti alla Shoah, scrittrice e giornalista di Ha’aretz, inizia le sue corrispondenze dai territori nel ’91. Due anni dopo si sposta nella Striscia di Gaza dove vive per un paio d’anni per approdare nel ’97 a Ramallah. Da qui racconta in presa diretta lo scoppio della seconda intifada.

La sua è una scelta controcorrente, vissuta con coraggio e grande semplicità. “Come giornalista – spiega - mi occupo di questioni palestinesi. Quindi sentivo che per fare bene il mio lavoro dovevo vivere lì”. Ma la decisione di varcare quel confine non risponde solo al senso profondo di un’etica professionale. E’ un’opzione civile e politica. “Io – dice - sono una donna di sinistra, figlia di ebrei russi e comunisti. Mia madre è scampata all’Olocausto e ritiene che l’occupazione straniera di un territorio sia sempre sbagliata. Sono, dunque, stata educata nel principio dell’eguaglianza, che è un principio dell’ebraismo, per questo ho deciso di vivere tra i palestinesi”.

Abito a Ramallah – continua - ma sono una privilegiata: con l’auto raggiungo Tel Aviv in un’ora, mentre per un palestinese ci vogliono cinque o sei ore, quando va bene. Un altro enorme privilegio è avere l’acqua. Per i palestinesi c’è il razionamento e perfino il diametro dei tubi che la trasporta è molto più piccolo”.

Le sue cronache non risparmiano né gli israeliani né i palestinesi. Amira Hass narra la progressiva militarizzazione dell’intifada, l’affermarsi dei fondamentalismi, gli scontri tra i diversi gruppi armati, la corruzione della leadership palestinese. E poi l’inasprimento dell’occupazione, le violazioni dei diritti umani e la grande povertà che minaccia d’inghiottire i villaggi e dei campi palestinesi. Le sue critiche le attirano molti attacchi, anche da parte delle autorità d’ambo le parti.

Ma Amira evita toni da vittima o da prim’attrice. La sua scelta di vivere al di là della linea verde, sostiene, in Israele suscita in fondo “una sorta d’indifferenza”: “gli israeliani non vogliono sapere”, “ai lettori israeliani non importa dei reportage accurati da Gaza. Da Gaza gli interessano solo le notizie su Shalit”. La voce sommessa di questa donna dal volto serio e intenso, incorniciato dagli immancabili occhiali, riesce però in questi anni a disegnare nel concreto la realtà quotidiana e dolorosa di due popoli così vicini e così lontani.

Nelle sue cronache s’intrecciano le vite d’amici e conoscenti: Abu Yussef rifugiatosi in Norvegia e Nir nato in un kibbutz, Muna e le amiche israeliane. E poi il thè alla menta dei pomeriggi sereni; gli ulivi nei campi palestinesi tagliati dagli israeliani (con “i rami amputati come se stessero implorando aiuto”); la costruzione della nuova superstrada israeliana e l’eterna attesa degli abitanti di Gaza (“Aspettare i pezzi di ricambio di elettrodomestici e automobili; aspettare elettricità, acqua e gas; aspettare che apra il varco di frontiera per portare fuori le fragole; aspettare che Israele autorizzi una spedizione umanitaria delle Nazioni Unite. Ormai i palestinesi non fanno altro”).

A marzo dello scorso anno, stanca e delusa da una situazione politica che sembra in stallo totale, Amira Hass sceglie di fermarsi e prende un’aspettativa dal suo giornale. “Una pausa quanto mai necessaria, dopo quindici anni di cronache sull'occupazione – spiega su Internazionale - A mettermi ko non è stata solo l'indubbia fatica di tanti anni di lavoro. La cosa peggiore è sempre stata il profondo divario tra la gravità di quello che scrivevo e la generale indifferenza dimostrata dal lettore israeliano medio. È logorante rendersi conto che le parole non cambiano niente”.

Ma lo stacco dura molto poco. Qualche mese e le tensioni in Medio Oriente di nuovo salgono a livelli di guardia. Amira decide di tornare sul campo e di riannodare il filo del suo racconto. Riesce a raggiungere Gaza con una delle navi umanitarie che a novembre forzano il blocco. Alla fine del mese è espulsa, per “motivi di sicurezza”. “Ad Hamas – commenta lei - non interessa dei lettori israeliani”. Addolorata per le tante storie che avrebbe voluto raccontare, Amira Hass però non molla. E riprende la sua cronaca, questa volta dal fronte doloroso di una guerra.

Daniela Gross

Contro l'astrazione

p_k_feyerabendColloquio con Paul K. Feyerabend- (dall'intervista "I pericoli dell'astrazione" - Roma, abitazione Feyerabend, venerdì 15 maggio 1992)

Professor Feyerabend, lei è un acerrimo nemico delle astrazioni filosofiche. Tuttavia non si può negare che l'approccio astratto alla realtà sia stato coronato anche da grandi successi

Certo: ma successo per chi? e in quale area? Per esempio, l'approccio astratto non ha prodotto il risultato di rendere la gente più affettuosa, non ha fatto sì che si uccida di meno, e neanche ha reso la gente più civile, nel senso di renderla più rispettosa dei diritti altrui. Questo è il secolo in cui si è ammazzata un sacco di gente, il secolo che apparentemente è il più avanzato dal punto di vista scientifico e che all'improvviso vede il ritorno di una forma scoperta di barbarie.

Così, per un certo verso, questo approccio astratto non ci ha dato qualcosa di veramente molto importante. Naturalmente, con l'approccio astratto abbiamo ottenuto molte informazioni che prima non avevamo; l'approccio astratto ci ha suggerito come sviluppare la tecnologia, cioè una cosa che non avevamo prima. Ciò significa che oggi abbiamo nuove conoscenze, che possiamo costruire nuove macchine, il che a sua volta significa - se consideriamo la cosa con attenzione - che abbiamo nuove possibilità di scelta.

La domanda è: queste nuove conoscenze sono utili, o no, per i nostri fini? Le si può trascurare? Poiché c'è sempre una enorme quantità di informazione attorno a noi, se cerchiamo di imparare ogni cosa non giungeremo mai a nulla: dobbiamo compiere una scelta, dobbiamo operare delle selezioni. E che cosa selezioneremo? Naturalmente, se ci troviamo all'interno della tradizione occidentale, selezioneremo l'informazione scientifica, ma come risultato di un atto di scelta. Ora, il fatto che qui sia implicato un atto di scelta, il fatto che si traggano risultati dalle scienze piuttosto che da qualche altra cosa, viene mascherato dal modo in cui gli scienziati presentano i loro risultati. Non solo gli scienziati ma anche i loro rappresentanti in aree culturali più vaste: filosofi, giornalisti, e così via. Costoro dicono: "Noi non solo offriamo informazione, diciamo anche che cosa è reale." Il loro assunto di base è che c'è una realtà che esiste indipendentemente dalla ricerca scientifica, è che gli scienziati - o le persone che usano l'astrazione - hanno trovato il modo giusto di descrivere la realtà, e che perciò quell'informazione deve essere presa in considerazione perché in fin dei conti noi siamo parte della realtà, viviamo nella realtà, e quindi dovremmo conoscerla.

Senonché questa inferenza è del tutto ingiustificata: abbiamo, certo, informazioni che ci aiutano dal punto di vista pratico, ma da questo non consegue che l' informazione sia vera in senso assoluto.

Molte vecchie teorie conservano la loro utilità; per esempio, se lo scopo è di effettuare previsioni approssimative, è possibile usare la vecchia idea che la terra sta ferma e che tutti i pianeti le girano attorno in epicicli - se si scelgono le condizioni iniziali giuste, questa idea darà i suoi frutti. Oggi abbiamo la fisica delle particelle elementari, e anche, in generale, la teoria quantistica. Ma se non vogliamo sapere nulla delle particelle elementari o della chimica, o delle proprietà fisiche delle sfere, e così via, possiamo usare la vecchia meccanica. Perciò, il fatto che qualcosa sia utile non significa che sia anche vera e che abbia a che vedere con la Realtà; e il fatto di trovare qualcosa attraverso l'astrazione non significa che quel che si è trovato stesse là, nel mondo, prima che si cominciasse a fare astrazioni.


Quali sono i pericoli dell'astrazione?

La risposta è già contenuta in quanto ho detto. Se ad esempio si assume insieme con Parmenide - uomo di astrazione tra i più radicali- che il mondo, così come è, è un blocco solido che non cambia mai, allora si svaluta la vita umana, perchè la vita umana è piena di cambiamenti. Si è portati a dire che la vita umana è qualcosa di secondario, a cui non bisogna fare molto caso.

Ovviamente si può decidere di cambiare questo punto di vista - è quanto fanno alcuni buddisti e altri - ancora, ma dovrebbe essere una questione di scelta. Quanto influente sia ancora Parmenide al giorno d'oggi, lo si vede bene leggendo Einstein. C'è una raccolta di lettere scritte da lui ad uno dei suoi pochi amici personali che siano restati per lungo tempo suoi amici, Michel Bessot. In particolare mi riferisco alla lettera in cui Einstein scrive alla moglie di Bessot, perchè Bessot era appena morto, dove Einstein dice: "per noi scienziati tutti questi eventi, come vivere e morire, sono solo illusioni, noi sappiamo che la realtà è stabile e non muta".

Ebbene, se consideriamo la nostra vita come un'illusione, reagiremo in modo molto meno aggressivo ad avvenimenti che si svolgono nel quadro di questa illusione, come l'uccisone delle persone, e così via; se invece consideriamo queste cose come reali, allora reagiremo ai pericoli in modo più aggressivo, con più grinta. Se si sostiene un punto di vista di un certo tipo sulla realtà, si corre il rischio di rovinare la vita umana, la nostra vita, quella dei nostri cari e così via.

Tratto da Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche- RAI

Juden Raus!

yellow_star_jude_painting_297Un gruppo armato ha fatto irruzione nella sede dell'Asociacio'n Israelita de Venezuela (AIV)a Caracas, provocando danni nella principale sinagoga del Venezuela. Lo denuncia il vice presidente dell'associazione ebraica, David Bittan, precisando che la profanazione del luogo sacro e' avvenuta la notte scorsa. Sono stati distrutti libri ed oggetti sacri e sulle pareti interne ed esterne della sinagoga sono state scritte frasi antisemite, come "fuori, morte a tutti" o "morte ad Israele".

Questo il testo battuto sabato 31 gennaio dall'agenzia di stampa Adnkronos. Nel regno di Ugo Chavez questo non è, purtroppo, l'unico episodio di antisemitismo e la storica Anna Foa lo sottolinea oggi nell'articolo pubblicato dalla newsletter dell'Ucei "L'Unione Informa". Eccone la versione integrale (corsivi e grassetti sono miei):

"La sinagoga più antica di Caracas devastata in un'incursione di gruppi armati durata per ore, senza alcun intervento da parte della polizia. Israele che accusa il Presidente Chavez di essere all'origine dell'antisemitismo dilagante. Gli ebrei venezuelani, e tra loro i figli e nipoti di quegli ebrei austriaci che avevano trovato rifugio in Venezuela nel 1938, che emigrano sempre più man mano che crescono i segnali di un antisemitismo di Stato, organizzato dal potere: individuazione degli ebrei, pubblicazione dei Protocolli, attacchi di Chavez ai sionisti e agli ebrei.

E' questo che distingue l'antisemitismo da altri episodi e stati d'animo gravi e inaccettabili, ma non altrettanto pericolosi. Le orrende manifestazioni anti-israeliane e antisemite in Europa non hanno avuto l'appoggio dei governi. Se un poliziotto suona alla porta di qualcuno all'alba, non è perché è un ebreo, ma perché è sospettato di un crimine. Il razzismo non è di Stato, anche se può avere complicità e condiscendenze. Ma i ragazzi che hanno dato fuoco a Nettuno ad un indiano per puro divertimento (ma qual è la differenza col razzismo, in questo caso?) sono stati arrestati.

L'antisemitismo non è di Stato, in nessun paese della nostra Europa. La democrazia, per quanto ne critichiamo le insufficienze, è un ostacolo e un rimedio  all'antisemitismo, al razzismo, alla perdita dei diritti, all'incitamento all'odio. L'unico rimedio reale. Per questo non dobbiamo confondere e fare di tutt'erba un fascio, dalle affermazioni antisemite che vediamo intorno a noi alle violenze dell'antisemitismo di Stato del governo dittatoriale e populista di Chavez. Altrimenti, non saremo in grado di vedere i veri pericoli, e di aiutare quegli ebrei che si trovano esposti alla violenza senza nessuna protezione".

Anna Foa, storica

Il comandante che sparava agli omosessuali

chavez_iran_237Si sceglie la compagnia e il mito giusti, il dittatore comunista del Venezuela Hugo Chavez. Dopo aver abbracciato e proclamato eterna amicizia al lapidatore di donne e impiccatore di ragazzini gay Ahmadinejad, ha dato di nuovo spettacolo al Social Forum che si svolge in Brasile, cantando, davanti a una folla di telecamere (anche lui come il nostro premier è un mattatore televisivo d’eccezione), “Comandante Che Guevara”.

Ognuno ha gli eroi che si merita. Anche Che Guevara avrebbe forse condiviso la stessa passione assassina di Ahmadinejad per gli omosessuali. Fu proprio il celebratissimo mito dei giovani di tutto il mondo (chi non ha in casa una maglietta, un poster, una spilla con l'immagine riprodotta dalla foto di Korda, Guerrillero Heroico, quella con la faccia un po’ crucciata del Comandante?) a creare i campi di concentramento per i gay cubani, i famigerati UMAP.

La scrittrice cubana Zoe Valdes, in esilio a Parigi, abita al Marais, quartiere tempio gay delle notti folli e dello shopping di tendenza, e non sopporta quando vede giovani gay indossare con orgoglio questa icona ‘rivoluzionaria’.

Il motivo lo spiega la stessa Valdes: “La contraddizione è lampante. Il guerrigliero argentino odiava gli omosessuali e li ha perseguitati in ogni modo possibile a Cuba e ora è diventato, dopo essere stato l'eroe del maggio francese, il martire dell'orgoglio gay. Curioso. Il personaggio più omofobico che hanno partorito le rivoluzioni del Novecento ha finito per essere adorato da questo pubblico consumatore di fanatismi di sinistra. Propongo un esempio apparso su El Nuevo Herald digital il 28 dicembre 1997, che ci spiega come assassinava il Che. Il suo autore è Pierre San Martin.

cheguevarashirt_display_298"Erano gli ultimi giorni del 1959. In quella cella fredda e scura sedici prigionieri dormivano per terra e noi altri sedici rimanevamo in piedi per permettere loro di sdraiarsi, ma questo non ci preoccupava, l'unico nostro pensiero era che eravamo vivi e questo era l'importante. Vivevamo ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo senza sapere cosa sarebbe successo l'attimo seguente.

Un'ora prima del cambio della guardia sentimmo la porta di ferro aprirsi e lanciarono una persona nella già affollata cella. Con l'oscurità non potemmo renderci conto che era un ragazzino di dodici, massimo quattordici anni. - E tu perché sei qui?- chiedemmo quasi all'unisono. - Perché ho provato a difendere mio padre, ma l'hanno fucilato ugualmente, quei figli di puttana- ci rispose, guardandoci con la faccia ferita e insanguinata.
Ci guardammo per cercare una risposta consolatrice per il ragazzo, ma non la trovammo. Avevamo già tanti problemi... Erano già due o tre giorni che non si fucilava e cominciavamo a sperare che quell'incubo fosse finito. Le fucilazioni sono impietose, ti tolgono la vita quando più la necessiti per te e per i tuoi cari, senza ascoltare i tuoi desideri di vita.
La nostra allegria durò poco. La porta si aprì di nuovo e chiamarono dieci di noi, compreso il ragazzo. Non li avremmo più rivisti. Come si poteva togliere la vita a un ragazzino in quella maniera? O forse ci sbagliavamo, forse stavano per liberarci? Vicino al muro dove si fucilava, con le mani sui fianchi, camminava l'abominevole Che Guevara. Diede l'ordine di portare per primo il ragazzo e gli ordinò di inginocchiarsi.

Tutti gli gridammo di non fare quel crimine e ci offrimmo al posto del condannato. Il ragazzo disubbidì, con un coraggio indescrivibile rispose all'infame figuro: - Se mi devi uccidere devi farlo come si fa con gli uomini, in piedi, e non in ginocchio come i vigliacchi. Andandogli dietro, il Che ribatté: - Vedo che sei un giovane valoroso... Sfoderò la pistola e gli sparò un colpo alla nuca che quasi gli tagliò il collo. Tutti gridammo: "Assassini, vigliacchi, miserabili" e molto altro. Si girò verso la finestrella da cui provenivano le grida e svuotò il caricatore. Non so quanti ne uccise e ferì. Ci rendemmo conto di questo incubo, dal quale non potremo mai svegliarci, dopo un po', nell'ospedale Calixto García, dove ci avevano portati feriti. Capimmo dopo non so quanto tempo che la nostra unica salvezza era la fuga, la nostra unica speranza di sopravvivere".

Il video dell'esibizione canora del presidente Chavez

L'articolo di Zoe Valdes "Le pazze e il Che" si trova in Notizie Gay

L'Onu e gli scudi umani di Hamas

hamas_429Dal Corriere della Sera di oggi, ecco un'analisi che a me pare abbastanza obbiettiva, poiché coglie, negli eventi drammatici di questi giorni, un dato storico reale: il ruolo che Hamas ha avuto dopo la cacciata cruenta di Abu Mazen Angelo Panebianco -l'editorialista del Corsera autore della nota- riflette sulle responsabilità del movimento islamico e sul ruolo di alcuni funzionari delle Nazioni Unite, più interessati alla propria carriera che alla soluzione della crisi.

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dal Corriere della Sera, domenica 4 gennaio 2009, di Angelo Panebianco

C'è una differenza fra la guerra del Libano del 2006 e l'attuale conflitto a Gaza. Questa volta, sono molti di più i governi disposti a riconoscere le ragioni di Tel Aviv. Per conseguenza, anche l'opinione pubblica internazionale, e occidentale in particolare, non si è compattamente e pregiudizialmente schierata contro Israele. I regimi arabi moderati, che temono più di ogni altra cosa le aspirazioni egemoniche dell'Iran (alleato e protettore di Hamas) mantengono, nonostante l'opposizione delle piazze, un atteggiamento prudente.

La fazione palestinese moderata di Abu Mazen (sanguinosamente cacciata da Gaza, nel 2007, dai miliziani di Hamas) considera Hamas l'unica responsabile dell'attacco israeliano. Anche in Europa il vento è in parte cambiato. I governi tedesco, italiano e dei Paesi dell'Europa orientale hanno preso chiare posizioni a favore del diritto di Israele a difendersi dai missili di Hamas. E il Presidente Sarkozy, nonostante la tradizione francese (poco sensibile alle ragioni di Israele), sarà obbligato, nel suo prossimo tentativo di mediazione, a tenerne conto. Comincia a farsi strada la consapevolezza che fra le molte asimmetrie del conflitto c'è anche quella rappresentata dal diverso valore attribuito dai contendenti alla vita umana.

Per gli uomini di Hamas, come per Hezbollah in Libano, la vita (anche quella degli appartenenti al proprio popolo) vale talmente poco che essi non hanno alcun problema a usare i civili, compresi i bambini e le donne, come scudi umani. Per gli israeliani, le cose stanno differentemente. Cercano di limitare il più possibile le ingiurie alla popolazione civile anche se, naturalmente, la natura del conflitto esclude che essa non sia coinvolta. L'attacco dell'esercito, appena iniziato, volto a bloccare definitivamente Hamas, è stato a lungo ritardato. Tra le ragioni del ritardo c'era anche il timore per l'alto costo in vite di civili che l'attacco potrebbe comportare.

Insomma, di fronte alla complessità del problema e alla diffusa consapevolezza che non si può negare a uno Stato il diritto di difendersi da un'organizzazione di fanatici votati alla distruzione di quello stesso Stato, c'è questa volta, in giro, meno voglia di dare addosso pregiudizialmente a Israele. Ma con un'eccezione di assoluto rilievo: le Nazioni Unite.

Richard Falk, «relatore speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi», rappresentante dell'Human Rights Council (Consiglio per i diritti umani) delle Nazioni Unite, sta usando la sua carica, e la sponsorizzazione dell'Onu, per fare propaganda pro-Hamas e antisraeliana.
Le sue tesi «sull'aggressione israeliana » a Gaza sono esattamente le stesse di Hamas.
Il caso di Richard Falk è interessante perché ci aiuta a capire come vengano trattati i «diritti umani» alle Nazioni Unite. Ebreo americano, già professore di diritto internazionale a Princeton, Falk è quello che in America si definisce un radical. E dei più accesi. Fra le sue molte imprese si possono ricordare il suo giudizio entusiasta sull'Iran di Khomeini (un «modello per i Paesi in via di sviluppo», lo definì arditamente nel 1979) e i suoi dubbi, alla Michael Moore, sulla «verità ufficiale» americana sull'11 settembre.

Nel 2007 paragonò la politica israeliana verso i palestinesi a quella della Germania nazista nei confronti degli ebrei. È persona non grata in Israele. La nomina di Falk (con il voto contrario degli Stati Uniti), nel marzo 2008, a rappresentante per i territori palestinesi del Consiglio per i diritti umani, un organismo dominato da Paesi islamici e africani, ebbe un solo scopo: quello di predisporre un corpo contundente da usare contro Israele.

È un altro clamoroso infortunio dell'Onu.
Dopo quello che, alcuni anni fa, portò la Libia, nella generale incredulità, alla presidenza della Commissione per i diritti umani (poi abolita). Se l'Onu si occupasse seriamente di diritti umani dovrebbe mettere sotto accusa un bel po' dei propri Stati membri, ossia tutti gli Stati autoritari o totalitari (dalla Cina a quasi tutti i regimi del mondo musulmano). Ma non può farlo.

In compenso, i diritti umani vengono spesso usati come proiettili per colpire le democrazie occidentali e Israele. Anche se creare una «Lega delle democrazie» è risultato fino ad oggi impossibile, un maggiore coordinamento fra i Paesi democratici in sede di Nazioni Unite sarebbe quanto meno auspicabile.
Al fine di imporre a certi suoi organismi comportamenti più decorosi. Nonostante il credito di cui l'Onu continua a godere, è un fatto che, nelle crisi internazionali, sanno spesso muoversi con maggiore credibilità, pur con le loro magagne e imperfezioni, i governi delle democrazie. Per lo meno, devono rispondere del proprio agire alle loro opinioni pubbliche e hanno comunque (non c'è Guantanamo che tenga) carte più in regola degli altri anche in materia di diritti umani.

Diario di guerra

qassam_400Nelle cronache affrettate e incomplete di questi giorni, spesso condizionate da una visione filo islamica che in Italia è molto di moda (sia nella sinistra comunista sia nella destra neofascista e nazista: non a caso nei blog contro Israele, ‘compagni’ e ‘camerati’ ritrovano le loro metà perdute, dando vita a quell’androgino nazimaoista sopravvissuto dagli anni Sessanta), si dimentica una cosa fondamentale: che Israele è la vittima che si sta difendendo, e che Hamas è un movimento terrorista che da anni compie criminali azioni di guerra contro la popolazione civile israeliana.

E allora è giusto dar voce a chi voce non ha mai avuto, a quegli israeliani che da anni subiscono senza tregua, giorno dopo giorno, la guerra di Hamas, vivendo nel terrore che un missile possa distruggere la scuola dove vanno i propri bambini o che un autobus possa saltare in aria, perché per Hamas le azioni di guerra più ‘nobili’ sono proprio quelle che uccidono quanti più civili possibili. E’ il terrore la vera arma degli integralisti islamici, esattamente come fu il terrore provocato dalle stragi di civili la vera arma della bande repubblichine e delle legioni naziste nella seconda guerra mondiale.

Il sito Informazione Corretta pubblica il diario di guerra di Susanna Cassuto-Evron, fiorentina che vive in Israele, in un kibbutz a pochi chilometri da Gaza. Ecco due pagine di questo diario che è testimonianza preziosa di ciò che è successo e di ciò che sta accadendo, perché ieri condannare Dresda senza pensare a Hitler non avrebbe avuto senso, e oggi non ha senso condannare i bombardamenti senza pensare a ciò che li ha provocati.

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Domenica 28 dicembre 2008
Cosa succede qui a pochi kilometri dalla striscia di Gaza


Sei mesi fa, cioè da quando è  cominciata la "tregua" ho smesso di mandare le mie impressioni di chi sta proprio di fronte a Gaza nel Kibbutz Sa’ad. Oggi ho deciso che devo ai miei lettori un po' d'informazione di prima mano.

Il governo d'Israele aveva deciso di restituire  possibilità di quiete ai residenti bombardati del Negev occidentale e così ha assentito di fare sei mesi di tregua, anche se sapeva benissimo che Hamas si sarebbe armato durante quel periodo. Si sperava che la popolazione di Gaza, avendo questa tregua, facesse pressione sul governo per avere una vita calma e costruttiva. Invece, qualche settimane prima della data di scadenza del patto, i missili Qassam hanno ricominciato a essere lanciati verso di noi. Dal governo israeliano nessuna reazione. Cosa voleva dire questo silenzio?

Per noi che si subiva gli attacchi era una dimostrazione di esitazione, per Hamas era una dimostrazione di debolezza, che li spingeva a nuovi attacchi. Il colmo e` stato la settimana scorsa, dopo che il 19 dicembre è scaduto il famoso patto e durante la festa di Hanukà, sono arrivati un centinaio di missili durante un giornata, allargando il cerchio del bersaglio. I nostri vicini di Kfar Aza e di Tekuma` sono stati colpiti nelle loro case.

Noi non si capiva che il governo cercava di arrivare a un patto con Hamas, perché noi siamo quelli che vogliamo vivere in pace con i nostri vicini. Invece dall'altra parte del confine, come era previsto, si sono armati, hanno costruito proprio una città sotterranea, con tunnel che portano da una parte all'altra della striscia di Gaza e con magazzini pieni di esplosivi e armi. Ieri, dopo che il Primo Ministro Olmert ha mandato la settimana scorsa un ultimo messaggio agli abitanti di Gaza perché facessero pressioni sui loro leaders, e` arrivato il momento.

Mentre ci si accingeva a sedersi a tavola per il pranzo del Sabato, abbiamo visto e sentito il bombardamento di Gaza, gli aeroplani sono arrivati dal mare, con completa sorpresa per loro e per noi. Non più un governo esitante, ma un governo che finalmente ha reagito a quello che altri governi avrebbero fatto molto prima, e cioè se i cittadini vengono attaccati, quelli che attaccano devono essere puniti.

Ora non sappiamo quali saranno le conseguenze per noi cittadini al confine con Gaza, se continueranno a bersagliarci o se finalmente capiranno che c'e` solo una via, quella della pace, vivere e lasciar vivere. E’ quello che il nostro governo vuole raggiungere, quello che si propongono i bombardamenti così  mirati di questi giorni.

Susanna Cassuto-Evron (da Informazione Corretta)



Venerdì 2 gennaio 2009
La mia casa colpita da un missile arrivato da Gaza

Eravamo nel sotterraneo della sala da pranzo di casa mia e non nella sala da pranzo del kibbutz che era stata colpita da un missile e non si voleva esporre la gente inutilmente. Erano le 12.50 abbiamo sentito l'allarme e subito dopo uno scoppio molto forte.

Ci siamo detti che questa volta era molto vicino! Dopo qualche minuto mi dicono: guarda che era dietro casa tua. Non e` difficile immaginare cosa ho visto, sono salita di corsa a casa, tutta una salita, la mia solita bici che uso ogni giorno era rimasta a casa, perché oggi pioveva. Quello che avevo immaginato era niente in confronto di quello che ho visto, la casa piena di vetri, il sofa`, il tappeto, tutti gli scaffali, i lampadari completamente massacrati, le tendine che avevo cucito con tanto amore, tutte bucherellate, il soffitto bucato dalle schegge e l'aria condizionata rovinata.

Il primo a arrivare è stato mio figlio Yoel che sta valutando i danni, ma poi c'erano molti amici, l'infermiera, altri funzionari del kibbutz e io lì impalata con le lacrime agli occhi dicendo a tutti: ringrazio Iddio che mi ha salvato la vita a me e a mio marito, ma le lacrime continuavano a sgorgare... quando mi viene incontro una giovane sconosciuta, si presenta, "sono una giornalista posso farti qualche domanda?" un funzionario mi dice che posso rifiutarmi, ma io voglio rispondere! Le racconto la mia vita, sono nipote del famoso professore Cassuto, ho passato la Shoa` in Italia, ho perso mio padre nei campi di sterminio, e mia madre tornata dall'inferno e` stata ammazzata dagli Arabi prima della guerra d'indipendenza e il mio figlio primogenito e` caduto come paracadutista in Libano 30 anni fa, cosa vuole questo Hamas da me?

Sono 8 anni che subiamo questi attacchi, non siamo piu` nel ghetto, siamo persone libere. Mi chiedo perche` il nostro governo s'è ricordato di agire solo ora? Ho continuato anche col secondo reporter che mi ha fatto domande, mi hanno fotografato per tutti i giornali, così com'ero con le lacrime agli occhi.

I miei amici qui hanno mandato tre ragazzi sui vent’anni che hanno cercato di levare più vetri che potevano, poi siamo rimasti noi con i figli, le nuore, un nipote grande e tutti insieme abbiamo fatto pulizia. Un amico che ha delle serre di fiori ha mandato i suoi operai per chiudere le nostre finestre con la plastica. Ora la mia casa ha ripreso un po' della sua immagine di prima, fa freddo, ma il nostro cuore è colmo di gratitudine per tutti gli amici che ci hanno circondato e aiutato e al Signore che ci ha salvato.

Susanna Cassuto-Evron (da Informazione Corretta)

Se quei missili minacciassero Milano...

fassino_410_01Proviamo a immaginare che a Milano, Napoli o Torino saltassero pullman con la gente sopra. Non so come avrebbero reagito gli italiani”: il ministro degli Esteri del governo ombra del PD Piero Fassino non si lascia prendere da smanie di letture parziali e illiberali della crisi medio-orientale, ma puntualizza, a Radio Radicale, in un’intervista realizzata l’ultimo giorno del 2008, che “non c'è dubbio che l'iniziativa israeliana stia facendo centinaia di vittime, ed è fonte di preoccupazione. Ma bisogna anche sapere quanti sono i cittadini israeliani morti in questi anni, in uno stillicidio di attentati, dai razzi lanciati alle bombe sugli autobus”.

Ecco, allora, provocatoriamente la domanda: che farebbe l’Italia se fossero le sue città a essere l’obbiettivo dei missili dei terroristi islamici? Fassino, inoltre, non ha dubbi sul ruolo di Hamas: “Invece di costruire uno stato democratico –ha sottolineato nell’intervista- Hamas ha fatto di Gaza il santuario per colpire ogni giorno Israele. Questo dovrebbe far riflettere”.

Quando la giornalista ha chiesto se Hamas debba o no essere coinvolto nel processo di pace, il ministero degli Esteri del governo ombra del PD ha risposto che “occorre che Hamas faccia una scelta chiara, netta e non equivoca, del diritto di Israele di esistere, perché questa è la precondizione di qualsiasi trattativa”.

Fassino ha rigettato la solita lettura, comune sia ai gruppi nazifascisti sia alla sinistra comunista, che legge ogni azione di Israele “secondo una vecchia chiave imperialista”. Per l’esponente del PD in Medio Oriente non sono in conflitto un torto e una ragione, ma due ragioni: quella di Israele di vivere in completa sicurezza e quella dei palestinesi di avere una patria. Il riconoscimento che Israele è una precondizione essenziale, non una variabile della trattativa.

C’è, quindi, una lettura equilibrata della situazione: “Si è visto che in tutti i Paesi arabi si è manifestato, in nome di una lettura manichea, un forte sentimento di solidarietà ad Hamas. E penso che sulla base di queste letture manichee e semplici si possano produrre conseguenze pericolose. Preghiamo che non accada, ma non mi stupirei di vedere nuovi attentati e nuovi kamikaze. Quanto più lo scontro si radicalizza, tanto più può produrre un clima che produce ancora più vittime”.

Ascolta l’intervista integrale di Piero Fassino a Radio Radicale

Né i giudei né i nazareni...

Lo statuto integrale del movimento islamico Hamas, contro il quale sta combattendo lo stato di Israele, si può consultare nel sito del Cesnur.

hamas_349Articolo 13


Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche, le conferenze internazionali per risolvere il problema palestinese contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono il jihad.

"Allah ha il predominio nei Suoi disegni, ma la maggior parte degli uomini non lo sa" (Corano 12, 21).

Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza internazionale per cercare una soluzione al problema palestinese. Alcuni accettano l'idea, altri la rifiutano per una ragione o per un'altra, domandando il rispetto di una o più condizioni come requisito per organizzare la conferenza o per parteciparvi. Ma il Movimento di Resistenza Islamico - che conosce le parti che si presentano alle conferenze e il loro atteggiamento passato e presente rispetto ai veri problemi dei musulmani - non crede che queste conferenze siano capaci di rispondere alle domande, o restaurare i diritti o rendere giustizia agli oppressi. Queste conferenze non sono nulla di più che un mezzo per imporre il potere dei miscredenti sui territori dei musulmani. E quando mai i miscredenti hanno reso giustizia ai credenti?

"Né i giudei né i nazareni saranno mai soddisfatti di te, finché non seguirai la loro religione. Dì: 'È la Guida di Allah, la vera Guida'. E se acconsentirai ai loro desideri dopo che hai avuto la conoscenza, non troverai né patrono né soccorritore contro Allah" (Corano 2, 120).

Non c'è soluzione per il problema palestinese se non il jihad. Quanto alle iniziative e conferenze internazionali, sono perdite di tempo e giochi da bambini. Il popolo palestinese è troppo nobile per mettere il suo futuro, i suoi diritti, e il suo destino nelle mani della vanità. Come afferma un nobile hadith: "Il popolo della Siria è la frusta di Allah sulla Terra. Con loro si prende la sua rivincita su chi vuole. Ai loro ipocriti è vietato regnare sui loro credenti, e muoiono nell'ansia e nel rimorso" (riferito da al-Tabarani, come rintracciabile attraverso una catena di fonti fino al Profeta, e da Ahmad, la cui catena di trasmissione è incompleta. Ma deve trattarsi di un vero hadith, perché queste storie sono credibili, e Allah è veridico).


Articolo 15

Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, il jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all'usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera del jihad. Questo richiede la propagazione di una coscienza islamica tra il popolo a livello locale, arabo e islamico. È necessario diffondere lo spirito del jihad all'interno della umma, scontrarsi con i nemici, e unirsi ai ranghi dei combattenti.

Il processo educativo deve coinvolgere gli 'ulama così come i professori e i maestri, gli uomini della pubblicità e dei mezzi di comunicazione così come i dotti, e specialmente la giovinezza dei movimenti islamici e loro docenti. Introdurre cambiamenti fondamentali nei programmi scolastici e universitari è obbligatorio, per ripulirli dalle tracce dell'invasione ideologica degli orientalisti e dei missionari. Questa invasione ha cominciato a sommergere il mondo arabo dopo la sconfitta delle armate crociate da parte del Saladino [1138-1993].
I crociati compresero che era impossibile sconfiggere i musulmani senza prepararsi prima attraverso un'invasione ideologica che confondesse il pensiero dei musulmani, rendesse impura la loro verità, e screditasse i loro ideali; solo in seguito un'invasione militare avrebbe potuto avere successo. L'invasione dell'ideologia prepara la strada all'invasione imperialista, e così il generale Allenby poteva dichiarare entrando a Gerusalemme: "Ora le Crociate sono finite." E il generale Gorot, ritto di fronte alla tomba del Saladino, disse: "Ecco, siamo ritornati, o Saladino".
L'imperialismo ha aiutato l'avanzata dell'invasione ideologica e ha reso più profonde le sue radici; e continua a farlo. Tutto questo ha portato alla perdita della Palestina.

Dobbiamo instillare nelle menti di generazioni di musulmani l'idea che la causa palestinese è una causa religiosa, e deve essere affrontata su queste basi. La Palestina include santuari islamici come la moschea di al-Aqsa, che è collegata alla Santa Moschea della Mecca da un legame che rimarrà inseparabile fino a quando i Cieli e la Terra non passeranno, dal viaggio del Messaggero di Allah - possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con Lui - fino alla stessa moschea di al-Aqsa, e alla sua ascensione da essa.

"Proteggere i musulmani dagli infedeli nella causa di Allah per un giorno è migliore del mondo intero e di tutto quanto è alla sua superficie, e un posto in Paradiso così piccolo come quello occupato dalla frusta di uno di voi è migliore del mondo intero e di tutto quanto sta sulla sua superficie; e il viaggio di un mattino o di una sera che il credente compie per la causa di Allah è migliore del mondo intero e di tutto quanto sta alla sua superficie (riferito da al-Bukhari, Muslim, al-Tirmidhi, e ibn Maya).

"Da colui nelle cui mani è la vita di Muhammad, amo essere ucciso - sulla via di Allah - poi essere resuscitato alla vita, quindi essere di nuovo ucciso e di nuovo richiamato alla vita, e ucciso ancora una volta" (riferito da al-Bukhari e Muslim).


Articolo 34

Fin dall'alba della storia, la Palestina è stata l'ombelico della Terra, il centro dei continenti, e l'oggetto dell'avidità per gli avidi. Il Messaggero - possano le preghiere e la pace di Allah rimanere con lui - sottolinea questo fatto in un suo nobile hadith, in cui si rivolge al suo venerabile compagno Mu'az bin Jabal, dicendo: "O Mu'az, Allah conquisterà la Siria per te, quando sarò morto, da al-'Arish all'Eufrate. I suoi uomini, donne e schiavi diventeranno guardie di frontiera fino al giorno della resurrezione. Se qualcuno di voi sceglierà di rimanere nelle pianure siriane o palestinesi, rimarrà sempre in stato di jihad fino al giorno della resurrezione".

Gli avidi hanno posto gli occhi sulla Palestina più di una volta, e la hanno invasa in armi perseguendo le loro aspirazioni. Fu invasa da orde di crociati, che portavano con sé la loro fede e alzavano la loro croce. Riuscirono a vincere i musulmani per un momento, e per circa due decenni i musulmani non riuscirono a rialzare la testa, finché si riunirono all'ombra della loro bandiera religiosa, furono capaci di unirsi, resero gloria al loro Signore e partirono per il jihad sotto la guida del Saladino. Così venne l'ovvia vittoria, le Crociate furono sconfitte, e la Palestina liberata.

"Di' ai miscredenti: 'Presto sarete sconfitti. Sarete radunati nell'Inferno. Che infame giaciglio!'" (Corano 3, 12).

Questa è l'unica via alla liberazione. La testimonianza della storia non lascia dubbi. È una delle regole dell'universo, è una delle leggi dell'esistenza. Solo il ferro può spezzare il ferro, solo la vera fede dell'islam può sconfiggere la loro credenza falsa e corrotta. La fede può essere combattuta solo dalla fede. In ultimo, la vittoria appartiene alla verità, perché la verità non può essere che vittoriosa.

Ottimista sul futuro

vittorio_foa_455Vittoria Foa è l’uomo più ottimista che io abbia conosciuto. Così Walter Veltroni, che raccontava, a settembre, durante alcune giornate di studio palermitane, poco prima della scomparsa di Foa: «Se dovessi pensare alla persona più carica di speranza che mi sia capitato di conoscere nella vita, penserei a Vittorio Foa (…) Sono stato a trovarlo recentemente e come sempre mi ha infuso ottimismo; a un certo punto mi ha detto: “Sto scrivendo la prefazione per la nuova edizione del mio libro, è pessimista”. Io allora mi sono bloccato, lui ha sentito, ha avvertito che ero rimasto sorpreso e mi ha detto: “No, no, forse non ci siamo capiti, pessimista sul passato e ottimista sul futuro”».

Questo ottimismo che in Foa si è unito alla capacità di interrogarsi continuamente (e all’ironia, prima di tutto verso se stesso), in che rapporto è col suo ebraismo, con quella straordinaria cultura che ha nella propensione alla domanda la sua anima più vera?
Lui, antifascista condannato alla ‘villeggiatura’ (come direbbe Berlusconi) del confino, poi nel Cln e nella Resistenza, nel Partito d’Azione e quindi nel movimento operaio, a sinistra ma mai dogmatico, saldamente democratico e liberale; sempre riflessivo, pronto al dubbio e a interrogarsi, come ogni giorno fa il popolo della Parola che non teme di interrogare senza posa il proprio dio (il rifiuto dell’autoritarismo è parte essenziale dell’animo ebraico), come ha vissuto l’ “essere ebreo”?

Anna Foa, la figlia maggiore di Vittorio, storica e docente universitaria, lo racconta sull’ultimo numero della rivista Ha Keillah, bimestrale torinese del Gruppo di Studi Ebraici. Un articolo che ho trovato di grande amore e di grande riflessione su una delle personalità più belle e più forti del Novecento europeo.
Forse in queste ultime ore del 2008, dove i sentimenti di odio e i fondamentalismi d’ogni genìa prevalgono sulla parola, leggere queste righe di Anna Foa può essere utile, magari per capire che ancora una volta dovremmo chiedere alla sentinella ‘a che punto è la notte’, per scoprire che la sola risposta è nella stessa domanda.


Un’appartenenza forte
di Anna Foa

Quando Ha Keillah mi ha chiesto un contributo sul rapporto di mio padre con l’ebraismo, ho avuto un primo moto di stupore. Mi sembrava di non essere in quanto sua figlia la persona più adatta a parlarne, proprio per la mancanza di distanza che mi deriva da questo intreccio tra dimensione pubblica e privata. Ho poi dovuto convenire di avere effettivamente qualcosa da dire, perché era un tema che nelle conversazioni fra me e mio padre era tornato frequente, in fasi diverse della vita. Ma prendete queste righe come una pura testimonianza, che non vuole né può assurgere al livello di una riflessione. E perdonate se per ricordare il suo ebraismo nell’unico modo che posso, cioè attraverso le mie percezioni, finisco per parlare troppo spesso del mio modo di essere ebrea.

Nipote di rabbino, mio padre ha vissuto i suoi primi anni in una moderata osservanza della tradizione, voluta più da suo padre che da sua madre, Lelia Della Torre, ironica e lontana dalla religione. Non penso che mio padre abbia mai creduto in Dio, neppure da piccolo, e so dai racconti famigliari che il suo Bar Mitzwah ha coinciso con l’abbandono della tradizione. Il suo rapporto con la tradizione religiosa è stato complesso e anche conflittuale. Quando ci fu a Torino il funerale di mio nonno, richiesto di recitare il kaddish rispose di "non essere preparato".

Eppure, alcuni anni prima aveva chiesto a mio nonno di dare a me e a miei fratelli Renzo e Bettina la sua benedizione a Shabbath, quando eravamo da lui. Ricordo ancora con emozione le mani congiunte di mio nonno sul mio capo, ma allora ignoravo che fosse stata una sua richiesta. Più recentemente, dopo la mia conversione all’ebraismo, venne per alcuni anni, finché si muoveva facilmente, ai miei Sedarim di Pasqua e di Rosh ha Shanah, al tempo stesso intrigato e conflittuale. Temette che io diventassi un’osservante, e trasse un sospiro di sollievo quando capì che non era così. In realtà, nonostante i conflitti, il mio ebraismo derivò molto da lui, da quella che ho sempre percepito in lui come una saldissima identità ebraica.

Fin da bambina, l’essere ebrea mi è parsa infatti una condizione naturale, una porzione fondamentale di me: appartenevo ad una minoranza, con una storia ricca e particolare, e non mancavo di esserne fiera. Questa percezione di me, anche se mi derivava dalla parte ebraica della famiglia, non trovava nessuna contrapposizione nella parte non ebraica, che era sì "non ebrea", ma non era neppure cattolica (mia madre, Lisa Giua, non era stata nemmeno battezzata, da due genitori, Michele e Clara, socialisti e distanti da ogni religione) e che non ha mai considerato l’essere ebreo come un marchio di diversità.

Credo che questa formazione abbia contribuito a rendere il mio "meticciato" armonico e abbia facilitato la mia identificazione ebraica: un’armonia che è stata rotta solo, decenni dopo, dalla improvvisa consapevolezza, quando ho preso a leggere e a studiare, che la parte ebraica di me, quella paterna, non era sufficiente, anzi era per il rabbinato del tutto inutile. Quel mio sentirmi ebrea pur senza esserlo, in cui riproponevo l’ebraismo di mio padre, che lui sì aveva tutti i crismi per esserlo, era qualcosa che allora non sapevo bene cosa fosse, di cui ignoravo norme e pratiche religiose, e di cui ignoravo perfino i rapporti con il mondo più ampio in cui vivevo e che era il mio. Era però quanto mio padre allora mi trasmetteva, e che vivevo come una condizione naturale. Oggi potrei definirla un’armoniosa assimilazione.

L’essere ebreo di mio padre era un dato di fatto: un ebreo impegnato nel percorso politico della ricostruzione dell’Italia, e non in quello comunitario, un ebreo assolutamente non credente e laico, "assimilato", ma sempre e intensamente ebreo. I racconti famigliari, i libri che circolavano per casa, il disprezzo per la scelta della conversione attuata da altri, e mai nella nostra famiglia, la stessa domanda frequente di mio padre quando gli parlavamo di qualche amichetto o amichetta, "sono ebrei?", tutto in casa sottolineava un’appartenenza forte.

Un ebraismo senza religione, vissuto nella Torino del dopoguerra, in un contesto ebraico-antifascista che lo garantiva e avallava dall’esterno. Ma quanta parte aveva in questo modo di essere e sentirsi ebrei la persecuzione, la Shoah? Non ho la sensazione che allora ne avesse molta. Certo, negli scaffali di casa c’erano tutte le memorie della deportazione. Ma ciò che definiva allora l’ebraismo di mio padre, e quello dei parenti ed amici intorno a noi, almeno nella mia percezione di allora, non era tanto la persecuzione, quanto l’appartenenza ad una minoranza.

Le storie famigliari sulle fughe, i nascondimenti dei miei nonni, erano un elemento importante ma non esclusivo del quadro. La persecuzione, inoltre, saldava in me la percezione ebraica con quella antifascista: mio padre era stato condannato dal Tribunale speciale come antifascista, non come ebreo, come provava il fatto che fosse stato insieme a lui condannato alla stessa detenzione anche mio nonno, Michele Giua. E se i miei nonni Foa avevano dovuto vivere sotto falso nome perché ebrei, quelli Giua lo avevano dovuto fare perché antifascisti. Da mio padre appresi immediatamente a vivere senza conflitto quelle due parti della nostra identità.

Altra cosa fu, quando dopo il 1950 venimmo a Roma, l’ambiente romano e il modo in cui noi "ebrei" torinesi ci inserimmo in esso. Nella scuola non si parlava né di sterminio degli ebrei né di antifascismo. Anche allora, vissi commiste le due appartenenze, antifascista ed ebraica, ma ora, a differenza che nei primi anni torinesi, in contrasto netto con l’ambiente circostante, come un marchio di diversità. Una diversità che nei miei ricordi mio padre non soltanto non attenuava, ma mi invitava ad assumere con orgoglio.

Nessun contatto avevamo con la Comunità romana, naturalmente. Eppure, l’anno scorso, non senza una mia qualche sorpresa, mio padre accolse con grande gioia, lui, l’ebreo assimilato, la proposta di Leone Paserman di conferirgli l’appartenenza onoraria alla Comunità Ebraica romana. Era vecchissimo ed emozionato nella sua casa di Roma, alla presenza di Riccardo Di Segni, Leone Paserman, Riccardo Pacifici e tanti altri.

Dopo i primi ricordi d’infanzia, l’ebraismo non assume rilievo nella mia memoria famigliare per molti anni. Questo non vuol dire che non ci fosse, era semplicemente un dato scontato. Eppure, in quegli anni si stava costruendo la memoria della Shoah, ed Israele era divenuta per gli ebrei un saldo pilastro identitario. La mia famiglia era stata estranea al sionismo sin dai tempi del mio bisnonno, il rabbino capo di Torino Giuseppe Foa, e non lo aveva recuperato nel dopoguerra, come invece accadde a molta parte del mondo ebraico italiano.

Estraneo, e in alcuni momenti di militanza di estrema sinistra anche ostile al sionismo, fu mio padre, ma essenzialmente perché vi vedeva un nazionalismo simile agli altri nazionalismi di cui aveva vissuto le mortali conseguenze. E questo resta vero in generale, anche se ci sono nella mia memoria piccoli flash di attenzione famigliare per il nuovo paese degli ebrei e, più tardi, preoccupazioni per il rischio che Israele correva nei conflitti.

Per mio padre – non ho dubbi perché poi ne abbiamo lungamente parlato – la preoccupazione dominante era che gli ebrei rinunciassero al loro universalismo per un nazionalismo basato sull’uso della forza, insomma che si attenuasse quella tensione morale, frutto della storia non dell’elezione divina, che ci distingueva nel mondo.

Molti anni dopo, la mia conversione, accompagnata da non poche letture e studi, e insieme il mio volgermi, nel mio mestiere di storico, verso la storia degli ebrei, furono occasione di molti scambi di idee fra me e mio padre, di discussioni, contrasti, condivisioni di letture e interpretazioni. In questi ultimi anni, in cui la sua progressiva cecità rendeva necessario leggergli libri e giornali, questo dialogo divenne per forza di cose più stretto.

Negli anni Novanta, quando io passavo una parte del mio tempo in Israele, venne a trovarmi: era la prima volta che veniva nel paese, e ne fu molto colpito. I temi della politica israeliana non mancavano mai di sollecitarlo, di incuriosirlo. Conosceva volentieri i miei amici israeliani e con loro era attento e pieno di curiosità e domande, mai aggressivo, anche quando, a volte, non si ritrovava nel loro modo di pensare. Il suo grande amore era la Diaspora, la condizione diasporica.

Ma ciò che gli premeva di più, in questi anni, era, io credo, definire di fronte a se stesso, e forse anche nel dialogo che aveva con me, questa sua identità ebraica, che aveva smesso probabilmente di apparirgli scontata ed ovvia, in un mondo ormai mutato, in cui la memoria della Shoah era divenuta onnipresente e la diaspora gli appariva sempre più debole di fronte all’egemonia di Israele.

Quando fu decisa la Giornata della Memoria, ebbe molti dubbi sull’istituzionalizzazione della memoria che poteva comportare. Io ero molto più favorevole, e ne discutemmo, ma recentemente ho molto ripensato ai suoi dubbi. Negli ultimi due o tre anni, gli lessi pezzo per pezzo, man mano che lo scrivevo, il mio libro sulla storia degli ebrei nel Novecento, che non ha fatto in tempo a veder pubblicato. Fu occasione di discorsi intensi fra noi, in cui l’età lo portava spesso ad emozionarsi, ma in cui le sue critiche erano sempre attente e razionali. A dicembre scorso, gli lessi un pezzo sugli "ebrei senza Dio", e una citazione di Freud che vi avevo inserito, tratta dalla sua prefazione all’edizione ebraica del 1930 di Totem e tabù, e che lo entusiasmò, tanto che l’ho letta al suo funerale, alla CGIL: "Nessun lettore di questo libro troverà facile mettersi nella posizione emotiva di un autore che ignora la lingua delle Sacre Scritture, che è completamente estraniato dalla religione dei suoi padri, come da tutte le altre religioni, e che non riesce a condividere gli ideali nazionalisti, ma che non ha mai ripudiato il suo popolo, che sente di essere nella sua essenza un ebreo e che non desidera cambiare questa sua natura. Se gli si ponesse la domanda: "Ma se avete abbandonato tutte queste caratteristiche comuni dei vostri compatrioti, cosa resta in voi di ebraico?"egli risponderebbe: "Moltissimo, probabilmente l’essenziale." Non potrebbe per ora esprimere a parole questo essenziale. Ma un giorno o l’altro, sicuramente, esso diventerà accessibile alla nostra scienza."

In questa frase di Freud mio padre si ritrovò appieno, e ne riparlò più volte. Diceva che quella frase esprimeva con parole esatte quello che lui aveva sempre pensato ma mai definito con altrettanta chiarezza, il suo essere ebreo.

Per saperne di più:
Il sito della rivista Ha Keillah
L'articolo di Anna Foa

La scheda di Wikipedia su Vittorio Foa

Hamas va alla guerra

Come vivono i bambini israeliani di Ashkelon- The Independent
Ancora una volta l’informazione mondiale rovescia le carte e maschera il colpevole da innocente. Potentissima, ricca come nessuno, ramificata ovunque, presente sia nella destra sia nella sinistra politica, la lobby islamica anche questa volta si è messa al lavoro.

Nei giorni scorsi Hamas aveva annunciato al mondo che non avrebbe confermato il ‘cessate al fuoco’ concordato con Israele. Chiaro era l’intento della rottura della tregua: alzare il prezzo all’inverosimile nella trattativa con Israele, adoperando l’arma del terrore, cioé il lancio continuo dei razzi Qassam in territorio israeliano con l’obbiettivo, più volte pubblicamente dichiarato, di uccidere quanti più civili possibili.

La fine della “hudna” (la cosiddetta tregua) è stata festeggiata dai miliziani islamici il giorno di Natale con una pioggia di Qassam nei pressi della Striscia di Gaza. La vigilia di Natale un gruppo di 150 pellegrini cristiani palestinesi diretti da Gaza a Betlemme per le festività, si è salvato per miracolo quando una bomba di mortaio sparata da terroristi palestinesi è caduta sul valico di Erez colpendo lo stabile nel quale si trovavano ma senza scoppiare.

Ieri sono stati sparati oltre venti colpi di mortaio e uno di essi ha distrutto una abitazione civile palestinese, uccidendo due bambine. Ma in realtà una tregua vera e propria non c’era mai stata: nei giorni immediatamente prima del 25 dicembre, sono stati sparati contro Israele un centinaio fra razzi e proiettili di mortaio. Ma anche in precedenza il lancio di Qassam non si era mai interrotto, era semplicemente diminuito di numero. Sderot e altre città israeliane non sono mai state risparmiate dalla violenza islamica e solo le potenti ed efficaci misure di protezione israeliane hanno impedito che ci fossero vittime fra i civili.

Un lento, inarrestabile, aberrante lavoro al servizio del terrore. Eppure nessun tg ci racconta il terrore delle famiglie israeliane, nessuna tv ci mostra i pianti disperati dei bambini israeliani sotto shock (foto The Independent), nessun giornale fa il resoconto della vita impossibile di chi abita a Sderot, Ashkelon e in altre città.

In questi giorni, poi, dei razzi di Hamas non si trovava notizia, se non poche righe relegate in posizioni marginali, tranne poche e meritorie eccezioni (fra cui Il Foglio e Il Riformista).

La disinformazione è proseguita oggi e andrà avanti nei prossimi giorni: la crisi medio-orientale è salita improvvisamente agli onori delle prime pagine e ha ottenuto l’apertura di tutti i telegiornali. L’altro giorno l’edizione serale del Tg 3 ha aperto con il rogo nel campo rom in Italia, confinando la morte delle due bambine palestinesi a opera dei miliziani islamici, a metà tg. Oggi -miracolo!- i perfidi israeliani si sono meritati la copertina.

Nessuno, però, ha correttamente parlato di ‘difesa’ o di ‘reazione’; la maggior parte degli organi di informazione, infatti, ha adoperato il termine ‘attacco’, quando l’operazione militare
Inoltre, i tg hanno acriticamente diffuso la versione di Hamas dei fatti, che parla di numerosissime vittime civili, quando invece Israele dichiara di aver colpito caserme e altri centri militari di Hamas. Nessuno ha ricordato che è stato Hamas a rompere la ‘tregua’, che è stato Hamas a far piovere razzi su Israele, che è stato ed è Hamas a non voler cessare il conflitto e a non riconoscere lo Stato di Israele.

Non parliamo, poi, di altre scorrettezze giornalistiche meno appariscenti ma non meno importanti, come adoperare la sineddoche “il governo di Tel Avivanziché “il governo di Gerusalemme” per indicare Israele. Un piacere ad Hamas, che continua a rivendicare per sé Gerusalemme capitale.

Lo scrittore Amos Oz, fondatore dell’associazione ‘Pace Adesso’ e certo non tenere verso il governo di Gerusalemme, ha dichiarato: “I bombardamenti che mirano a colpire sistematicamente le comunità civili israeliane sono un crimine di guerra e un crimine contro l´umanità. Lo Stato di Israele deve proteggere i propri cittadini. Che il governo israeliano non desideri entrare nella Striscia di Gaza è chiaro a tutti. Il governo preferirebbe il cessate il fuoco che Hamas ha violato e, in ultima analisi, cancellato, ma la sofferenza della popolazione civile attorno a Gaza non può protrarsi” (La Repubblica, 27 dicembre 2008).

Per saperne di più:

Il sito di Informazione Corretta, osservatorio sui mezzi di informazione italiani

Liberali per Israele, un focus su Israele

The Italians

the_italians_barzini_jr_400Non capita spesso che autori italiani siano famosi più all’estero che nel nostro Paese; neanche frequente è che un autore di lingua italiana scriva il suo libro in un’altra lingua, traducendolo o facendolo poi tradurre in italiano.
Ricordo, nel 1991, “Requiem” di Antonio Tabucchi: l’autore lo scrisse in portoghese, il libro uscì prima in Portogallo e poi in Italia, tradotto non da Tabucchi ma da Sergio Vecchio.
Accadde, però, anche alcuni anni prima, con un altro grande scrittore e giornalista (e politico: fu deputato del Pli, il partito Liberale italiano), di cui ricorre il 21 dicembre il centenario della nascita: Luigi Barzini Jr, figlio del famoso giornalista, e scrittore e giornalista anch’egli. Centenario celebrato negli Stati Uniti d’America ma pressoché ignorato in Italia.

Barzini Jr. mi è tornato in mente grazie a una curiosa coincidenza: sabato pomeriggio, sfogliando la terza pagina del Corriere della Sera, ho letto un articolo di Alessandra Farkas sul centenario e sull’omaggio della Fondazione del Corriere hanno organizzato giovedì 18 dicembre a New York. Dopo poco, passando in quello strano negozio in corso Vittorio Emanuele a Roma, appena oltre Chiesa Nuova in direzione San Pietro (non so il nome, forse “Invito alla lettura”: vi si trova un po' di tutto: dall'invenduto delle edicole alle magliette della Roma, da dvd e cd usati a una buona scelta di libri da fine Ottocento a oggi), trovo –e mi compro quale regalo di Natale a me stesso- la prima edizione italiana de “Gli italiani” di Barzini Jr.
Lo scrisse in inglese nel 1964; in Italia uscì, l’anno successivo, per i tipi della Mondadori, in una bella brossura, tradotto dallo stesso autore.
Di Barzini, in Italia, non si sa molto. Si provi a consultare Wikipedia che sforna biografia e aggiornamenti su scrittori improbabili e politici tronfi: su Barzini Jr ha tre righe tre.
Beppe Severgnini, l’editorialista del Corriere della Sera che ha titolato la sua rubrica Italians proprio in onore di quello che è il libro più famoso dell’autore, ha affermato che “Luigi Barzini Jr è stato vittima in patria di un’amnesia collettiva”.

Nel numero domenicale di America Oggi, il quotidiano in italiano pubblicato negli Stati Uniti, nel resoconto della giornata-omaggio di giovedì 18, si legge che sono stati i tre figli di Barzini: “(…) a non risparmiare certe accuse di ingratitudine nei confronti dell'Italia che non ricorda o non sa nemmeno chi fosse quel giornalista-scrittore, che invece in America, a un quarto di secolo dalla morte, resta uno degli autori italiani più conosciuti soprattutto per il best seller The Italians".
Il grande Gay Telese, sul Corsera, dichiara: “Barzini è stato l’ambasciatore delle lettere italiane in Usa”.
Gerald Howard, editor della casa editrice Doubleday, è caustico: “Forse Silone, Moravia, Calvino e Levi hanno avuto un impatto maggiore, ma prima di partire in Italia l’americano colto leggeva The Italians e non Vino e Pane e Cosmocomiche”.

Per saperne di più:

Wikipedia su Barzini

Barzini jr interprete della mente italiana (Beppe Severgnini sul Corriere della Sera)

Gay Talese: fu più popolare di Moravia. «Ma il suo Paese lo censurò» (Alessandra Farkas sul Corriere della Sera)

L’omaggio a New York della Fondazione Corriere della Sera (da America Oggi)

I giornalisti e il fascismo (da Articolo 21, Barzini Jr è citato in fondo all’articolo)

Il grido di Sileno

sileno_327Nell’ultimo numero di “D-La Repubblica delle Donne”, la rubrica delle Lettere ospita una intensa nota di una lettrice seguita da una risposta altrettanto interessante di Umberto Galimberti. Il motivo centrale dell’uno e dell’altro testo è il ‘senso della vita’; leggendoli, è tornato davanti a me quel frammento di Eraclito così duro, senza speranza: “Una volta nati, desiderano vivere ed andare incontro al loro destino di morte e mettono al mondo figli, in modo che altri destini di morte si compiano”.
La risposta di Galimberti è -poteva essere altrimenti?- aperta, non conclusiva; ipotizza, introducendo la frase con l'avverbio di dubbio 'forse', che l'amore potrebbe giustificare l'esistenza. Fa riferimento anche al ruolo delle religioni: "Per questo e non per altro sono nate le religioni, tutte le religioni, per garantire la sopravvivenza di un senso oltre la morte. E sotto questo profilo le religioni hanno aiutato l'umanità a non estinguersi nella rinuncia o nella disperazione (...)".

Esattamente quel ruolo consolatorio che Leopardi avrebbe rifiutato ("La ragione che abbiamo è Dio. - Dunque noi proviamo l'idea dell'assoluto coll'idea di Dio, e l'idea di Dio coll'idea dell'assoluto. Iddio è l'unica prova delle nostre idee, e le nostre idee l'unica prova di Dio. Da tutto ciò si conferma ciò che ho detto altrove che il primo principio delle cose è il nulla").

Quella stessa religione, peraltro, che è sì consolatoria, è sì portatrice di speranza (vera o falsa che sia), ma al tempo stesso ha armato e arma, proprio in nome di quella -oltraggiosa- speranza di una vita ultramondana, la mano di assassini o kamikaze di ogni risma e fede, Deus vult o Allah Akbar, eserciti con croci o mezzelune, templari o jiahdisti in cerca di santificazione e vita eterna.

* * * * * * * *


Lettera di E.L.
L'unico motivo per cui non oso togliermi la vita, non è la paura di soffrire, non è il dolore. E non è nemmeno la paura di non farcela da sola. L'unico motivo che mi trattiene è che non so come si sta dopo. Sarebbe troppo semplice. Siamo in una macchina infernale.
Complimenti. Chiunque tu sia, Dio, Spirito, Volontà, Casualità... ce l'hai fatta. Hai vinto. Su tutta la linea. L'hai studiata in modo sottile, perfetto. È il tuo capolavoro. E noi umani siamo delle pedine, dei soldatini... Prigionieri di un gioco crudele, in cui siamo stati buttati, senza che ci spiegassero le regole, non si sa da chi e perché. Una gabbia, una scatola chiusa, un circolo.

IO ODIO CIÒ CHE NON RIESCO A CAPIRE. E io non riesco a capire la vita. Io odio la vita. Mia tua sua... Io odio i sentimenti. Io odio le storie d'amore. Perché non hanno un senso.
Da un giorno all'altro, ti senti dire: non so più se ti amo o no. Ti viene detto: mi sono innamorato di un'altra. Che senso ha?
Io sto impazzendo a pensarci su. Non riesco a capire.

Perché in questo momento Luca nasce in Italia e Aramat in Africa? Perché Luca potrà vivere e Aramat dovrà sopravvivere? Ma chi è, cos'è che ha deciso tutto ciò? Ma io mi chiedo... perché il gioco è così crudele?
Perché tuo figlio nasce con una malattia che lo ridurrà per tutta la vita sulla carrozzella e ad avere il cervello di un bambino di tre mesi?
Perché proprio lui e proprio tu? Perché Giulia ha perso la mamma in una notte, portata di corsa all'ospedale mentre era a cena da amici? Perché perdi il figlio mentre attraversa la strada e viene investito da un'auto pirata? La sua risposta sarà: non c'è un senso. Non c'è un senso alla vita, non c'è un senso alla gioia, non c'è definizione di amore, non c'è un criterio che lo definisca in modo univoco così come non c'è senso al suo inizio e alla sua fine, non c'è senso al dolore, non c'è senso alla morte. Ebbene, io non riesco ad accettarlo.

Io continuo a chiedermelo, a cercare di capire. Io voglio capire, devo capire. Come faccio a vivere, sennò? La macchina è davvero ben studiata nella sua perfidia: ha confinato esseri razionali in un mondo dove tutto è irrazionale. Ecco la loro condanna. E dove anche il suicidio è una non scelta.

* * * * *

Risponde Umberto Galimberti
Ne "La nascita della tragedia", Nietzsche riferisce un'antica leggenda dove si narra che: "Il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l'uomo.
Rigido e immobile, il demone tace, finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: 'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile. Non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto'".

In che rapporto sta con questa saggezza antica la sua lettera? Non la voglio evidentemente invitare al suicidio, che peraltro lei ha già escluso come possibile soluzione, ma semplicemente accompagnarla nelle sue considerazioni sulla dimensione tragica dell'esistenza umana che, a differenza di quella animale, per vivere ha bisogno di costruire un senso, in vista della morte che è l'implosione di ogni senso. Noi infatti siamo abitati da una doppia soggettività. Una impersonata dal nostro io che fa programmi, progetti, instaura relazioni, amori, si proietta nel futuro, in una parola costruisce senso.

L'altra ci prevede come funzionari della specie, la cui vita si alimenta con la nascita e la morte dei singoli individui. Noi siamo soliti rimuovere questa seconda soggettività, a motivo della sua insensatezza se guardata dal punto di vista dell'individuo, anche se poi è lei a regolare il decorso della nostra vita nella sua ineluttabile carenza di senso. Per questo e non per altro sono nate le religioni, tutte le religioni, per garantire la sopravvivenza di un senso oltre la morte. E sotto questo profilo le religioni hanno aiutato l'umanità a non estinguersi nella rinuncia o nella disperazione, anche se la sapienza greca con Eschilo ci dice che si tratta di cieche speranze.

Io che non le do queste speranze posso solo dirle che constatare l'insensatezza dell'esistenza può promuovere il senso della misura, in quell'affaccendarsi forsennato degli uomini che non conosce limiti sia nell'autorealizzazione, sia nella disperazione. Forse, come lei accenna nella sua lettera, solo l'amore giustifica l'esistenza. Forse siamo al mondo solo per assaporare per brevi attimi questa esperienza che sembra sia concessa solo agli umani

(D- La Repubblica delle DonneAnno 13- n. 627 del 13 dicembre 2008)

Povera patria

natalex_309Come racconta il Natale un adolescente delle scuole medie inferiori? Il sito di Repubblica Scuola ha lanciato un progetto cui hanno aderito oltre 5 mila scuole italiane, e i risultati sono sorprendenti. Sorprendenti perché gli occhi dei ragazzi a volte guardano meglio di quelli degli adulti. Non è questione in innocenza o ingenuità (figuriamoci!), ma di riuscire a svelare l'inganno che si nasconde dietro le cifre della crisi economica sciorinate da un ministro in tv, dietro le pompose dichiarazioni di fiducia del premier, dietro gli asettici dati su licenziamenti, cassa integrazione, nuovi occupati. L'imperatore è nudo: è bastato una ragazzina per scoprirlo. Ecco il suo tema:


Lo Stato che ha fallito

di girl3 (Scuola media Inferiore di Napoli) scritto il 13 dicembre 2008

E’ buio, quando papà rientra a casa. Ha un’aria strana, forse è stanco o infreddolito. Si avvicina, ci dà un bacio sulla fronte come al solito e va in cucina da mamma. Io e mio fratello continuiamo ad addobbare l’albero, mio fratello un po’ si stufa, perché dice che è sempre lo stesso da molti anni.
Mamma allora, per accontentarlo, ha comprato cinque decorazioni nuove in quei negozietti da 50 centesimi, ma a lui non bastano, è un periodo nero, non gli va mai bene niente, non gli vanno bene i vestiti che ci hanno regalato delle amiche di mamma dei loro figli  più grandi di noi, non gli va bene mangiare verdure per secondo, non gli va bene non avere il telefonino o la play station di ultima generazione, insomma è incontentabile!
Mamma dice che è l’età e bisogna capirlo. Finalmente abbiamo terminato e, anche se è sempre lo stesso, il mio albero è bellissimo.
Distrattamente guardo in cucina e vedo papà che si mantiene la fronte, ma anche mamma ha un’aria strana, direi preoccupata. Allora furtivamente ascolto cosa stanno dicendo, ora capisco : papà sarà in cassa integrazione dalla prossima settimana, perché, a causa della crisi  economica, non c’è richiesta di lavoro.
Mamma allora gli si avvicina, gli accarezza i capelli e gli dice di non preoccuparsi, che rinunceremo ai regali, tireremo la cinghia, ma andremo avanti. Potrebbe anche trovare lavoro come donna delle pulizie, in fondo, in questo periodo sono tante le persone che vogliono avere la casa ”linta e pinta” ma che non hanno voglia o il tempo per farlo. Ma papà non sembra consolarsi, dice di essere un fallito, perché non è riuscito a dare tranquillità e sicurezza alla sua famiglia. Si sente un fallito, perché ha caricato mamma di mille preoccupazioni e, nonostante gli sforzi, con quel misero stipendio di operaio, che portava in casa, non si riusciva ad arrivare a fine mese. Si sente un fallito perché non riesce a dare ai suoi figli un futuro sereno: non può portarci al cinema o al ristorante, ma neanche comprarci dei vestiti nuovi o una fetta di carne in più al posto delle solite verdure.
Mamma allora si siede accanto a lui, lo guarda negli occhi e gli dice determinata e lucida: "E’ LO STATO CHE HA FALLITO” non tu, lo Stato che non riesce a dare benessere ai suoi cittadini e sta producendo sempre più “nuovi poveri”.
Papà allora la guarda e le chiede se c’è speranza che le cose cambino e mamma gli risponde che a Natale tutto può succedere, i desideri possono avverarsi. Corro in cucina, li abbraccio forte e mi rendo conto di aver avuto dalla vita il regalo più bello: la mia famiglia, povera ma dignitosa, ed è una ricchezza che nessuno potrà mai togliermi.

L'articolo su Repubblica Scuola

Morire a quindici anni

Alexandros Grigoropoulos: ucciso incolpevole a 15 anni da un poliziottoAnna Tasolamprou è una giovane ricercatrice universitaria greca. Ha abitato anche a Roma, dove quest'anno ha frequentato un master alla Sapienza. Da Salonicco, la sua città, mi ha inviato questo breve messaggio:

I have seen all the images transmitted to the european press and i am afraid that they are quite true. Alexis is the most cruel the most shameful example of a series of "legally" committed crimes by the police. We are also in the middle of the economic crises as all and we are facing some terrible economic scandals evolving the state the church etc. The anger now in Greece is huge. For three days the big city centers are literally on fire... i really hope that there will be no other victims and reason will prevail again.

Anna

Facebook Alexandros Grigoropoulos

Facebook Alexandros Grigoropoulos in memoria

Una storia dimenticata

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Sebbene l'attività ed il concorso dei militari dell'Arma nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione costituiscano parte integrante dei 2° conflitto mondiale, si ravvisa - per le peculiarità di situazioni, comportamento e sacrifici relativi ai Carabinieri - la necessità di una specifica trattazione di tale campagna.
Va innanzi tutto ricordato che subito dopo l'armistizio, in data 12 settembre 1943, venne costituito a Bari il "Comando Carabinieri dell'Italia Meridionale" cui succedette, in data 15 novembre successivo, il "Comando dell'Arma dei Carabinieri dell'Italia Liberata" dal quale dipendevano le Legioni di Bari, Cagliari, Catanzaro e Napoli.

La ricostituzione in Roma del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri ebbe luogo ufficialmente sotto la data 20 luglio 1944. Dall'8 settembre 1943 all'aprile 1945 l'Arma dei Carabinieri visse uno dei periodi più difficili e al tempo stesso esaltanti della sua lunga storia. Sebbene duramente provata su ogni fronte da quasi tre anni di guerra, trasse dalle sue antiche virtù militari l'energia organizzativa e la coesione morale per cimentarsi nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione, confermando così la secolare sua fedeltà alle Istituzioni dello Stato. Non più rigidamente inquadrati nei reparti dell'ordinamento di guerra, ma raccolti, come per una nuova mobilitazione spirituale e guerriera, in nuclei e formazioni clandestine, a volte di consistenza massiccia, a volte di esigua entità, i Carabinieri diedero un impulso rilevante alla lotta contro le forze nazi-fasciste. Nel corso di questa lotta essi furono decisivamente sostenuti dall'apparato dei comandi territoriali dell'Arma, dalle Stazioni alle più alte Unità, trasformate in altrettanti centri di appoggio, che operarono rischiosamente anche a vantaggio dell'eroica iniziativa dei singoli.

Nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione i Carabinieri riaffermarono quotidianamente spirito di abnegazione ed illimitata dedizione al dovere, fornendo un altissimo, generoso tributo di sangue.

Questa loro lunga lotta ebbe inizio l'8 settembre 1943 - il giorno stesso dell'armistizio tra l'Italia e gli angio-americani - con l'impiego del II Battaglione Allievi Carabinieri, poi rimpiazzato dal Gruppo Squadroni Carabinieri "Pastrengo", a sostengo delle altre truppe schierate per difendere la Capitale dall'attacco concentrico di due Divisioni tedesche all'alba del giorno successivo. Queste furono costrette a ripiegare. Contemporaneamente i Carabinieri si batterono in Balcania unendosi con alcune Sezioni mobilitate e con altri reparti dell'Arma alle truppe dell'Esercito (94 Carabinieri sopravvissuti su 500 dopo diciotto mesi di lotta); ripresero la lotta nella Capitale dopo la violazione da parte tedesca dell'accordo che aveva dichiarato Roma "città aperta" organizzandosi nel "Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri" comandato dal generale Filippo Caruso ed articolato in un "Raggruppamento territoriale" ed in un "Raggruppamento mobile" alimentarono infine in ogni regione la lotta senza quartiere contro il nazi-fascismo passando alle formazioni partigiane allorché il 7 ottobre il comando germanico decretò lo scioglimento dei reparti dell'Arma ed il loro trasferimento nel territorio del Reich.

L'opera dei Carabinieri nella Resistenza non conobbe mai sosta nell'autunno-inverno 1943, né in Italia (banda di "Bosco Martese" in Abruzzo, decisivo loro intervento nelle gloriose 4 giornate dell'insurrezione di Napoli, tanto per citare i fatti salienti) né in Albania, Grecia e Jugoslavia, ma nel 1944 attinse via via l'estremo della partecipazione ed il vertice dell'olocausto. Allorché il 23 marzo di quell'anno l'esplosione di un ordigno fatto brillare a Roma in via Rasella da un elemento dei G.A.P. (Gruppo di Azione Partigiana) provocò la morte di 33 militari tedeschi, Hitler ordinò la facilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso. L'eccidio ebbe luogo all'imbrunire del giorno successivo alle Fosse Ardeatine: tra le vittime ben dodici militari dell'Arma, tutti appartenenti al Fronte Clandestino della Resistenza e già arrestati dalle SS germaniche, che invano li avevano torturati perché rivelassero i piani ed i nomi dell'organizzazione partigiana dei Carabinieri. Essi furono: tenente colonnello Giovanni Frignani, tenente colonnello Manfredi Talamo, maggiore Ugo De Carolis, capitano Raffaele Aversa, tenente Genserico Fontana, tenente Romeo Rodriguez Percira, maresciallo d'alloggio Francesco Pepicelli, brigadiere Candido Manca, brigadiere Gerardo Sergi, corazziere Calcedonio Giordano, carabiniere Augusto Renzini, carabiniere Gaetano Forte. Alla loro Memoria venne concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Ettore_GiovanniniIntanto nel Nord, per merito del maggiore dei Carabinieri Ettore Giovannini si era costituita in Milano una formazione clandestina della Resistenza, che nell'aprile 1944, assunto il nome di "Carabinieri Patrioti Gerolamo" (dal nome di battaglia preso dallo stesso maggiore) contava già oltre 700 militari dell'Arma, inquadrata da numerosi ufficiali e ripartita in due Raggruppamenti. Strettamente collegata al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ed in particolare alla formazione partigiana Carabinieri di Bergamo, comandata dal maggiore Giovanni Rusconi, la "Banda Gerolamo" svolse intensa e rischiosa attività operativa, oltre che preziosa opera informativa, diretta anche all'individuazione degli obiettivi militari tedeschi da parte dell'aviazione alleata.

In vista della liberazione di Roma da parte della V Armata americana, nel maggio 1944 l'azione del generale Caruso e dei suo "Fronte Clandestino" di Carabinieri ebbe di mira anche la preparazione del ripristino delle Stazioni dell'Arma nella Capitale. Il generale, che era accompagnato dal capitano Giorgio Geniola, cadde però il 29 maggio in un agguato tesogli dalla polizia nazista, che sottopose i due ufficiali a gravi sevizie nell'inutile intento di strappare loro delle rivelazioni. Il 4 giugno, mentre le colonne americane convergevano sulla Capitale, il generale Caruso riuscì ad evadere dalle sinistre carceri di via Tasso, riassumendo al comando del "Fronte" la direzione delle azioni svolte dai Carabinieri in quella vigilia della Liberazione.

Questa ebbe luogo il 4 giugno 1944. Alla testa delle truppe americane entrarono nella Capitale i Carabinieri del "Contingente R." comandati dal tenente colonnello Carlo Perinetti, che si fusero con quelli del "Fronte" ripristinando in Roma i comandi territoriali dell'Arma. Per l'opera svolta come animatore del "Fronte" il generale Caruso venne poi decorato della Medaglia d'Oro al Valor Militare. Tra i pochi sopravvissuti delle prigioni di via Tasso, il brigadiere dei Carabinieri Angelo Joppi, gravemente menomato dalle sevizie subite durante 90 giorni di detenzione, meritò la Medaglia d'Oro al Valor Militare anche per le ardue e rischiose imprese compiute come elemento del "Fronte" prima della cattura.

Mentre nel settembre successivo lo Stato Maggiore dei ricostituito Esercito Italiano trasformava le unità del Corpo Italiano di Liberazione in sei "Gruppi di Combattimento" strutturati come nelle Divisioni binarie e dotati ciascuno di 2 o 3 Sezioni Carabinieri, numerosi episodi di eroismo individuale erano intanto avvenuti nelle regioni del centro e del settentrione, ovunque attestando l'indomito slancio dei militari dell'Arma nella lotta contro il nazi-fascismo. Vanno ricordate in particolare la fucilazione del maggiore Pasquale Infelisi a Macerata, l'uccisione in conflitto del brigadiere Elio Filemi a San Benedetto del Tronto e del carabiniere Giuseppe Briganti a Perugia e soprattutto il valore e l'estremo sacrificio del carabiniere Vittorio Tassi, capo di una "Banda partigiana" in Toscana, poi decorato della Medaglia d'Oro al Valor Militare.

L'estate del 1944 fu assai dura per i Carabinieri impegnati nella Resistenza, alla quale sacrificarono arditamente la vita anche il tenente Tito Livio Stagni a Siena, il carabiniere Angiolo Valentini a Talla (provincia di Arezzo), il carabiniere Giuseppe Alfonso a Cuneo il carabiniere Remo Raviol a Roreto Chisone (provincia di Torino), il carabiniere Enio Serra a Jesi, otto carabinieri della "Compagnia Carabinieri Partigiani" in Valsesia, ai quali si aggiunse il 13 luglio 1944 a Sarsina il carabiniere Fosco Montini, definito "partigiano di leggendaria audacia" nella motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare a lui concessa.

Salvo D'AcquistoUn episodio che ricorda da vicino l'olocausto del vicebrigadiere Salvo D'Acquisto fu quello che si concluse il 12 agosto 1944 a Fiesole con la fucilazione da parte nazista dei carabinieri Fulvio Sbarretti, Vittorio Marandola e Alberto La Rocca, passati alla storia dell'Arma come "martiri di Fiesole". Essi affrontarono il plotone d'esecuzione nazista per salvare la vita a dieci ostaggi innocenti.

Nel Veneto l'azione dei patrioti della Brigata "Giacomo Matteotti" si avvalse del prezioso contributo apportato dalla "Compagnia Carabinieri Partigiani", forte di 100 uomini comandati dal tenente Luigi Giarnieri e posta alle dipendenze dirette della stessa Brigata avente il suo Comando Unico sulla cima del Grappa. Di fronte all'intensissima attività dei partigiani del Monte Grappa, i tedeschi decisero di reagire.
Nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1944 quattro Dìvisioni tedesche, due "Brigate nere" due Battaglioni della Divisione "Monterosa" e altre unità minori mossero contro il Grappa: oltre ventimila uomini, armati ed equipaggiati, che attaccavano mille patrioti, posti a difesa di un massiccio il cui centro era presidiato dalla "Compagnia Carabinieri Partigiani" del tenente Giarnieri. Negli aspri e cruenti combattimenti caddero 18 carabinieri. Nella notte fra il 21 e il 22 settembre il tenente Giarnieri venne fatto prigioniero dai tedeschi. Condotto nel collegio "Filippini" in Pademo del Grappa (Treviso), sede del comando nazista, per due lunghe giornate subì inaudite indescrivibili torture. Fiero e sprezzante, non conobbe momenti di cedimento neppure di fronte alla minaccia di morte. I suoi aguzzini, visto inutile ogni ulteriore tentativo di estorcergli delle informazioni, decisero di impiccarlo pubblicamente affinché la sua esecuzione servisse di monito a tutti i patrioti.

Rilevante fu all'inizio dell'autunno 1944 l'attività dei carabinieri partigiani a Castiglione Chiavarese, in provincia di Genova, a Fivizzano, vicino Massa Carrara, in provincia di Varese, nel Pistoiese e a Lecco. Il Comando Unico Parmense ebbe anche dei carabinieri fra le vittime dell'attacco in forze sferrato dai tedeschi a metà ottobre a Bosco di Comiglio per annientare lo Stato Maggiore dell'importante unità partigiana e durante il quale caddero l'eroico comandante Giacomo di Crollalanza e il comandante della Piazza di Parma, Gino Meconi.
Memorabili sono rimaste nelle valli di Lanzo e del Canavese le azioni dei giovanissimi carabinieri, appena usciti dalla Scuola di Torino, inquadrati nella 46^ e 47^ Brigata garibaldina, comandate rispettivamente dal carabiniere Luigi Trivero e dal vice brigadiere Ferdinando Giambi. Quindici di essi, insieme con altri ventuno partigiani, non poterono purtroppo sottrarsi all'accerchiamento di una soverchiante unità tedesca e vennero fucilati sull'aia di una cascina nei pressi di Cudine di Corio. Era il 18 novembre 1944.

Qualche settimana più tardi, l'8 dicembre a Branova, in Slovacchia, il carabiniere Filippo Bonavitacola affrontò il plotone di esecuzione per non aver voluto calpestare gli alamari strappatigli dai nazisti. All'ufficiale che comandava il plotone di esecuzione e che gli si era avvicinato per bendargli gli occhi, sferrò un violento pugno ed esclamò: "Non occorre che mi bendiate gli occhi. Sparate". Venne decorato alla Memoria con la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Arriviamo così al 1945, che per i carabinieri partigiani iniziò con dei furiosi combattimenti in Val d'Arda contro agguerrite unità tedesche. Nel gennaio di quell'anno il carabiniere Federico Salvestri, comandante col nome di battaglia "Richetto" delle Divisioni partigiane "Centocroci" e "Val di Taro", venne catturato e condannato a morte. Ma durante la sua traduzione a Piacenza, per esservi fucilato, riuscì con estrema audacia a sfuggire ai nazisti insieme con cinque patrioti e a riprendere immediatamente la lotta, con azioni che sono rimaste leggendarie. Il 26 gennaio a Ciano d'Enza, in provincia di Reggio Emilia, il carabiniere Domenico Bondi, che aveva al suo attivo numerose imprese condotte contro i nazi-fascisti, prese parte all'attacco di una colonna tedesca insieme col 3° Battaglione della Brigata "Fiamme Verdi". Accerchiato dagli avversari durante un'azione isolata, tenne loro testa per oltre due ore. Poi, esaurite le munizioni, fu costretto a cedere. Le torture cui fu sottoposto nei giorni successivi valsero ai tedeschi una sola frase, che il Bondi ripetè con impavida ostinazione: "Sono un carabiniere, da me non saprete altro". Il 26 gennaio cadde davanti al plotone di esecuzione. Venne decorato della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla Memoria.

Fra i carabinieri comandanti di unità partigiane va ricordato il brigadiere Alberto Araldi, che col nome di battaglia "Paolo", aveva il comando della 3^ Brigata della Divisione partigiana "Piacenza" del tenente dei Carabinieri Fausto Cossu. Dei suoi colpi di mano, delle sue azioni audaci ed improvvise, della sua indomabile energia e del suo coraggio scrisse Pietro Solari nel volume "Partigiani in Val Trebbia e Val Tidone". Cadde anche lui nelle mani dei tedeschi mentre tentava di catturare un capo nazista di Piacenza, responsabile di rappresaglie e crimini di guerra. Dopo la sua fucilazione, che avvenne nel cimitero di Piacenza il 7 gennaio 1945, un sottufficiale dei plotone d'esecuzione esclamò: "E' un peccato fucilare uomini di carattere come Paolo". Medaglia d'Oro al Valor Militare alla Memoria.

Tra un'infinità di altri episodi che caratterizzarono l'azione patriottica dei Carabinieri fra il gennaio e il marzo dei 1945, sopravvenne la primavera di quell'anno, così importante per la Resistenza e per la Guerra di Liberazione. Anche sul piano militare i Carabinieri, inquadrati nei Gruppi di Combattimento Italiani (3 Sezioni nel Gruppo Friuli, la 95^, la 98^ e la 316^; 2 Sezioni nel Gruppo Legnano, la 39^ e la 51^; 2 anche nel Gruppo Cremona, la 94^ e 739^; infine 3 Sezioni nel Gruppo Folgore, la 314^, la 315^ e la 317^) parteciparono alle operazioni che portarono alla liberazione di numerose città dall'occupazione tedesca. L'ingresso dei Carabinieri nei centri liberati venne salutato ovunque con entusiasmo irrefrenabile.

Al momento dell'insurrezione generale, ordinata il 25 aprile 1945, i 700 carabinieri della "Banda Gerolamo" del maggiore Giovannini intensificarono la loro attività e parteciparono nei giorni 25, 26 e 27 alla liberazione di Milano. Secondo i piani prestabiliti e decisi in armonia col C.L.N. varie squadre di Carabinieri occuparono tempestivamente le caserme della città, assicurando i necessari servizi d'ordine e di difesa degli edifici pubblici e rastrellando ingente quantità di materiale e documenti.

Fra gli episodi più importanti va ricordata l'occupazione della caserma del 205° Comando Regionale Repubblicano e l'attacco alla Caserma Medici, sede dei Comando nazista. Gli alleati, sopraggiunti dopo due giorni dalla liberazione, trovarono non solo a Milano, ma in tutta la Lombardia, l'Arma interamente ripristinata dalla "Gerolamo" nelle sue sedi e in piena attività istituzionale. Il 27 aprile anche Piacenza venne liberata da una Divisione partigiana: a comandarla era il tenente dei Carabinieri Fausto Cossu, che il 27 aprile sfilò alla testa della sua unità per le vie della città esultante. La formazione del tenente Cossu ebbe grandi meriti nella lotta ai nazi-fascisti.

Ultimata l'epica stagione della Resistenza, venne il momento di fare l'appello. Dalle file dell'Arma non risposero 2.735 militari, caduti in soli venti mesi di lotta partigiana; 6.521 risultarono i feriti.

Un così alto tributo di sangue ha avuto i seguenti riconoscimenti:
alla Bandiera dell'Arma:
1 Medaglia d'Argento al Valor Militare;

ad ufficiali, sottufficiali, appuntati e carabinieri:
2 Croci di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia;
32 Medaglie d'Oro al Valor Militare;
122 Medaglie d'Argento al Valor Militare;
208 Medaglie di Bronzo al Valor Militare;
354 Croci di Guerra al Valor Militare.

Una scuola per evitare errori

Notizia dell'agenzia Reuters:

polizia_ok_391NETTUNO, Roma- Affinare la gestione degli eventi di piazza ma anche imparare a evitare gli errori del passato. E' l'obiettivo di una scuola destinata a chi deve garantire l'ordine pubblico, inaugurata oggi a Nettuno, in provincia di Roma, alla presenza del ministro dell'Interno Roberto Maroni e del capo della polizia Antonio Manganelli.

"Perché ci serve una scuola? Proprio perché le cose le sappiamo fare. Abbiamo affinato nuove tecniche, e ne siamo orgogliosi. Abbiamo anche commesso degli errori, e lo spirito critico ci permette di isolarli perché non si ripetano", ha detto Manganelli all'inaugurazione del Centro di formazione per la tutela dell'ordine pubblico, sottolineando che la nostra polizia "è particolarmente apprezzata in Europa".

Agli allievi dei corsi - il primo è partito questa settimana - verranno mostrati filmati d'archivio che contengono sia le "buone pratiche" che gli errori compiuti in occasione di manifestazioni. Nessuno parla del G8, ma il pensiero va agli scontri del 2001 a Genova tra manifestanti e forze dell'ordine, culminati nell'uccisione del giovane no-global Carlo Giuliani.

"La polizia non scende mai in piazza contro nessuno... Il primo obiettivo nel corso di una manifestazione è il dialogo", ha precisato Manganelli, aggiungendo che anche per questo la scuola si concentrerà molto sulla psicologia della "piazza", un aspetto affidato allo psichiatra Vittorino Andreoli.

Gli incaricati dell'ordine pubblico devono sempre ricordare, dice il capo della polizia, "la proporzione tra l'esercizio muscolare, a volte necessario per far rispettare le regole, e il diritto di tutti: dei manifestanti a esprimere il dissenso, e dei cittadini, che non devono vedere comprimere le proprie libertà. In questo delicato equilibrio c'è la nostra non facile funzione".

"RISPETTARE LA CATENA DI COMANDO"
Le priorità degli allievi dovranno essere "la valutazione dei rischi connessi alle manifestazioni" e il rispetto della "catena di comando", spiega Manganelli: "Guai a strutturare un intervento delicato senza essere consapevoli di chi deve assumersi la responsabilità di un'azione".

La scuola, come ha precisato il direttore centrale per gli Istituti di istruzione della polizia Oscar Fioriolli, è nata da un lungo confronto con funzionari che per anni hanno praticato le piazze e sono quindi in grado di prevenire gli errori più comuni, come "la collocazione impropria del personale".

Per il ministro Maroni si tratta di "un'iniziativa molto importante": "Negli anni Settanta ero nell'area antagonista, in piazza, dall'altra parte. Mi pare che ci sia stato un netto miglioramento nella gestione dell'ordine pubblico".

6.600 MANIFESTAZIONI DA INIZIO ANNO
Manganelli ha ricordato che dall'inizio dell'anno le forze di polizia sono state impegnate in 6.602 manifestazioni, tra cui 855 su temi politici, 2.256 a carattere sindacale ed occupazionale, 1.027 studentesche, 207 sull'immigrazione, 605 per la tutela dell'ambiente, 103 a sostegno della pace e 412 elettorali.

Negli ultimi cinque anni le forze di polizia sono intervenute a tutela dell'ordine pubblico in occasione di 13.186 incontri di calcio: in 764 - circa il 6% dei casi - si sono registrati incidenti, con il ferimento di 918 spettatori e 2.395 agenti.

(Reuters, 3 dicembre 2008)

Femminile buonsenso

 

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Le notizie sull'arresto a Milano di presunti terroristi ideologicamente e idealmente legati ad Al Qaeda sono anche oggi su tutti i giornali italiani ed esteri.

Fra i propositi di farsi esplodere al Duomo o alla Standa, fra i deliri da Jiahd, fra gli anatemi contro gli infedeli, c'è un particolare che mi ha colpito: la concretezza della moglie di uno degli arrestati.

Lui si vuole far saltare in aria, morire da martire, entrare in direttamente in paradiso dove avrà "giardini alle cui ombre scorrono i fiumi" e "spose purissime". Vuole passare alla storia con una cintura di tritolo intorno alla vita e lei che fa? Lo scongiura di non farlo? Lo prega di desistere per amore dei figli? Macchè. La moglie non si oppone a che lui si faccia saltare, anzi gli dà il proprio consenso, però, prima di farti saltare in aria, gli dice, mi compri casa. Sì, proprio così: mi compri casa. Insomma, un po' di sano buonsenso femminile...

Ecco il passo dal Corriere della Sera di ieri:

E Ghafir il muratore, in questi giorni a casa per via di un infortunio subito al cantiere, dice che a lui «va bene...», giura che anche lui vuole «morire da martire... non vedo l' ora...». Anzi, a Rachid, l' amico marocchino spiega di averlo già confidato alla moglie: «Io - spiega - ho già avuto il consenso di mia moglie che mi ha detto... "se vuoi andare a combattere per fare guadagnare il paradiso anche a noi, vai pure"... la vera moglie è quella che ti incoraggia per andare al Jihad. Mi ha detto che devo comprarle solo la casa e poi se voglio vado». Sorride, Rachid. E mentre guida piano senza lontanamente immaginare di essere spiato da un rilevatore satellitare e di essere intercettato, annuisce: «Sì, la casa è importante, così lei può badare ai figli... e poi alla fine moriremo tutti».

Incipit: Pao Pao

tondelliMa Renzu, il mio grande amico Renzu, lo rivedo dunque per l'ultima volta in una parata primaverile di granatieri a Roma, a quasi un anno da quel nostro primo e gelido inizio di servizio militare su alla rupe di Orvieto, fine aprile dell'ottanta o giù di lì, ma ancora un vento gelido e sferzante spazzava la piazza d'armi mentre i ragazzi marciavano e correvano, i ferrei granatieri, i prodi artiglieri e i piccoli e saettanti bersaglieri che incontravo ogni giorno all'infermeria con vescicacce aperte e contusioni ai piedi per via di quegli anfibi così rigidi e appunto così militareschi che dovevano calzare come scarpettine da danzatrici e batterci sopra i ritmi e la grancassa come proprio allievi del Bolscioj.

Pier Vittorio Tondelli, Pao Pao, Feltrinelli, 1982


Ci sono pochi scrittori che amo come Tondelli: ha saputo leggere la generazione degli anni Ottanta con un acume e una leggerezza che ne fanno un autore di grande livello.
La sua scrittura rende il movimento del mondo, la sua frenesia, i buchi e gli amori, le merci e i desideri, i giovani, l'alcol, la riviera, le notti da sballo. E' di una modernità assoluta. Da leggere.

Morire d'amore, morire di tradizione

Dal Corriere della Sera:

L'omicidio è avvenuto a Patna, uno dei villaggi del Bihar, nell’est del Paese


Ucciso "intoccabile"15enne per una lettera d'amore


cuore_353Aveva scritto a una ragazza di casta superiore: è stato gettato sotto un treno davanti alla madre.
Manish è stato preso mentre andava a scuola. È stato picchiato, bastonato, portato per le strade del villaggio con la testa rasata, e poi gettato sotto un treno, sotto gli occhi della madre. E tutto questo perché Manish Kumar, 15 anni, aveva osato scrivere una lettera d’amore a una ragazzina di una casta diversa dalla sua. Rompendo una regola che, seppure ufficialmente abolita, continua a esistere - e a uccidere – in India.

GUERRA TRA «INTOCCABILI» - L'omicidio è avvenuto giovedì a Patna, uno dei villaggi del poverissimo stato del Bihar, nell’est del Paese. La polizia – spiega alla Reuters il sovrintendente del distretto di Kaimur, Rajesh Kumar - ha arrestato sei uomini e sospeso un agente, incapace di impedire il massacro. Incapace di impedire che la madre del ragazzo, Lalit Devi, osservasse «inerme le ruote del treno che lo uccidevano, mentre chiedevo pietà», come la donna ha detto in caserma. Il ragazzino apparteneva ai Ravidas, una delle molte suddivisioni della casta dei Dalit, gli «intoccabili». Storicamente i Ravidas lavorano come conciatori – un’occupazione che in India, dove la mucca è animale sacro, viene considerata impura. Per questo, pur essendo come i Ravidas «intoccabili», i Dhobi – il gruppo cui appartiene la ragazza di cui Marish si era innamorato, gruppo storicamente dedito alla tintoria - sono una sottocasta superiore. Per questo una semplice lettera d’amore, spedita ad agosto ma scoperta pochi giorni fa dai genitori, è un affronto intollerabile. Da lavare col sangue.

LE CASTE - «La crudeltà di questo assalto ha destato un grande interesse, ma incidenti simili sono tutt’altro che rari», ha detto il sociologo Prakash Louis. Il sistema delle caste, infatti, continua a sopravvivere nella «più grande democrazia del mondo». E, pur senza valore giuridico, continua a dividere gli indù in quattro caste – i Bramini, o sacerdoti, i Kshatriya o guerrieri, i Vaishya, mercanti o contadini, e i Sudra, artigiani. Al di fuori del sistema restano gli «intoccabili», I Dalit. E nonostante le molte leggi approvate, dall’indipendenza dell’India, per cancellare le discriminazioni, poco è cambiato nella società. I pasti, le occupazioni, i luoghi di preghiera sono rigidamente separati. Sui siti di appuntamenti (come Shaadi.com) si può specificare a quale casta si appartiene. E anche nei cimiteri cattolici – una religione per cui le caste non esistono – le tombe sono raggruppate per casta.

LE ECCEZIONI - Gli episodi positivi – come quello di Rajeev Singh, 45 anni, della casta dei Vaishya, sposato da 18 anni con Anita Pharti, 42enne Dalit – sono un’eccezione. «Noi siamo stati fortunati» spiega Rajeev al Washington Post. Nonostante il matrimonio tra membri di caste diverse sia legale da 50 anni, e di recente sia incentivato dal governo con buoni da mille dollari, il numero di omicidi «d’onore» è cresciuto, rivela la All India Democratic Women’s Association. Sette i casi, solo nell’ultimo mese. «Questo indica che la nuova generazione sta lottando per la libertà di sposarsi fuori dalle caste» spiega Shashi Kiran, giudice nella Corte Suprema Indiana. Casi come quello di Shubash Chander, 57 anni, immigrato indiano a Chicago, che a gennaio ha ucciso figlia, genero e nipote «perché quel matrimonio era al di fuori dalle caste», testimoniano, dice Kiran, «che siamo una società che lotta ancora con il cambiamento». Una lotta che giovedì ha ucciso anche il piccolo Manish, con la sua lettera d’amore.

(Davide Casati, Corriere della Sera, 24 novembre 2008)

Aridatece Mastella!

L'ex Guardasigilli Clemente Mastella"Il Guardasigilli Alfano critica da sempre l'indulto, ma mette mano a un ddl sulla certezza della pena con una mezza amnistia per i reati fino a quattro anni. Rispolvera l'istituto pensato dal predecessore Mastella, la "messa in prova", ma raddoppia la massima pena prevista. Chi rischia un processo, prima che cominci (fino al rinvio a giudizio), può chiedere al giudice "d'essere messo alla prova" in cambio di un lavoro socialmente utile. Che alla fine cancellerà tutto, il processo e pure il reato. Peggio dell'indulto dunque, che almeno lascia traccia del delitto sulla fedina penale. (…)

Provvedimento bifronte, quello del Guardasigilli (…) un cavallo di troia: fuori la mano dura contro i benefici, dentro il permissivismo per chi delinque fino a quattro anni. Quando Mastella portò in consiglio la soglia dei tre anni Di Pietro parlò di "colpo di spugna su reati edilizi, ambientali, fiscali, gli incidenti sul lavoro". Si calò tra tre a due anni, ora si raddoppia.

Processi evitati per reati odiosi come frodi in commercio, manovre speculative, ma pure per un attentato ad impianti di pubblica utilità, per furti non aggravati, danneggiamenti, usura impropria, appropriazione indebita, omissione di soccorso, per finire alle violenze private. E dire che, nella relazione, si citano "reati di criminalità medio-piccola" per cui "l'esito della messa in prova estingue il reato". Cos'è, se non un'amnistia? A leggere il dibattito post indulto, il centrodestra l'avrebbe chiamata così.

(…) A sfruttare al meglio le misure sarà chi, grazie a un lavoro di prestigio o a mezzi economici, potrà pagarsi un famoso avvocato e ottenere da Comuni e Regioni i lavori migliori."

(Fonte: La Repubblica, 19 novembre 2008)


Il Guardasigilli Alfano e il premier Berlusconi"Il disegno di legge Alfano, in discussione alla Camera, esclude l´incendio boschivo doloso dalla lista dei reati per i quali è concesso l´uso delle intercettazioni e rischia così di azzerare il lavoro svolto dalla magistratura e delle forze dell´ordine contro un delitto che ogni anno danneggia e gravemente vaste aree e mettendo a rischio l´incolumità e la salute delle persone.

Gli incendi boschivi sono stati 10 mila nel solo 2007 ed hanno divorato 225 mila ettari di vegetazione e ucciso 18 persone."

(Fonte: Legambiente, 6 novembre 2008)



giudice_Adolfo_Celi_Febbre da Cavallo"Il disegno di legge sulle intercettazioni restringe 'eccessivamente' l'ambito della cronaca giudiziaria e prevede sanzioni 'gravi e sproporzionate'. A delineare questo quadro sono stati i vertici della Fieg ascoltati in Commissione Giustizia della Camera a proposito del disegno di legge sulle intercettazioni messo a punto dal Guardasigilli Alfano. (…)
 
Gli editori, in particolare, puntano il dito contro la decisione del governo di prevedere il carcere per i giornalisti, di coinvolgere nella sanzione anche gli editori e di non consentire più che il reato venga estinto con l'oblazione, cioè il pagamento dell'ammenda.
 
Gli editori criticano in particolare "il divieto assoluto di rivelare contenuti relativi alle indagini preliminari in corso" ed esprimono anche "gravi perplessità" a proposito delle sanzioni pecuniarie minacciate alle imprese editrici in caso vengano pubblicati anche atti non segreti relativi ad inchieste penali.
 
Su questi punti è molto chiaro anche il parere - pro veritate - di Cheli e di Grosso: "Due profili ci sembrano assolutamente inaccettabili - si legge nel parere - a causa delle conseguenze alle quali conducono sul terreno dell'irragionevole e sproporzionato annullamento dell'esercizio della libertà di stampa e del diritto di cronaca giudiziaria: il divieto assoluto di rivelare contenuti relativi alle indagini preliminari in corso e l'invasività delle sanzioni pecuniarie minacciate alle imprese editrici in caso di pubblicazione arbitraria di atti, anche non segreti, delle inchieste penali".

(Fonte: ANSA, 2 ottobre 2008)

Fiona e la censura

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Dal Corriere della Sera di ieri, 17 novembre 2008:

"Basta interferenze politiche nella vita sessuale". Il movimento di Fiona Patten contro il piano del governo australiano sui siti web a luci rosse

Un partito del sesso contro la censura

MELBOURNE (Australia) - Promette di combattere il nuovo conservatorismo religioso che si sta diffondendo in Australia e di trattare in maniera "seria" e libera i temi sessuali. Dal prossimo 20 novembre un nuovo movimento politico calcherà le scene della politica australiana: il partito del sesso. La nascita di questa singolare organizzazione partitica sarà formalizzata con una cerimonia ufficiale a Melbourne durante il "Sexpo", la fiera legata al sesso che si tiene periodicamente nelle principali città australiane. Leader del partito sarà Fiona Patten, già a capo di "Eros Association", la lobby che commercializza nel paese materiale pornografico.

SLOGAN - Con lo slogan "We're serious about sex" (Siamo seri sul sesso), il movimento intende dare una "risposta politica" ai bisogni sessuali degli australiani in contrasto con le nuove campagne moralizzatrici dei politici locali e delle associazioni religiose. Considerato il diretto concorrente della organizzazione ultraconservatrice "Family First Party", il Partito del sesso afferma che la sua prima battaglia politica sarà la lotta contro il recente piano del governo che intende imporre un filtro obbligatorio e universale per bloccare tutti i siti web ritenuti controversi: lo scopo è evitare che i bambini possano accedere ai immagini pornografiche o violente, ma secondo stime ufficiali, oltre 10.000 siti per adulti saranno oscurati e in meno di 5 anni l'intera industria del porno australiano sarà distrutta. La Patten giudica assurdo che materiale considerato accettabile già 20 anni fa, con la nuova legge diverrebbe qualcosa di proibito. «Praticamente tutti i siti per adulti entrerebbero nella lista nera» dichiara la futura leader del partito. «Ciò'significa che materiale considerato legale e che qualsiasi adulto può comprare in una normale edicola o in un negozio che commercializza materiale hard, non puo' essere consultato online».

SPOT - Altri cardini del programma del partito sono l'educazione sessuale a scuola, assicurazione sanitaria per le prostitute, riduzione totale della censura e pieno appoggio ai matrimoni gay. «Per pubblicizzare la nascita del nuovo partito e le sue prime attività politiche i dirigenti del "Sex party" hanno preparato un singolare spot che sarà presentato al Sexpo di Melbourne. Inoltre oltre 50.000 Dvd della réclame saranno distribuiti durante la convention. Nello spot si vede Fiona Patten, che dopo aver ribadito che la censura ha raggiunto proporzioni allarmanti in Australia, afferma: «Se ne hai abbastanza delle interferenze politiche nella tua vita sessuale, aiutaci a cambiare e vota il Partito del sesso». Inizialmente l'organizzazione sarà formato da membri della "Eros association" e riceverà fondi dai magnati dell'industria pornografica

I POSSIBILI ELETTORI - Secondo i principali esponenti del "Sex Party" più di 4 milioni di australiani visitano abitualmente i siti pornografici e sono tutti potenziali elettori della nuova organizzazione. «Penso che noi siamo i portavoce di una posizione che probabilmente è quella della aggior parte degli Australiani» continua la Patten. «Tutti vogliamo proteggere i bambini, ma ciò non deve limitare la libertà di usare Internet e di visitare siti per adulti». La direttrice di "Eros Association" si scaglia contro quei politici che strumentalizzano il problema della pedopornografia per aumentare la censura e afferma: «Oggi si discute sempre di più della sessualizzazione dei bambini e del pericolo che questi possano essere esposti a materiali pornografico. Ho sempre pensato che la prima cosa da fare per risolvere questo problema sia sviluppare un programma nazionale d'educazione sessuale».

(Francesco Tortora)

Elogio del tradimento

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Dal Corriere della Sera questo articolo di Predrag Matvejevic, una delle voci più alte e più lucide della nostra Europa. Lui è cosmopolita sia anagraficamente sia intellettualmente: la libertà, la laicità, la tolleranza sono nel suo Dna. La sua scrittura affascina e coinvolge: il Breviario Mediterraneo è un diario, uno zibaldone, un saggio che va letto con la meraviglia di chi esplora e viaggia in città, in porti che credeva conosciuti e che solo ora scopre di non aver mai visto davvero. E' un magnifico portolano per lettori curiosi.
Oltre che la lectio magistris che fece nel 2007 a Pesaro, in occasione del salone dei paesi adriatici OndaSuOnda, di lui ricordo un lunghissimo aperitivo che facemmo, insieme con Aurora Azzolini, a Roma, nel caffè di piazza Mazzini, nei pressi della sua abitazione. Doveva essere un semplice incontro di lavoro, ne venne fuori una interminabile conversazione in cui apprezzammo la cultura e soprattutto l'umanità di questo professore universitario, cui il presidente Ciampi conferì la cittadinanza italiana, che leva la sua voce di libertà in un mondo che pare sempre meno disposto ad ascoltare.
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Dal Corriere della Sera, 14 novembre 2008, pagina 47

Generazioni.
Ogni persona che pensa e giudica dovrebbe redigere un «catechismo» del proprio dissenso nei confronti del patrimonio nazionale. La critica ci aiuta a capire cosa abbandonare perché talvolta anche la memoria è un ostacolo


di Predrag Matvejevic

La memoria ci definisce, determina i nostri atti, condiziona le nostre scelte, dirige i nostri movimenti... Lo sappiamo bene, non occorre troppo ripeterlo. Ma non c' è una sola memoria. Ne esistono diverse. Talvolta essa è uno stimolo, talvolta è un obbligo, altre volte un peso o anzi una vergogna. È sempre necessario chiedersi a quale tipo di memoria ci riferiamo.

Non vogliamo, non dobbiamo dimenticare gli eventi del nostro passato, della nostra vita, della storia del popolo del quale facciamo parte. Ma non tutti hanno la stessa importanza. Ho visto purtroppo in questi ultimi mesi, in Italia e in Croazia, gente in camicia nera che salutava «alla romana». Non riescono a superare la memoria trasmessa dai loro genitori, parenti, vicini.

Per quanto mi riguarda, non dimentico mai i giorni in cui mio padre fu deportato per quattro anni in un lager nazista, ai «lavori coatti». Era un uomo corpulento, un russo forte, pesava 92 chili. Quando è tornato era l' ombra di se stesso, uno scheletro vivente, pesava 52 chili. Non lo riconobbi. Piansi per tre giorni. Questa immagine è stata per anni una ossessione...

Una persona, un popolo, una nazione devono conservare una memoria e, in varie occasioni, difenderla. Comunque sia, viene anche il momento in cui bisogna difendersi da questa stessa memoria - quando essa diviene invadente, abusiva, intollerante. Ognuno di noi possiede una specie di patrimonio che ci protegge e unisce. Talvolta, però, è necessario sbarazzarsene, o almeno liberarsi di una sua parte negativa, che ci blocca o castiga.

Solo una forte cultura critica potrà riconoscere questo momento cruciale, nel quale invece di difendere la memoria dobbiamo difenderci dalla memoria, invece di proteggere il patrimonio occorre proteggere noi stessi da questo stesso patrimonio. Vi sono epoche in cui la cultura critica non fiorisce o viene decisamente osteggiata, svilita, repressa. La nostra epoca in questo senso non sembra produttiva ed esemplare. Ogni persona che pensa e giudica - diciamo per semplificare ogni soggetto privo di pregiudizi - dovrebbe redigere un «catechismo» del proprio dissenso nei confronti della memoria e del patrimonio nazionali. Perché nel momento in cui rifiutiamo quello che attorno a noi è considerato una cosa sacra, un tabù inviolabile, un qualcosa di indiscutibile, noi rischiamo di essere trattati da traditori.

Traditori del patrimonio, della fede o della tradizione, della nostra propria nazione ecc... Tanti sono quelli che non si rendono conto che conservare ad ogni costo certi acquisti ci fa precipitare nel baratro di un conservatorismo esiziale. Voler difendere sempre e comunque la tradizione ci spinge verso un tradizionalismo che si oppone alla ragione, all' evoluzione individuale e collettiva, nonché all' avvenire e al progresso.

Una cultura critica è quella che sa anche rischiare. Che sa «tradire» per poter accettare il meglio e rifiutare il peggio. Occorre - e penso a questo ricordando varie tragedie non soltanto europee - sapersi guardare allo specchio senza pietà. Sapendo che non basta appartenere ad «una civiltà colta» per essere immuni da virus come l' odio razziale, l' antisemitismo, il fascismo che sta accanto a noi. Un atteggiamento critico è quello che si batte perché la cultura nazionale non si trasformi nell' ideologia della nazione, come avvenne nella Germania nazista o, per altri versi, nella Russia stalinista, e recentemente nei vari paesi balcanici.

Molte volte non si ha il coraggio di guardarsi allo specchio in questo modo. Lo vedo attorno a me, nella Croazia in cui sono tornato dall' Italia, in Serbia dove accadono cose che - da vecchio amico dei serbi - non potevo immaginarmi. Vedo tanti ex amici o ex compagni che non hanno il coraggio di dire in modo forte che cosa furono gli ustascia di Ante Pavelic, criminali fascisti addestrati a Lipari dagli squadristi di Benito Mussolini.

Con pochi serbi posso oggi parlare del genocidio di Srebrenica: oltre ottomila civili, giovani e anziani, massacrati in alcuni giorni; là vicino c' era una divisione (olandese) dell' Onu che non si è mossa per salvarli. Si tratta del più grande genocidio in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Una nazione dovrebbe essere molto riconoscente verso coloro che hanno il coraggio di mettere la propria faccia di fronte allo specchio, e dire: ecco, siamo stati capaci di fare anche questo. «Sono il vostro traditore!». Mi rendo conto di come sia difficile. Comporta un rischio che in pochi siamo pronti ad affrontare.

L' autore Da Mostar a Roma Nato a Mostar nel 1932 da padre russo e madre croata, lo scrittore Predrag Matvejevic ha insegnato a lungo Slavistica all' Università di Roma. Tra le sue opere: «Breviario Mediterraneo» ed «Epistolario dell' altra Europa» (entrambi Garzanti)

Condanna a morte in etŕ repubblicana

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A volte ci sono premesse necessarie. La mia è una dichiarazione: non sono credente, mi ritengo profondamente laico e libertario, sostengo l’abolizione del concordato Stato-chiesa, sono favorevole all’eutanasia purché ci sia un esplicito, ragionato e pienamente consapevole assenso da parte della persona malata.
Per Eluana Englaro, invece, pretendono di decidere il padre e i giudici. In quale paese, in quale stato di diritto è la famiglia, è il padre a esercitare il diritto di vita o di morte sui figli? La tutela dei figli, l’esercizio della patria potestas non può essere confuso né con il’possesso’ dei figli da parte dei genitori né con un diritto di vita e di morte che appare al di fuori di ogni moderna legislazione.

La si può raccontare come si vuole, ma comunque la si giri, questa vicenda ha un ultimo, drammatico aspetto: si toglieranno alimenti e acqua a una persona, e questo significa ucciderla. Le sofferenze termineranno sì, ma per il padre. La nostra ignoranza medica non ci permette di sapere cosa quella povera ragazza senta davvero; non ci permette –il nostro modesto stato della scienza- di sapere se sia consapevole di quel che le accade intorno, se avverta, se capisca che la stanno per uccidere.
I neurologi sostengono che non esiste alcuna possibilità di entrare in contatto con lei, perché non reagisce in maniera intelligente.
Questa sicumera della scienza, che pretende di essere indiscutibile, onnisciente e onnicomprensiva, è ridicola. Si pensa che ciò che affermano oggi gli scienziati sia verità assoluta. Ma la scienza va avanti a forza di errori, di prove, di tentativi, di credulità poi confermate, di fatti poi smentiti.
Non abbiamo il senso della relatività degli accadimenti e la storia non ci insegna nulla. Nei primi decenni del secolo scorso, la scienza credeva fermamente nell’eugenetica. Nel 1912 si tenne a Londra il primo congresso internazionale di eugenetica, con la presenza di molti scienziati italiani. Oggi tale ‘scienza’ è bandita dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che impone il divieto delle pratiche eugenetiche.

La peste nera del Trecento –quella citata dal Boccaccio nel Decameron- fece qualcosa come 23 milioni di morti solo in Europa. “L'idea stessa del contagio era sconosciuta alla medicina galenica, e del tutto impensabile la trasmissione di malattie da animale a uomo. Si pensava piuttosto che dei soffi pestiferi avessero trasportato la malattia dall'Asia all'Europa, oppure che la malattia fosse causata da miasmi provenienti dall'interno della terra.
I consigli o regimi contro la peste, opere mediche che mostravano come difendersi dal contagio, divennero quasi un genere letterario. (...) Il sonno durante il giorno era bandito, così come il lavoro pesante. Secondo molti la peste colpiva di preferenza le donne giovani e belle” (da Wikipedia).
Erano tutte verità quelle della medicina del tempo?

Nel Duecento, vennero bruciati vivi nel centro di Parigi dieci allievi di uno scienziato, Amaury de Bene, perché studiavano i libri di fisica di Aristotele. Era vera ‘scienza’ quella della Chiesa che bruciava chi studiava la fisica, l’anatomia, le matematiche?

Si potrebbe andare avanti con pagine e pagine di esempi, ma basti pensare che lo stesso concetto di ‘morte cerebrale’ (momento nel quale oggi la legge consente l’espianto degli organi) è stato definuto nel 1968 e da allora è cambiato più volte, adeguandosi alle nuove scoperte mediche.
Oggi gli ultimi lavori sullo stato di coscienza ci dicono ben altro. Il luminare Giuliano Dolce, uno dei massimi esperti internazionali nel campo della neuroriabilitazione che opera a Crotone, ha fatto riferimento, all’inizio di settembre, parlando del caso di Eluana, a una ricerca apparsa su ''Science'' un paio di anni fa e condotta da Adrian Owen dell'Università di Cambridge. La ricerca ha dimostrato che a precisi stimoli esterni una giovane paziente in stato vegetativo (come potrebbe essere Eluana) era in grado di ricostruire contesti ambientali a livello cerebrale.

Non credo alla vita eterna, le frasi che leggo oggi in tanti blog, frasi del tipo “Ciao Eluana ora puoi, per davvero e per sempre, riposare in pace” mi fanno orrore. L’unica vita, l’unica pace o l’unica guerra, l’unico riposo o l’unica veglia, l’unico dolore o l’unica gioia sono qui, in questa terra. Quando staccheranno la sonda che alimenta Eluana, quella ragazza semplicemente cesserà di vivere.

Alla fine rimarrà questo: un peso troppo grande per il padre –e forse per l’intera società- un peso così grande che i giudici hanno deciso di eliminare. Dicono: meglio farla morire che vederla così. Ma meglio per chi?
Un noto medico, Marco Sarà, primario del reparto di Riabilitazione in Assistenza intensiva della clinica San Raffaele di Cassino, ha detto: “Mi ritengo un agnostico nei confronti della scienza, che va applicata come metodo di lavoro ma non può essere oggetto di fede. Se c’è una cosa più forte anche della scienza questa è la speranza, la forza più consistente che la nostra natura conosca”. Oggi quella speranza non c’è più.

Meglio di Mike Bongiorno

vignettaberlusconi_340Una volta c’era Mike Bongiorno con i suoi incredibili strafalcioni. Oggi c’è Silvio Berlusconi che però di mestiere fa il presidente del Consiglio, non il conduttore di Lascia o Raddoppia o di Rischiatutto.

Ad ascoltare quel che dice, uno legittimamente si chiede: ma Berlusconi c’è o ci fa?
E’ un naturale ‘scompenso del genio’, come spiega bonariamente Fedele ‘Fidel’ Confalonieri per giustificare le tante gaffe, le barzellette fuori posto, le battute sbagliate, i gestacci del Nostro (“anche Mozart, spiega Confalonieri, faceva le boccacce), oppure il presidente del Consiglio si dimostra un grande e attento comunicatore anche nell’uso di parolacce e corna?
Quel che è certo è che le sue gaffe rimarranno se non nella storia almeno nella cronaca della politica internazionale, in una sorta di memorabilia di anni nei quali personaggi come De Gasperi o Don Sturzo, Nenni o Togliatti avrebbero forse stentato a riconoscere la loro Italia.


L’abbronzatura di Obama
6 novembre 2008: Mosca, conferenza stampa congiunta con il presidente russo Dmitri Medvedev, al termine del vertice intergovernativo a Mosca. Berlusconi si dice convinto che Obama abbia tutto per andare d’accordo con Medvedev perché «è bello, giovane e abbronzato».
Una battuta sul colore della pelle che rimbalza in tutto il mondo, ma che il premier si affretta a difendere. Era solo «un complimento», una «assoluta carineria» dice il Cavaliere, che non si limita all’autodifesa. «Veramente c’è qualcuno che pensa che non sia stata una carineria? Se scendono in campo gli imbecilli, siamo fregati. Dio ci salvi dagli imbecilli».
Qualcuno insiste sulla gaffe? Il Cavaliere perde la pazienza: «Come si fa a prendere un grande complimento come una cosa negativa? Ma che vadano a... Se hanno anche il torto di non avere sense of humor, peggio per loro». Di fronte alle critiche che non si sopiscono, Berlusconi contrattacca assegnando la «laurea del coglione» a chi, come il Pd, ha sparato a zero su quel suo «abbronzato».

Venerdì 7, al termine della conferenza stampa di Bruxelles per illustrare le decisioni del Consiglio Ue straordinario, un giornalista dell'agenzia statunitense Bloomberg prende la parola e chiede testualmente a Berlusconi: "Presidente si rende conto che il suo commento su Obama è offensivo negli Stati Uniti? Perché non chiede scusa?"
Il premier in un primo momento risponde: "Mi fa piacere che ti sei messo anche tu nella lista di quelli che ho definito ieri... bene". (la lista è quella di giovedì, quella degli "imbecilli" ndr).
Alle insistenze del cronista sulle scuse da chiedere, il capo del governo italiano abbandona la conferenza stampa e replica: "Perché? ma dai, per favore... chiedi scusa tu all'Italia".
           
Il video su You Tube della conferenza stampa di Mosca

Il video su You Tube della conferenza stampa di Bruxelles

Le reazioni della stampa internazionale:
Il Messaggero: Berlusconi-Obama, sarcasmo e pregiudizio sulle tv Usa

L’International Herald Tribune

Berlusconi femminista
Aprile 2008: Spagna, il governo Zapatero ha una forte presenza femminile, ben nove ministri donna. E Berlusconi che fa? Se ne esce con questa frase «il presidente del consiglio se l’è voluta e ora dovrà domarle…».
Lui dirà che era una battuta, ma per tutta Europa si tratta della prima gaffe internazionale del Berlusconi Terzo. Una gaffe che ha provocato la reazione delle ministre spagnole.
La titolare delle Infrastrutture, la socialista andalusa Magdalena Alvarez, ha detto di ritenere che le parole di Berlusconi siano «un’offesa» per tutti i cittadini. «Probabilmente -ha detto ancora a proposito del leader del centrodestra italiano- non avrà mai questo problema, perché molte donne non vorrebbero lavorare con un politico che pensa questo delle donne. In molte di noi non entreremmo mai in un governo presieduto da Berlusconi».

berlusconi_putin_225Per una stampa libera e democratica
Aprile 2008: nella conferenza stampa congiunta tra Vladimir Putin e Silvio Berlusconi, una cronista russa, Natalia Melikova, domanda al leader russo se siano vere le indiscrezioni sulla sua relazione con una ex olimpionica di ginnastica artistica. Prima che Putin –visibilmente contrariato- rispondesse , Silvio Berlusconi sorridente mima con le mani un mitra indirizzato verso la giornalista. Putin se ne accorge e annuisce.
La giornalista russa scoppia a piangere. In Russia negli ultimi dieci anni sono morti più di 200 giornalisti e quasi mai si sono trovati gli assassini.

Caio Silvio Berlusconi
6 aprile 2008: "Il mio latino é abbastanza buono: credo che potrei anche andare a pranzo con Giulio Cesare" (Silvio Berlusconi alla Bbc)

"Simul stabunt, simul cadunt" (Silvio Berlusconi, 21 novembre 1997. Ma il futuro del latino "cadere" è "cadent").

"La storia ci insegna che 'senatores probi viri'... e non dico il resto" (Silvio Berlusconi, Ansa, 19 marzo 2003. Purtroppo il detto latino è "senatores boni viri, Senatus mala bestia").

Mi sposo un miliardario
Marzo 2008: il Cavaliere offre un “consiglio da padre” in tv, su Rai2, a Perla Pavoncello giovane e carina precaria: «Contro la precarietà? Cerchi di sposare il figlio di Berlusconi, o qualcun altro del genere milionario, con quel sorriso se lo può permettere...».
Una battuta galante…

Rispetto dell’elettorato
Aprile 2006: "Ho troppa stima per gli italiani da pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che voteranno contro i loro interessi" (Silvio Berlusconi, commentando la proposta della Cdl di abolire l'Ici sulla prima casa in caso di vittoria elettorale)

Sindrome cinese
Marzo 2006: "Mi accusano di aver detto più volte che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi" (Silvio Berlusconi durante un comizio elettorale a Napoli.

Romolo e Remolo
Marzo 2006: al vertice della NATO vicino Roma, Berlusconi racconta la storia della fondazione di Roma, ad opera di Romolo e ‘Remolo’
L’esilarante video su You Tube

Fioretti elettorali
Gennaio 2006: Berlusconi promette di astenersi dal sesso fino alle elezioni generali di aprile. "Grazie Padre Massimiliano" dice ad un predicatore televisivo che lo ha elogiato per la difesa dei valori della famiglia . "Cercherò di non deluderla e le prometto due mesi e mezzo di completa astinenza sessuale fino al 9 aprile".

Berlusconi e San Paolo
11 gennaio 2006
: "Paolo di Tarso era un grande filosofo greco" (Silvio Berlusconi a "Porta a Porta", in realtà San Paolo era un ebreo nato in Cilicia).

Alla faccia della crisi
Agosto 2005
: "Neanche l'economia va così male. Dalla mia villa ho una vista panoramica che si distingue anche quest'anno per i numerosi yacht... Nessuno può vantare più cellulari, più automobili, più televisioni degli italiani. Sapete quante delle nostre donne possono permettersi dei trattamenti di bellezza?” (Silvio Berlusconi in un'intervista a "La Stampa")

Berlusconi playboy
Giugno 2005: Berlusconi dichiara di aver usato il suo charme maschile per persuadere il presidente finlandese, Tarja Halonen, a lasciar cadere la richiesta del Paese di ospitare la nuova Authority europea sulla sicurezza alimentare.
"Ho dovuto ricorrere alle mie capacità di playboy, anche se era da un po' che non le usavo" dice. Protesta ufficiale dell'ambasciatore finlandese.

Leggende metropolitane
Dicembre 2003: Alla conferenza stampa di fine anno, Berlusconi supera se stesso: “Il conflitto d’interessi è una leggenda metropolitana...

Berlusconi vede lontano
Novembre 2003
: Berlusconi comunica: «La situazione in Iraq sta migliorando molto. Ormai l’Iraq sta andando verso la normalità e la democrazia».
Pochi giorni dopo, a Nassiriya, la guerriglia irachena fa strage di carabinieri italiani.

Antifascisti in vacanza (coll’olio di ricino e il manganello)
Settembre 2003: Intervista a puntate a due giornalisti dello Spectator. Berlusconi afferma che i giudici italiani sono «matti, mentalmente disturbati, antropologicamente estranei alla razza umana»; che Montanelli e Biagi l’hanno criticano perché «sono invidiosi di me»; e che «Mussolini non ha mai ucciso nessuno: gli oppositori li mandava in vacanza al confino».
Il presidente della Repubblica Ciampi esprime «piena fiducia nella magistratura», ricorda gli orrori del fascismo e rammenta che la Repubblica è nata dalla Resistenza.

L’alto concetto delle donne
Settembre 2003: Berlusconi parla a Wall Street e invita a investire in Italia dove «non ci sono più comunisti», ma in compenso «abbiamo segretarie bellissime».

Un baciamano islamico
Agosto 2003: Berlusconi partecipa alle nozze del figlio del premier turco e si produce in un baciamano della sposa che, essendo musulmana, è coperta di veli e non può essere neppure sfiorata. Imbarazzo ad Ankara.

Mitica: il kapò del Parlamento Europeo
2 Luglio 2003: "Signor Schulz, so che in Italia c'è un produttore che sta girando un film sui campi di concentramento nazisti. La proporrò nel ruolo di kapò. Sarebbe perfetto" dice Berlusconi al presidente del gruppo del Partito socialista europeo, il tedesco Martin Schulz che l'aveva criticato nel corso della presentazione della presidenza italiana dell'UE di fronte al parlamento europeo.
Il video su You Tube

In fondo, cosa sarà mai la Costituzione?
Giugno 2003: "Tutti i cittadini sono uguali (davanti alla legge) ma forse il sottoscritto è un po' più uguale degli altri, visto che il 50 % degli italiani gli ha dato la responsabilità di governare il Paese" dice in un'udienza del processo per corruzione a Milano.

Vita da cani
Maggio 2003: "Ho una barca, ma negli ultimi due anni l'ho usata una sola volta per riportare la mia famiglia a casa. E non vado più nella mia casa alle Bermuda da circa due o tre anni... La mia vita è cambiata, la qualità è diventata terribile. Che lavoro tremendo" dice in un'intervista al New York Times.

Furbizie e legalità
Dicembre 2002: "I più svegli riusciranno sicuramente a trovare un secondo lavoro, anche non regolare" dice Berlusconi, incoraggiando i lavoratori licenziati della Fiat a cercare un lavoro in nero.

Il triangolo
Ottobre 2002: "Rasmussen non è solo un grande collega, ma anche il primo ministro più bello d'Europa" ha detto Berlusconi della sua controparte danese, Anders Fogh Rasmussen, in una conferenza stampa congiunta. "E' così bello che sto addirittura pensando di presentarlo a mia moglie", riferendosi ad un pettegolezzo secondo cui sua moglie aveva una relazione extraconiugale.

I morti non parlano
Settembre 2002: "In certi casi i pedalò sono utili. Nessuno (dei cadaveri, ndr) si è lamentato" ha risposto alla domanda sul perché la polizia avesse usato delle imbarcazioni a pedali per recuperare gli immigrati affogati.

berlusca_corna_200Memorabile: foto con corna
Febbraio 2002: durante una fotografia di gruppo, al termine di un vertice informale dell'Ue in Spagna, Berlusconi fa le corna dietro la testa di Josep Pique, ministro degli Esteri spagnolo.

Regolamento di conti
21 aprile 2001: Silvio Berlusconi sull'omicidio di Massimo D'Antona: il caso del consulente del ministero del Lavoro ucciso a Roma nel 2000 dalle Brigate Rosse, viene definito "un regolamento di conti interno alla sinistra".

Sedute spiritiche
7 Ottobre 2000: Nella trasmissione Porta a Porta, Berlusconi annuncia la sua ferma intenzione di andare a incontrare e abbracciare il papà dei fratelli Cervi. Bertinotti lo guarda basito e sconsolato, ricordandogli che Alcide Cervi è morto da molti anni.
Guarda la gaffe su You Tube.

Napoleone De Gaulle o Charles Bonaparte?
13 dicembre 1994:
"L'intendenza seguirà, come disse De Gaulle" (Silvio Berlusconi durante l'interrogatorio davanti al pool di Milano, 13 dicembre 1994. Peccato che il motto fosse di Napoleone Bonaparte).

Vivi per certificato

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"(...) Mi capita sovente che l’approccio di persone che incontro per la prima volta è quello di elencare il proprio curriculum.
Chi si racconta lo fa dicendo: io sono stato lì, io conosco quello, io ho visto quell’altro, io ho fatto questo... E’ come se dicesse: io sono vivo, ma sono vivo perché ho un curriculum, se non avessi un curriculum non sarei vivo. E cioè io sono non per quello che sono, per i sentimenti che ho, per il mio sguardo, per le sensibilità che mi muovono, sono vivo perché qualcuno ha certificato che ho fatto qualcosa (...)"

Walter Veltroni (Settimana alfonsiana, 26 settembre 2008, Palermo)

Goma non č l'America

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A Goma i riflettori non ci sono. Non ci sono le telecamere della CNN, non ci sono i 40 inviati che il Tg 1 ha mandati negli USA per seguire le elezioni presidenziali, non c'è il codazzo di giornalisti pronto a correr dietro a Berlusconi in Cina o a filmarlo mentre finge di pulire le strade di Napoli.

A Goma, in Congo, però c'è dell'altro. C'è una guerra dimenticata da oltre dieci anni, ci sono centinaia di migliaia di profughi, ci sono persone impazzite per le atrocità subite, ci sono le mani tagliate in massa ai civili, le donne violentate, i villaggi distrutti, l'acqua inquinata, le medicine e il cibo che mancano.

E poi ci sono i bambini: abbandonati, separati con la forza dalle famiglie, stuprati, torturati, uccisi, dispersi nella foresta affamati e assetati, costretti ad arruolarsi per diventare piccoli assassini.

In Kenia hanno proclamato la festa nazionale per l'elezione di Barak Obama, primo presidente di colore degli Stati Uniti d'America. Poco lontano, a Goma, in Congo, c'è l'inferno, ma nessuno se ne accorge.

"Goma la città dei bambini perduti", un articolo del Corriere della Sera

Emergenza Congo nel web di Medici Senza Frontiere

Come aiutare i bambini rifugiati: il sito dell'UNHCR

Principe azzurro? No, meglio «schiavo»

Luci rosse... in rosa: Sono sempre più le donne a firmare i libri dedicati al proibito

Dominazione e sesso di gruppo in cima ai gusti erotici delle donne. I risultati di una ricerca sulla letteratura osé

legs_525MILANO - L’eros è femmina. Vale quasi sempre, ma ancora di più in letteratura, dove il genere è prerogativa del gentil sesso, che poi a quanto pare, tanto gentile non è. Il trend era già in atto da qualche anno come dimostra la prolificità della collana Pizzo Nero, edita da Borelli, il cui claim recita «romanzi erotici per donne scritti da donne». E proprio l’editore Borelli, per Pizzo Nero, ha realizzato un’inchiesta interessante sul profilo degli acquirenti di libri erotici: sono donne al 65%, per il 63% di loro l’eroina ideale è una donna in carriera, seguita a ruota dalla spregiudicata e dalla disinibita, e se pensate che l’eroe sia il principe azzurro, ravvedetevi: è lo schiavo sessualmente sottomesso, che con un indice di gradimento del 60% batte sul campo sia l’esecutore che il romantico (misero 35%).

DOMINAZIONE E SESSO DI GRUPPO - Per quanto riguarda l’ambientazione delle fantasie erotiche va alla grande l’albergo di lusso (30%), ma non se la cavano male neanche ambulatori medici (27%) e prigioni (25%). La fantasia erotica più gettonata? Dominazione, manco a dirlo, (35%) seguita a lunga distanza dal sesso di gruppo (16%).
Ma c’è un nuovo interessante risvolto che riguarda tutta una categoria di scrittrici erotiche italiane ed è la componente world wide web. Le nuove scrittrici non si nutrono di sola carta: scrivono blog, si fanno promozione su myspace o facebook, utilizzano la tecnologia come raccolta e veicolo di comunicazione, hanno avatar e state sicuri che potete trovarle in rete per molta parte del loro tempo.

COMPAGNI DI LETTO - Chi sono? Tipe toste, le signore. Hanno circa trent’anni, sono ovviamente laureate e lavorano nell’ambito della comunicazione. Si chiamano Elena Torresani, Nadiolinda, Cristiana Formetta, Caterina Cutolo, Gisy Scerman, Eliselle.
Ognuna racconta l’eros, talvolta il sesso, a modo suo. L’unico comune denominatore è l’utilizzo di un nuovo mezzo per comunicarlo.
Nadiolinda, che per Mondadori ha pubblicato «Se non ti piace dillo, l’amore ai tempi dell’happy hour», traccia un’indagine sociologica applicata al maschio, quasi un’antropologia alla ricerca del perfetto compagno. Di letto e non di vita, come ci tiene a precisare l’autrice, che ironicamente racconta vizì e virtù di un anno di singlelaggio selvaggio. Nadiolinda è partita da un blog, segnalato poi agli addetti ai lavori, ha un suo sito internet e, ovviamente un Myspace.
«Da quando ci vivo nel web, come Nadiolinda, ho imparato che ci puoi costruire relazioni importanti e anche prendere delle cantonate colossali. Appartengo all'ultima generazione che considera il reale più del virtuale. ma che si sta arrendendo all'evidenza del fatto che la virtualità è una parte irrinunciabile della vita di tutti i giorni. Sono una zia curiosa, poco attenta alle mode e molto critica su tutto quello che vedo: mi capita di dare consigli e di non capire quello che mi viene spiegato, anche quando sono stata io a fare le domande. E sì che mi sembrava anche di aver fatto una domanda chiara... è che il web ha un linguaggio tutto suo, che un po' è suppergiovane e un po' è supperingegnere e io coi troppo giovani e con i troppo ingegneri non c'ho mai preso molto. Ecco la verità: il web è un'orizzonte e la vita virtuale rende possibili molte cose che nella vita reale non hanno mezzi né spazi. Nadiolinda non esiste. Ma a volte ho l'impressione che sia più reale di me. Nadiolinda è il mio potenziale illimitato, la mia occasione di eternità, ma è anche una stronzetta virtuale e l'ho avvertita più volte: se non ti dai una regolata, se non la pianti di flirtare dallo schermo, se non ti copri un po' e non impari cos'è la decenza... mi bastano tre click per eliminarti per sempre dalla rete!».

SUL WEB SI OSA DI PIU' - Stesso percorso per Elena Torresani , che ha da poco pubblicato il suo primo libro «L’inferno di Eros - un poema erotico» (AndreaOppureEditore), un libro nato dall’incontro in rete con la fotografa Monica Papagna. «Tra i lettori del mio blog si annidava la fotografa Monica Papagna, che un giorno mi ha contattata per chiedermi se mi andava di scrivere un pezzo erotico per il vernissage della sua mostra “Fil Rouge” presso la Marena Rooms Gallery di Torino. Ammetto che non è stato facile: l’erotismo era un genere un po’ troppo sottile per il mio stile ruspante. Alla fine però la lettura di “Danze Balcaniche” davanti ai giornalisti intervenuti per il vernissage è stato un successo, e questo ha decretato la nascita del mio primo libro “L’inferno di Eros”. Unendo gli scatti della Papagna alle mie parole, dando libero sfogo anche a linguaggi erotici un po’ più spinti e a paesaggi più goderecci (decisamente più nelle mie corde) in due mesi di notti sulla tastiera ho sfornato questa creatura, che a gennaio 2008 è stata pronta per la valutazione delle case editrici. Ovviamente, in tutto questo la rete ha avuto un ruolo fondamentale: non sarei mai arrivata a sviluppare nessun ipotetico talento né a pensare di poter pubblicare un libro. Ho sempre saputo di essere priva di qualsivoglia spirito narrativo, e solo il supporto e l’affetto dei miei amici del web mi ha spinto ad osare il passo dal blog alla carta stampata».

L'EROTISMO 2.0 - Poi c’è Cristiana Danila Formetta, l’unica scrittrice attiva anche in America. In Italia ha pubblicato per la Coniglio Editore il romanzo erotico «La vita sessuale dei camaleonti» già incluso nella prestigiosa antologia International Erotica (Robinson, London), al fianco del premio nobel Elfriede Jelinek e di J.G. Ballard.Nel 2008 ha pubblicato Necro Baby, un booklet per la PesaNerviPress con racconti di pericolose "femme fatal" che prima seducono e poi distruggono chi le avvicina. «I blog promuovono un contatto diretto tra l'autore e il lettore, e permettono di entrare in confidenza con migliaia di persone, di stringere rapporti più stretti con il pubblico in maniera più immediata di come accadeva in precedenza, con i tour letterari, ad esempio. Credo che oggi il termine "scrittura erotica" sia limitato, sarebbe più giusto parlare di Erotismo 2.0. perché con internet il sesso è oramai una questione di byte, e strumenti come blog o social network sono diventati un ottimo strumento di promozione per le proprie opere. Io per esempio sono molto attiva su My Space». Val la pena di segnalare la collaborazione allo stilosissimo blog www.cooletto.com, un blog tematico che tratta di erotismo a tutto tondo: sesso frizzante, perverso, burlesque, ma anche fetish e sadomaso, con lezioni di bondage e altri tutorial illustrati del genere.

ROMANTICISMO E SESSUALITA' - Caterina Cutolo ha pubblicato nel 2005 il suo romanzo d’esordio «Pornoromantica», una versione narrativa dei migliori post del suo blog, dove con grande ironia ed uno stile leggero e scanzonato, l’autrice fonda una vera e propria corrente di pensiero che combina l'integralismo romantico con il sesso sublime: il Pornoromanticismo, appunto. «Ho aperto il blog Pornoromantica nel giugno 2003, più che altro spinta dall'idea di avere finalmente dei lettori, cosa che mi stimolò moltissimo e da subito a sforzarmi di scrivere meglio, di catturarne l'attenzione, di spingerli a lasciarmi un'impressione, un feedback tra i commenti. L'ho intitolato Pornoromantica senza pensare in verità a dei contenuti a tema, ma solo perché mi ero appena inventata questa parola e mi divertiva e mi rappresentava in quel momento. Dopo un paio di mesi ricordo che scrissi un post diverso dagli altri, in cui raccontavo la mia scoperta della masturbazione all'età di 21 anni, dei fallimentari (e comici) tentativi prima di riuscirci, di come la mia vita sessuale sia cambiata in meglio in seguito grazie al fatto che conoscevo meglio il mio corpo e il mio piacere. La reazione dei lettori e delle lettrici fu entusiasta e partecipata, questo mi ha spinta da quel momento in poi a continuare il blog a tema, tanto più che a quel punto il titolo del blog si è rivelato assolutamente perfetto».

PADRONA E SCHIAVO - Chiudiamo la carrellata con Eliselle: ha pubblicato racconti erotici come «Altri amori» e «Tua, con tutto il corpo» antologia di racconti erotici al femminile. Dai suoi testi erotici è stato ricavato uno spettacolo teatrale, «Strettamente riservato», rappresentato in luoghi off-off di Milano dalla compagnia teatrale Attoprimo, diretta da Rocco Di Gioia. Adesso però ha fatto il grande salto, è passata dall’erotismo ai chick -lit, con il divertente «Fidanzato in affitto» (Newton Editore), la storia di una ragazza qualunque che quando perde il lavoro per mantenersi adotta uno schiavo. «Dopo un'iniziale titubanza, Cristal decide di tentare il tutto per tutto e risponde a un annuncio che sembra fare al caso suo: "Cerco disperatamente una padrona per servirla come suo schiavo... Adorazione senza limiti né remore"» si legge nella quarta di copertina.. A ben vedere, un po’ di sesso è rimasto anche qui….

da: Corriere della Sera, Arianna Chieli, 4 novembre 2008

Al muro chi scrive!

berlusca6facce_320Eccolo. Il ‘depenalizzatore’ per eccellenza, colui che ha eliminato il reato di falso in bilancio, che ha reso inutilizzabili le rogatorie internazionali, che si è costruito su misura l’immunità attraverso il lodo Alfano, che ha abolito la tassa di successione anche per le eredità superiori ai 350 milioni delle vecchie lire, che ha fatto approvare un condono edilizio per sanare gran parte delle opere abusive a Villa La Certosa.

Silvio Berlusconi ha deciso finalmente di combattere, e sul serio, il vero problema che sta portando l’Italia verso la catastrofe. Ricordate Roberto Benigni in Jhonny Stecchino? Ricordate l’elencazione delle tre piaghe che attanagliavano la Sicilia, e soprattutto “Palemmo”? La peggiore delle tre piaghe, la piaga la cui colpa era innegabilmente degli uomini, quella per cui la Sicilia era tristemente nota ovunque nel mondo, era… il traffico!

Con Berlusconi siamo allo stesso livello. Qual è la vera piaga italiana? La criminalità organizzata? La crisi economica? Il dramma delle famiglie che non arrivano a fine mese? Il rincaro dei prezzi? Il calo della Borsa? L’immigrazione clandestina? La riforma della scuola? Il precariato dei giovani? La neo-disoccupazione di tanti quaranta e cinquantenni? Le risorse per la ricerca medica? Le pensioni sociali ridicole? Gli abusi edilizi, gli eco-mostri e la devastazione dell’ambiente? No.

Il vero, autentico problema dell’Italia sono –udite! udite!- i graffiti sui muri. Sì, il nostro premier porterà al Consiglio dei Ministri il provvedimento che istituisce ''il reato penale per gli imbrattatori dei muri''. Chi truffa qualche milione di euro non rischia nulla, ma chi traccia un segno su un muro rischierà fino a 2 anni di carcere.

spray_350Ora non è che a me stiano particolarmente simpatici i writers (anche se debbo ammettere che alcuni lavori sono artisticamente degni di nota, anzi ci sono opere che musei europei e americani sono arrivati a pagare decine di migliaia di euro) e non mi appartiene neanche alla lontana l’idea che di un muro, pubblico o privato che sia, il primo ragazzotto che passa debba sentirsi autorizzato a farne ciò che vuole, ma mi chiedo se sia mai possibile, con mezza Italia in rivolta per la riforma della scuola, con dipendenti pubblici costretti a chiedere l’anticipo della liquidazione per tirare avanti, con le imprese che licenziano per la crisi dei mercati, che il governo di centro destra debba pensare a punizioni così dure per un comportamento sociale, come quello dei grafittari, che può essere tutto tranne che pericoloso per la collettività.

Incipit: Dona Flor e i suoi due mariti

donaflor_354Vadinho, il primo marito di dona Flor, morì a Carnevale, una domenica mattina, mentre ballava un samba vestito da baiana in Largo 2 Luglio, non lontano da casa sua. Non apparteneva al gruppo, ci si era semplicemente aggregato, con altri quattro amici tutti vestiti da baiana, e tutti provenienti da un bar della zona del Cabeça, dove il whisky correva a fiumi, alle spalle di un certo Moysés Alves, piantatore di caffè, ricco e spendaccione.

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti

Titolo originale: Dona Flor e Seus Dois Maridos
Anno di pubblicazione: 1966
Edizione italiana: Garzanti
Traduzione: Elena Grechi

Tutti al Circo

Belle immagini della manifestazione del PD “Salva l’Italia” che ieri, a Roma, ha riempito il Circo Massimo e l’area circostante di oltre due milioni e mezzo di persone, si possono trovare un po’ ovunque. Innanzi tutto nel sito del Partito Democratico, poi sui vari web dei principali media (Corriere della Sera, Unità, Repubblica).
Qui pubblico solo qualche foto che ieri ho scattato da dietro il palco. La prima è quella di Armando Cossutta, una figura storica del comunismo italiano. Ieri pomeriggio ero accanto a lui e ho voluto risolvere un piccolo dilemma che nulla a che fare con la manifestazione del PD.

Subito dopo ferragosto, il Corriere della Sera pubblicò, una bella intervista a Cossutta, una intervista anche emozionante e non priva di pathos, poiché il senatore raccontava di una giornata cruciale per l’Europa: l’invasione di Praga da parte dei carri armati sovietici. Nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe dell’Armata Rossa entrarono nella capitale cecoslovacca.
Come andò a finire non c’è bisogno di ricordarlo, quel che mi interessò, leggendo l’articolo del Corriere, è il racconto che Cossutta faceva di quelle ore concitate.
A Roma è lui ‘di turno’ a Botteghe Oscure ed è lui che l' ambasciatore sovietico in Italia, Nikita Ryjov, convoca immediatamente per comunicare con la fredda formula di rito che "le truppe del Patto di Varsavia sono entrate in Cecoslovacchia su invito del governo e del Partito comunista cecoslovacco"».

Qualche giorno fa, giovedì 23 ottobre, lo stesso Corriere della Sera ha pubblicato un articolo di apertura di pagina 13, firmato da Andrea Garibaldi, titolato: “Bertinotti: il Pci e gli studenti lasciarono Praga da sola”. E’ anch’esso un testo interessante, perché, a quaranta anni di distanza, racconta quel che non si fece, la cecità del resto del Movimento studentesco europeo e del Pci e nei confronti dei giovani praghesi, quasi considerati ‘riformisti’ e anti-comunisti.
Ebbene in questo articolo si racconta la stessa drammatica notte, ma fra i protagonisti non c’è Armando Cossutta, rimangono solo Giorgio Napolitano (l’attuale presidente della Repubblica) e Pietro Ingrao.

Ho chiesto a Cossutta come andarono veramente le cose e il senatore mi ha riconfermato la verità dell’articolo pubblicato in agosto. Il segretario del Pci Luigi Longo era in vacanza in Urss, e così anche Giancarlo Pajetta; Giorgio Amendola in Bulgaria ed Enrico Berlinguer in Romania. Fu, dunque, Cossutta –che quella sera aveva deciso di andare al cinema con la moglie Emi- a essere chiamato dall’ambasciatore dell’Unione Sovietica, fu lui a convocare la direzione del Pci e fu lui che gestì le relazioni con la stampa italiana.
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Palloncini_sul_Circo

PD a colori

Due milioni e mezzo per dire NO a Berlusconi

Vergogne d'Italia

Lui è l’esternatore per definizione, colui che ha inventato un nuovo modo di comunicare dal Colle, eppure questa intervista del senatore a vita Francesco Cossiga -ex presidente della Repubblica, ex presidente del Consiglio, ex ministro dell’Interno, ex presidente del Senato- è sorprendentemente passata sotto silenzio. Rilasciata a inizio ottobre al corrispondente in Italia del quotidiano israeliano Yediot Aharonot, è un vero e proprio scoop. Non tanto per perché rivela cose nuove, ma perché dà fondamento ai sospetti e li tramuta in realtà.
Eppure non una tv, non una radio, non un quotidiano l’ha ripresa, l’ha citata, ne ha preso spunto per realizzare un servizio, un’inchiesta. Non c’è stato nessun solerte magistrato pronto ad aprire una inchiesta. Niente di niente. Strano, perché quando Cossiga parla, magari per dire anche cose meno importanti, non c’è testata giornalistica, dal Tg 4 al Manifesto, che in qualche modo non lo riprenda. Cossiga rilascia una dichiarazione sulla scuola, dicendo che occorre infiltrare agenti provocatori nel movimento studentesco? Ecco che finisce sui tg e sulle prime pagine dei giornali? Cossiga esprime un giudizio su Berlusconi o Veltroni? Ecco che tutti lo citano e anche Wikipedia modifica il testo alla voce ‘Cossiga’. Questa volta niente.
Io l’intervista ’ho scoperta per caso, leggendo il Magazine del Corriere della Sera. Una breve colonna in cui si sintetizzava il contenuto, davvero esplosivo. Poi ho cercato e trovato in rete la traduzione dall’ebraico Ecco il testo completo dell’intervista:

COSSIGA: COSI' ABBIAMO VENDUTO GLI EBREI D'ITALIA

Lo chiamavano “L’Accordo Moro”, e la formula era semplice: l’Italia non si intromette negli affari dei palestinesi, che in cambio non toccano obiettivi italiani. Tuttavia, ora si scopre che gli ebrei erano esclusi dall’equazione. In un’intervista speciale, l’ex Presidente Francesco Cossiga rivela come le Autorità di Roma avrebbero collaborato con le organizzazioni terroristiche negli Anni Ottanta, ed ammonisce: “Oggi c’è un accordo analogo con Hizbullah in Libano”

di Menachem Gantz

Francesco CossigaIn casa di Francesco Cossiga, nel cuore del quartiere Prati di Roma, sventolano - l’una accanto all’altra - tre bandiere eleganti: quella dell’Italia, quella della Regione Sardegna e quella di Israele. Non sempre l’ex Presidente della Repubblica italiana -uno dei politici più noti e di buona fama del Bel Paese- era un tale amante di Sion. Una volta, negli Anni Cinquanta, fu lui ad inaugurare l’Associazione d’amicizia Italia- Palestina. Poi, quando era Presidente del Senato, ha persino dato, nel suo Gabinetto, asilo ad Arafat quando era stato emesso un mandato di cattura nei suoi confronti.


Ma oggi, a ottant’anni, Cossiga ama Israele. Questo è forse il motivo per il quale accetta quasi immediatamente, senza condizioni, di concedere un’intervista ad un giornale israeliano. Questo è forse anche il motivo per cui è disposto ad aprire, con raro candore, un vaso di Pandora tra i più stupefacenti e orripilanti dell’Italia, che egli ha conosciuto nei lunghi anni di servizio pubblico.
Sarà forse l’imbarazzo, la volontà di riparare al male causato dall’accordo in cui l’Italia avrebbe di fatto permesso di sottrarre la vita di qualsiasi ebreo in quanto tale - sarà forse questo che lo porta ad aprire la storia per intero.

Tutto è cominciato lo scorso agosto, quando la maggior parte degli italiani inondava le spiagge per le vacanze estive. In un’intervista al Corriere della Sera, Bassam Abu Sharif, considerato il ministro degli esteri del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina negli Anni Settanta e Ottanta, ha svelato che in quegli anni i Governi di Roma permettevano ad organizzazioni terroristiche palestinesi di agire liberamente in territorio italiano, in cambio di un impegno a non colpire obiettivi nazionali in Italia e nel mondo.

L’accordo, secondo Abu Sharif, era stato denominato “L’Accordo Moro”, riprendendo il nome di Aldo Moro, ex Presidente del Consiglio assassinato nel 1978, che ne era il responsabile.
Cossiga si è affrettato in agosto a confermare le asserzioni di Abu Sharif. “Ho sempre saputo - benché non sulla base di documenti o informazioni ufficiali, sempre tenuti celati nei miei confronti - dell’esistenza di un accordo sulla base della formula “tu non mi colpisci, io non ti colpisco” tra lo Stato italiano ed organizzazione come l’OLP ed il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”, ha ammesso in un articolo pubblicato dal Corriere.

Ma quella pubblicazione aveva lasciato dei buchi, degli interrogativi troppo grandi. Se l’Italia aveva ottenuto l’immunità dal terrorismo palestinese, come mai ebbero luogo nel Paese attentati sanguinosi contro obiettivi ebraici? Se c’era un accordo, come mai vi erano stati uccisi ebrei innocenti?

Ora Cossiga rivela tutta la verità. “In cambio di una “mano libera” in Italia”, ammette in un’intervista speciale, “i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e l'immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici - fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. In altre parole: gli italiani non si toccano, ma se sono ebrei - questo è già un altro paio di maniche.

“Per evitare problemi, l’Italia assumeva una linea di condotta che le permetteva di non essere disturbata o infastidita”, spiega Cossiga, “Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi. Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hizbullah per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmamento, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”.

Cossiga ammette di essere rimasto sorpreso per l’indifferenza con cui venne accolta in Italia la sua rivelazione. “Ero convinto che la notizia pubblicata in agosto avrebbe risvegliato i media, che magistrati avrebbero cominciato ad indagare, che sarebbero cominciate interrogazioni ai coinvolti. Invece c’è stato il silenzio assoluto. A quanto pare, nessuno se ne interessa qui. Lei è l’unico ad avermi interpellato in materia”.

Tuttavia, scavare nella profondità di questo dossier potrebbe rivelare agli italiani molto sul loro regime e sulla sua condotta. E pare non ci possa essere persona più qualificata, esperta ed informata dei dettagli di questo ambiente che Cossiga. Ha ricoperto innumerevoli cariche: Direttore Generale del Ministero della Difesa, Ministro dell’Interno, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica. Le riforme che portò a termine nei servizi segreti italiani gli hanno guadagnato il soprannome “Spy Master”. Oggi non ha più un ruolo ufficiale, a parte quello di Senatore a Vita, ma le telefonate di Ministri ed alti ufficiali della Polizia, che interrompono continuamente l’intervista, dimostrano che la sua posizione è inalienabile. Cossiga continua a muovere i fili.

I rapporti complessi con il meccanismo del terrorismo palestinese, li ha conosciuti per la prima volta alla sua nomina a Ministro dell’Interno nel 1976. “Già allora mi fecero sapere che gli uomini dell’OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica“, rammenta, “Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all’artiglieria pesante ed accontentarsi di armi leggere”.

Più tardi, quando era Presidente del Consiglio nel 1979-1980, gli divenne sempre più evidente il fatto che esistesse un accordo chiaro tra le parti. “Durante il mio mandato, una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo”, racconta, “I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano per mare”.
Nel giro di alcuni giorni, racconta Cossiga, una sua fonte personale all’interno del SISMI - lui lo chiama “gola profonda” - passò al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. “In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che secondo l’accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati”.
Cossiga stesso, va sottolineato, non era stato mai ufficialmente informato dell’esistenza di questo telegramma. Se non fosse stato per la sua fonte nel SISMI, non sarebbe stato consapevole di tutta questa storia. “Alle dieci di notte telefonai al capo del SISMI e lo rimproverai, “Mi stai nascondendo delle informazioni. Perché non mi hai informato del telegramma indirizzato a me?”. Ma egli, a quanto pare, era partecipe dell’accordo con i palestinesi”.

Il Presidente del Consiglio cominciò a sospettare che dietro all’evento di poca importanza si celasse qualcosa di più grande. “Col tempo cominciai a chiedermi che cosa potesse essere questo accordo di cui si parlava nel telegramma”, racconta. “Tutti i miei tentativi di indagare presso i Servizi e presso diplomatici si sono sempre imbattuti in un silenzio tuonante. Fatto sta che Aldo Moro era un mito nell’ambito dei Servizi Segreti. Sin dalla fondazione della Repubblica fino ai miei tempi al Quirinale ho conosciuto tre politici che sapevano utilizzare i Servizi Segreti: il fondatore, io, e Aldo Moro. La gente gli giurava fedeltà, e continuava anche dopo finito l’incarico”.

Largo Stefano Tache', RomaMa le vere prove dell’esistenza de “L’Accordo Moro”, e soprattutto i suoi raccapriccianti dettagli, si potevano trovare solo nella realtà. Ventisei anni sono passati dall’attentato al ghetto ebraico di Roma, ma la ferita è ancora aperta. Era il 9 ottobre 1982. La prima Guerra del Libano era in corso, e la comunità ebraica era esposta ad un’ondata di odio senza precedenti. “Sentivamo l’atmosfera”, racconta uno dei vertici della comunità di quei giorni, “sentivamo che qualcosa di terribile si stava avvicinando”.
Quel giorno, poco prima di mezzogiorno, un commando di sei terroristi si scagliò contro la sinagoga, sparando e lanciando bombe a mano sui fedeli che avevano appena finito la preghiera. Decine di persone furono ferite. Stefano Tachè, un bambino di due anni, rimase ucciso per mano dei terroristi.

Dichiarazioni ufficiali di condanna da parte dei politici al vertice furono subito rilasciate, ma gli ebrei di Roma non ne rimasero convinti. La sensazione di abbandono era grave: quel mattino, all’improvviso, sparirono senza spiegazione le due volanti della polizia che durante le feste ebraiche fornivano protezione all’ingresso della sinagoga. Anche dopo l’attentato è continuato l’atteggiamento strano. A tutt’oggi non sono stati pubblicati i nomi dei terroristi.

Con il passare degli anni, prende sempre più piede l’ipotesi che anche attivisti dalla Germania ed elementi delle Brigate Rosse avessero sposato la causa di assassinare ebrei, ma a Roma non c’è stato a tutt’oggi un governo che abbia ritenuto necessario portare i colpevoli in corte.

“Io non avevo un ruolo ufficiale in quell’epoca”, chiarisce Cossiga, che allora aveva terminato l’incarico di Presidente del Consiglio e ancora non era stato nominato Presidente del Senato. “Ricordo di essere arrivato per primo sul luogo dell’attentato. Ho visto la pozza di sangue del bambino di due anni”.

Solo uno degli attentatori fu catturato, e nemmeno dagli italiani. Avvenne un mese dopo l’attentato, quando Abd El Osama A-Zumaher fu arrestato in Grecia con esplosivi nella sua macchina. I greci lo liberarono dopo sei anni, ed egli scappò in Libia. Le Autorità italiane non ne chiesero l’estradizione.
“Oggi”, ammette Cossiga, “non si può più scoprire tutta la verità su quanto accaduto lì. L’Italia non chiederà mai la sua estradizione, ed i libici non lo consegneranno”.

Cossiga sa perfettamente il significato delle cose che sta rivelando qui, ne conosce la gravità. Né cerca di giustificare coloro che presero le decisioni. Tuttavia, anche oggi torna a spiegare la logica di questo pensiero: l’Italia non si immischia in quanto non la concerne. A prova di ciò, presenta l’altra parte. “L’azione del Mossad contro gli assassini degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 è passata anche per Roma”, dice. Come noto, Adel Wahid Zuaitar, il simbolo della furbizia dell’organizzazione del Settembre Nero, fu ucciso a Roma. “Crede che l’Italia non potesse, a suo tempo, arrestare i due agenti che lo fecero fuori? Un giorno, mentre rientrava in casa, due giovani lo picchiarono all’ingresso e lo fecero fuori con due pistole munite di silenziatore. Crede che gli italiani non sapessero chi fossero? È ovvio che lo sapevano, ma in questioni del genere è meglio non mettere le mani, ed è questa la linea che guidava il comportamento dell’Italia”.

Lei paragona l’eliminazione di un terrorista all’assassinio di un bambino di due anni all’uscita della sinagoga?
“No, assolutamente no. Se avessi saputo che le volanti della polizia erano state istruite ad andarsene quella mattina, nell’ambito di quell’accordo di cui mi hanno sempre negato l’esistenza, forse tutto sarebbe andato diversamente”. La colpa, tuttavia, la attribuisce solo ed esclusivamente ad Aldo Moro.

strage_fiumicinoTuttavia, basta un ulteriore singolo sguardo sull’Italia degli ultimi trent’anni per scoprire che l’influenza dell’Accordo Moro non è finita lì. Nel dicembre 1985, quando Cossiga era già Presidente della Repubblica, avvenne l’attentato sanguinoso al banco della El Al all’aeroporto di Fiumicino. Fu un attacco combinato, a Roma e a Vienna, a firma delle unità di Abu Nidal, in cui morirono 17 persone, di cui 10 in Italia. Le Autorità di Roma, superfluo anche dirlo, non si sono considerate parte in causa.
Come si concilia l’attentato all’aeroporto con l’accordo di non colpire obiettivi italiani? “Non furono colpiti obiettivi italiani”, spiega Cossiga, “fu la compagnia aerea israeliana ad essere attaccata nell’aeroporto”.
Ma il territorio era italiano.
I morti furono tutti israeliani, ebrei ed americani, non italiani. Gli scambi di fuoco non hanno incluso i nostri uomini, solo i palestinesi e gli addetti alla sicurezza di El Al e dello Shabak [servizi di sicurezza interna israeliani - Ndt].

Cossiga sa perfettamente il significato di ciò. Dal punto di vista dell’Italia, in fondo, l’attentato non era affatto una cosa che la riguardava. Fin tanto che non sono stati uccisi italiani non ebrei, tutto bene. “Non ho mai visto le carte, ma credo di sì. Così funzionavano le cose”, ammette. Il capo del SISMI a quei tempi, Fulvio Martini, ammette in un libro che ha scritto che era stato ricevuto un vero e proprio avvertimento dell’attentato. “Qualcosa non ha funzionato con le forze della sicurezza italiane, che sapevano a priori dell’attacco”, spiega.

Cossiga tiene a che si sappia che egli non era stato coinvolto personalmente nell’accordo. “Quando ero Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica non ne sapevo niente”, insiste fermamente, “me lo tenevano nascosto. Io soltanto speculavo che un tale accordo esistesse, per via di quel telegramma da Beirut, ma tutti stavano zitti. Bassem Abu Sharif ha detto che l’Accordo Moro fu firmato a Roma e a Beirut e che gli italiani erano rappresentati dal capo dei servizi segreti dell’Italia che era in servizio in Libano, ma io non ne sapevo niente”.

Tuttavia, Cossiga mostra un certo bisogno, forse incontrollabile, di difendere quell’Italia che avrebbe firmato l’accordo. Quella politica, egli spiega, era comune anche in altri Paesi. “La Germania ha liberato il commando dei terroristi che uccisero gli atleti a Monaco di Baviera, e anche la Francia si è comportata analogamente. Questa era la politica europea. Tranne gli inglesi, ovviamente. I palestinesi sapevano quel che facevano. Non ho mai incontrato un capo di un’organizzazione terroristica che fosse stupido. Arafat non era stupido”.

Cossiga, per inciso, non è solo. Dopo la rivelazione del Corriere della Sera, il famoso magistrato Rosario Priore - responsabile in quegli anni dell’indagine di misteri come il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e l’attentato contro Papa Giovanni Paolo II - ne ha ammesso i dettagli.

L’Accordo Moro è esistito per anni”, ha dichiarato, “l’OLP aveva in territorio italiano uomini, basi ed armi. Anche fazioni autonome come quelle di Abu Abbas, il Consiglio della Rivoluzione e il Fronte di George Habbash. Era stata una decisione politica fredda, che aveva come scopo l’immunità della nostra gente e dei nostri interessi in territorio italiano, in cambio dell'accettazione dell’immagazzinamento e del trasporto di esplosivi e di commandi terroristici che dovevano operare altrove”.

Ebbene sì, anche l’uomo che oggi è membro della Corte di Cassazione di Roma, non ha incluso gli ebrei della città nella definizione “immunità della nostra gente”.
L’elenco non termina qui. L’Accordo Moro, si scopre, ha avuto un’influenza decisiva sulla vita - e sulla morte - di molti.

Anche le circostanze del sequestro della nave italiana Achille Lauro rivelano un legame tra l’Amministrazione di Roma e le organizzazioni terroristiche, e anche questa volta - che sorpresa! - gli obiettivi erano ebraici.
Il 7 ottobre 1985, mentre la nave era in viaggio da Alessandria d’Egitto a Port Said, l’hanno sequestrata quattro terroristi armati del Fronte per la Liberazione della Palestina di Ahmad Jibril. I sequestratori, entrati in azione prima del previsto poiché erano stati smascherati da un membro dell’equipaggio, hanno minacciato di uccidere ostaggi se non fossero stati liberati 50 prigionieri palestinesi che erano incarcerati in Israele. Si sono diretti verso la Siria, ma questa non ne ha permesso l’ingresso nelle sue acque territoriali.
La vittima di quel sequestro fu Leon Klinghoffer, un passeggero ebreo americano, paralitico in sedia a rotelle. I sequestratori non ebbero pietà di lui: gli spararono e poi lo gettarono in mare ancora vivo, con la sedia a rotelle.
La nave ritornò in Egitto, e dopo due giorni di trattative i sequestratori acconsentirono a lasciarla. Furono trasferiti verso la Tunisia su un aereo civile egiziano, che fu però intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare nella base NATO in Sicilia (Sigonella ndt).
Questo evento è indelebilmente impresso nella memoria collettiva italiana. Forze italiane dei carabinieri da una parte, incursori delta americani dall’altra, in mezzo l’aereo con i sequestratori a bordo, e tutti che si minacciano a vicenda con le armi cariche, mentre si attende che i politici trovino una formula per uscire dalla crisi. L’evento è rimasto impresso nella coscienza italiana come un simbolo dell’indipendenza dell’Italia e della determinazione dell’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, di fronte agli americani.
Solo che ora Cossiga rivela che il motivo della fermezza di Craxi era ben altro. Spiega che Craxi ha scelto di riservare ad Arafat un atteggiamento ruffiano. “C’era stato un accordo chiaro tra l’Italia e Arafat, secondo cui la nave sarebbe stata liberata dal commando terroristico in cambio della libertà di Abu Abbas, e così fu”, svela.

I sequestratori furono arrestati dalle forze della polizia italiana ed all’aereo fu permesso di continuare il viaggio malgrado la richiesta americana di fermarlo - poiché tra i passeggeri liberi c’era anche l’uomo che era alla guida dei sequestratori, Abu Abbas. I quattro sequestratori furono processati in Italia e trovati colpevoli. Abu Abbas, invece, fu liberato.

La spiegazione ufficiale di Craxi e del governo italiano fu che le asserzioni degli americani sul coinvolgimento diretto di Abu Abbas nel sequestro erano arrivate troppo tardi, solo dopo il suo decollo dall’Italia in direzione della Jugoslavia. Cossiga, comunque, chiarisce che non fu proprio così. “Non è assolutamente andata così”, dice, “tutto era parte dell’accordo con Arafat. Fu lui a convincere Abu Abbas, malgrado non facesse parte dell’OLP, di liberare la nave al Cairo, in cambio della sua libertà e di una promessa di incolumità. La posizione italiana, secondo cui questo lo si venne a sapere solo dopo la sua liberazione, è una frottola. Lo abbiamo liberato dopo”.
C’è chi asserisce che egli sia rimasto a Roma alcune ore ed abbia persino incontrato alcune personalità.
“Io non ne so niente. Ero Presidente della Repubblica e a me dissero che era rimasto tutto il tempo all’interno dell’aeroporto. Le ricordo che tutta l’area era circondata da agenti della CIA”.

Questo episodio, va sottolineato, è lungi dallo sparire dalla coscienza pubblica italiana. Proprio in questi giorni, la corte a Roma sta per discutere la domanda di uno dei sequestratori, Abdel Atif Ibrahim, liberato dopo vent’anni in carcere, di rimanere in Italia. “Gli permetteranno di rimanere qui, non c’è dubbio”, afferma Cossiga, “ma la decisione, in definitiva, sarà politica, ed il Ministro dell’Interno dovrà decidere”.

Se Lei fosse oggi Ministro dell’Interno e dipendesse da Lei, gli permetterebbe di restare?
“Io lo metterei su un velivolo militare diretto in Libano, atterrerei lì con la scusa di portare un diplomatico, spegnerei i motori, aprirei la porta, lo butterei sulla pista e decollerei di ritorno”.

Nonostante oggi Cossiga tenga molto a presentarsi come un fermo oppositore del terrorismo palestinese, c’è ancora chi non dimentica la sua posizione favorevole ad Arafat quando contro questi era stato emesso un mandato di cattura in Italia. Anche da questa faccenda, le Autorità e i meccanismi della legalità in Italia non escono -come dire- brillantemente. “Arafat”, spiega Cossiga, “era arrivato in Italia per il funerale del leader della sinistra italiana, Segretario Generale del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, che era mio cugino. Fino ad oggi c’è molta gente che non crede affatto che fossimo imparentati. All’arrivo di Arafat qui, lo attendeva un mandato di cattura del tutto folle emesso da un giudice italiano.

“A me chiesero di riceverlo a Palazzo Giustiniani, in qualità di Presidente del Senato, e permettergli di riposarsi. Stiamo parlando, Le ricordo, del 1984. Arafat partecipò al funerale e a tutta la cerimonia, alla quale era presente anche il Vice Segretario Generale del Partito Comunista di Mosca. Venne da me accompagnato dai Servizi Segreti italiani e dalle sue guardie del corpo.
Contemporaneamente, una forza di polizia era partita alla sua ricerca per ordine di un giudice. Lei crede veramente che non sapessero dove si trovasse?”.

Comunque sia, oggi Francesco Cossiga si identifica orgogliosamente come amico prossimo dello Stato di Israele ed entusiasta sostenitore degli Stati Uniti. Questo, forse, è il motivo per cui si permette ora di dire cose del tutto in ortodosse riguardo alla condotta degli scaglioni che contano.
E se a qualcuno potesse sembrare che quei giorni bui siano spariti, il quadro che dipinge Cossiga è allarmante: l’Italia, egli crede, attua oggi un accordo analogo con Hizbullah. Le forze di UNIFIL sarebbero invitate a circolare liberamente nel sud del Libano, senza temere per la propria incolumità, in cambio di un occhio chiuso e della possibilità di riarmarsi data a Hizbullah.

“L’Accordo Moro non mi fu mai esposto in maniera chiara, ne ho solo ipotizzato l’esistenza. Nel caso di Hizbullah posso affermare con certezza che esiste un accordo tra le parti”, dice Cossiga con certezza, “Se verranno ad interrogarmi, deporrò davanti ai giudici che trattasi di segreti dello Stato, e io non sono tenuto a rivelare le mie fonti”.
Cossiga ha dichiarato che intende sottoporre un’interrogazione al Governo riguardo all’esistenza di un tale accordo segreto, atto a proteggere il contingente italiano in Libano. Come noto, durante gli Anni Ottanta, le forze americane e francesi in Libano hanno subito gravi perdite, mentre nessun attentato è stato compiuto contro la forza italiana.*

Il giudice Priore - di nuovo lui - ha osato addirittura portare le ipotesi di Cossiga un passo in avanti. “È possibile”, ha dichiarato ad un’agenzia stampa italiana, “che esista oggi persino un accordo tra l’Italia e Al Qaida od un’altra organizzazione fondamentalista”.

La maggior parte degli italiani sono rimasti, come ho detto prima, sorprendentemente indifferenti di fronte alla rivelazione. Ma prevedibilmente, la comunità ebraica ne è rimasta scossa. Reagendo alle nuove rivelazioni esposte su queste pagine, il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, fa appello al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di aprire un’indagine approfondita.

“È ovvio che non possiamo andare indietro nel tempo, e non si può cancellare questa vergognosa storia dell’Italia”, ha detto a Yediot Aharonot, “ma bisogna esporre gli irresponsabili che hanno offerto gli ebrei d’Italia in sacrificio, trattandoli come stranieri, come immigrati di passaggio. Più di ogni altra cosa, esigiamo risolutamente la piena sicurezza per gli ebrei d’Italia e per le loro istituzioni”.

È molto dubbio se Berlusconi darà ascolto ed inizierà l’intensa indagine che esige la comunità ebraica. È vero che il Presidente del Consiglio italiano ha modificato l’atteggiamento del suo Paese nei confronti di Israele, ma si possono ancora riconoscere incrinature nella comprensione che gli ebrei d’Italia sono parte radicale della vita italiana. Più di una volta, rivolgendosi agli ebrei, egli ha detto “il vostro governo” -intendendo il Governo dello Stato d’Israele, e non quello italiano. La buona volontà forse c’è, ma la strada è ancora lunga per assicurare che la storia non si ripeta.

(Fonte: Yediot Aharonot, 3 Ottobre 2008)


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L’affermazione è falsa. Il mio concittadino Filippo Montesi (Fano 1963- Roma 1983), marò di leva del Battaglione San Marco, il 15 marzo 1983, durante la missione Italcon Libano 2, venne colpito alla schiena mentre si trovava nei pressi del campo profughi palestinese di Burj el-Barajneh, a Beirut. Morirà il 22 marzo all’ospedale Celio di Roma.

A scuola di polizia

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Istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine

silvioberlusconi_100Non permetterò l'occupazione delle università. L'occupazione di luoghi pubblici non è la dimostrazione dell'applicazione della libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza nei confronti degli altri studenti che vogliono studiare.
Convocherò oggi il ministro degli Interni, e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere.

La realtà di questi giorni è la realtà di aule piene di ragazzi che intendono studiare e i manifestanti sono organizzati dall'estrema sinistra, molto spesso, come a Milano, dai centri sociali e da una sinistra che ha trovato il modo di far passare nella scuola delle menzogne e portare un'opposizione nelle strade e nelle piazze alla vita del nostro governo.
Dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (22 ottobre 2008)


Berlusconi irresponsabile minaccia stato di polizia contro famiglie e studenti
pinapicierno_100La decisione del presidente del Consiglio di ricorrere all’uso della forza pubblica contro le famiglie e gli studenti che protestano per difendere il diritto allo studio è gravissimo, è un atto inconcepibile che lede diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.
Oggi uno stato di polizia contro mamme e bambini e domani magari contro i precari che protestano? Cosa ha in mente il presidente del Consiglio?
Abbiamo a che fare con un pompiere piromane che cerca di alimentare ad arte un clima di tensione. Oggi sono venuti solo diktat e minacce contro chiunque osi dissentire dalle posizioni di questo governo.
Un comportamento irresponsabile e pericoloso
. Consigliamo poi al ministro Gelmini, di rivolgere il suo appello ad abbassare i toni direttamente al presidente del Consiglio e ai suoi giornali, che oggi incitavano apertamente le forze dell’ordine ad usare la forza contro famiglie e studenti che rivendicano il diritto ad una scuola efficiente e per tutti.
Dichiarazione di Pina Picierno, ministro delle Politiche giovanili del Governo ombra del Partito Democratico (22 ottobre 2008)


Da Berlusconi minacce, da noi proposte
120705garavaglia_100Dal premier Berlusconi e dal ministro Gelmini arriva anche oggi la solita serie di annunci sulla scuola e sull'università, condita anche da accuse all’opposizione che, secondo loro, non sarebbe mai propositiva e sosterrebbe addirittura i violenti.
Mi chiedo se dietro l'annunciata linea dura di Palazzo Chigi contro la protesta non ci sia il tentativo di screditare centinaia di migliaia di persone, fra genitori, studenti e insegnanti, che sono scese in piazza solo perché preoccupate per il futuro della scuola e dell'università. Persone che nulla hanno a che vedere con i singoli e inaccettabili episodi di violenza verificatisi ieri a Milano.
Quanto alla presunta mancanza di nostre proposte, rammento che l’opposizione è stata azzittita dalla maggioranza attraverso un decreto che non consente alcuna seria discussione parlamentare. I nostri emendamenti – non ostruzionistici ma nel merito – non sono stati minimamente considerati. È paradossale che prima ci venga tolta la parola e poi si dichiari che rifiutiamo il confronto. Nell’interesse di un tema così importante quale la scuola, la cui salvaguardia è nell’interesse di tutti, siamo pronti a discutere su ogni punto, a condizione però che si ritiri il decreto e che il Parlamento torni ad essere la sede in cui si affronti il dibattito.
Dichiarazione di Mariapia Garavaglia, ministro dell’Istruzione del Governo ombra del Partito Democratico (22 ottobre 2008)

Le filastrocche del governo

gay_marraige_peice_405DiDoRe: la sigla televisiva di una nuova trasmissione per bambini o la filastrocca della nonna? Nel sondaggio che pubblica in homepage, anche l’associazione Arcigay si chiede se la proposta di legge firmata dai ministri Renato Brunetta (Forza Italia) e Gianfranco Rotondi (Democrazia Cristiana per le Autonomie) abbia un senso o sia semplicemente un po’ di fumo negli occhi per accontentare chi chiede un’Italia più moderna e più civile.

L’acronimo DiDoRe significa “diritti e doveri di reciprocità dei conviventi” ed è l’ennesimo tentativo –mi pare al ribasso- di dare al nostro Paese una identità più liberale e meno integralista, più europea e meno vaticana, più laica e meno religiosa. Prima c’era i Pacs, poi i Dico, ora i DiDoRe.
E’ scontato non ricondurre soltanto alla comunità gay quello che dovrebbe essere un doveroso (e semplice) allargamento del diritto di famiglia, poiché le cosiddette ‘famiglie di fatto’ sono molteplici ed è davvero impresa ardua semplificarle secondo l’orientamento sessuale. A volte non c’entra neppure l’affetto amoroso.
Due donne che si amano e vivono insieme, due anziani che non sono sposati ma che stabiliscono di convivere, due padri-single che uniscono redditi e casa: sono tutte situazioni possibile di ‘unioni di fatto’.
Eppure la battaglia per le unioni civili sembra essere un terreno di scontro fra cattolici e non cattolici, fra omosessuali e non omosessuali, addirittura fra libertini e ‘moralisti’, quasi che l’argomento toccasse esclusivamente la sfera dei sentimenti, e non anche quella economica, sanitaria, legale ecc. Lo Stato, come sempre più spesso accade, invece di limitarsi a garantire diritti e doveri, entra nel merito delle scelte morali dei cittadini: quelle affettive, sessuali, religiose, etiche. A questo punto viene da chiedersi se più che cittadini non siamo sudditi.
La morale dello Stato, però, si ferma davanti alla morale del denaro: con l’Iran che lapida le adultere e impicca ragazzi omosessuali, continuiamo serenamente a fare affari.

Allo stesso modo, se nelle famiglie cattoliche o islamiche di casa nostra, il maschio-marito picchia la moglie o le impedisce perfino di uscire di casa, nessuno se ne preoccupa, perché quel che conta per questo nostro Stato non sono i diritti individuali della donna, ma quelli del gruppo religioso, della tribù, dell’appartenenza etnica. Insomma, lo Stato italiano ti dice che tu non esisti come individuo in grado di scegliere –e cambiare quando e quante volte vuoi- gusti sessuali, famiglie, scelte etiche ecc, ma esisti e hai diritti solo se ti sottometti alla Chiesa di turno (l’Islam, il socialismo reale, la Chiesa cattolica, il papa o Fidel Castro, i marxisti nepalesi o gli ayatollah iraniani, i taleban afgani o i mormoni americani). Una volta che hai santificato le feste, puoi tranquillamente divertirti in casa tua come ti pare. Anche umiliando moglie e figli.

Ecco quel che scrive Aurelio Mancuso, presidente nazionale dell’Arcigay sui DiDoRe:

Le anticipazioni della stampa sulla proposta di legge sui DiDoRe elaborata dai ministri Brunetta e Rotondi, e ora assunta da un nutrito gruppo di parlamentari del Popolo della Libertà, informano di un testo composto da otto articoli dove a tutte le persone risultanti all’Anagrafe, conviventi da almeno tre anni, si impongono una serie di regole che vanno dal diritto di visita in ospedale, alla designazione del convivente per le decisioni in materia di cure, espianto degli organi e celebrazioni funebri, dal subentro dell’affitto sia in caso di separazione che in caso di morte, al riconoscimento degli alimenti di sostentamento per il convivente debole.
Insomma una legge sulla pietosa dipartita del caro estinto e sulla sfortuna economica.

Nessun sostanziale diritto e dovere alle parti: manca l’obbligo di assistenza morale e materiale, manca il regime patrimoniale degli acquisti fatti in comune, manca la reversibilità della pensione, manca ogni norma sull’eredità.

Riteniamo grave che l’articolo 1 della bozza contenga una indicazione inutile, ideologica e formulata al solo scopo di compiacere le gerarchie vaticane e che vorrebbe obbligare tutti i cittadini italiani a contrarre il matrimonio per essere chiamati famiglia.
Questa proposta di legge è inconsistente e condita da alcune gravi affermazioni.

Comprendiamo che in questo Parlamento, così come si configurano i rapporti di forza, non sia possibile dare una vera risposta alla dignità delle persone e delle coppie LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), al loro diritto di veder riconosciuti parità di diritti e di doveri.

Ci auguriamo che il Parlamento modifichi sostanzialmente questa proposta di legge, soprattutto in ordine al fatto che l'accesso a diritti e doveri sia una possibilità per le coppie conviventi e non un obbligo dal sapore illiberale.

Se si intende fornire una prima e limitata risposta al fenomeno sociale delle coppie nate fuori dal matrimonio, vanno chiariti meglio gli ambiti di azione e l’estensione a diritti e doveri sostanziali necessari a rispondere concretamente alle esigenze quotidiane di milioni di persone,
depurando le affermazioni di principio ideologiche.

(dal sito Arcigay, 10 ottobre 2008)

 

Arriva E.T.


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dal Corriere della Sera di oggi:

Discussioni e parodie sulla previsione
«Oggi sbarcano gli alieni»: la profezia fa il giro del web
Secondo la «medium» Goodchild, gli extraterrestri si presenteranno «senza intenzioni bellicose»


MILANO - Il conto alla rovescia è partito diverso tempo fa. Adesso ci siamo - finalmente: il 14 ottobre 2008 gli alieni appartenenti alla «Federazione della Luce» raggiungeranno la Terra. Perlomeno di quest'idea sono la medium «Blossom Goodchild» e i suoi seguaci sul web. Pare che sia giunto il momento di conoscere la «verità» sull'esistenza di vita extraterrestre nell'Universo. Fenomeno internettiano o ennesima previsione fasulla, sono molti i blog e le community che discutono animosamente sul web.

«FEDERAZIONE DELLA LUCE» - «14 october 2008 aliens»: digitando queste semplici parole su un qualsiasi motore di ricerca compaiono milioni di pagine. Dapprima la buona notizia: gli alieni si presenteranno quest'oggi, martedì, sul nostro pianeta, senza nessuna intenzione bellicosa. «Veniamo per aiutare il vostro pianeta»; «Non veniamo per conquistarlo»; «Non veniamo per distruggere»; «Veniamo per portarvi speranza». Questo - si tiene conto delle virgolette - avrebbero detto gli stessi alieni della «Federazione della Luce» tramite «Blossom Goodchild». L'australiana, emigrata dalla Gran Bretagna, una sorta di sensitiva che fino ad oggi ha operato perlopiù come «chaneller», ovvero come persona in contatto con le altre dimensioni, ha ricevuto il messaggio nell'agosto scorso. Da allora è diventata una sorta di addetta stampa ufficiosa degli affettuosi ET. Esseri viventi di natura extraterrestre le avrebbero indicato la data del 14 ottobre 2008 come momento di congiunzione tra la razza umana e quella aliena. A detta della sensitiva, una grossa astronave apparirà nei cieli dell'emisfero sud del pianeta per 72 ore, portando il messaggio di pace. Ovviamente si tratta delle solite sciocchezze, a detta dei più. «Questa è invece la prova finale», sostengono alcuni ufologi e simpatizzanti della materia.

AVVISTAMENTI - Due sono tuttavia gli aspetti insoliti della profezia: fino all'ultimo Goodchild si dice sicura che l'evento extrasensoriale ed extraterrestre ci sarà. Inoltre, la notizia ha avuto talmente tanta eco sul web che dal 6 ottobre scorso la cara australiana è raggiungibile solo per «vie telepatiche», qualunque cosa ciò voglia dire. Troppe le mail, le telefonate e le domande. Come se non bastasse nelle ultime settimane si sono improvvisamente moltiplicati gli avvistamenti (presunti) di navi spaziali e oggetti non identificati nei cieli di mezzo mondo. Che, naturalmente non hanno tardato a circolare nella vasta rete del web. C'è chi il 4 ottobre scorso ha visto degli UFO triangolari nei cieli di Filadelfia: puntini bianchi ripresi da una videocamera amatoriale sopra le teste del pubblico che assisteva al concerto di Bruce Springsteen per il candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama. E, a quanto pare sembra, anche il punto d'atterraggio della navicella spaziale sia già stato fissato: nella tranquilla e piovosa regione del Galles a nord dell'Inghilterra. Dal 17 settembre scorso si sono infatti concentrate le attività «sospette» attorno alla cittadina di Wrexham. Ma gli stessi alieni avrebbero comunicato a Goodchild che l'atterraggio avverrà nell'«emisfero australe».

SCETTICI - Ma sono molti gli ufologi che non credono alla profezia: Stephen Yulish, per esempio, si dice sicuro che il 14 ottobre nessun UFO atterrerà sul nostro pianeta. Sulla pagina «Ufo Digest», l'ufologo dà sfogo a tutto il suo scetticismo. «Sì, gli UFO esistono, ma sono cattivi», è la sua teoria. Altri critici, al contrario, argomentano in maniera più realistica e scientifica. E sono migliaia i contributi, le domande e i forum italiani che partecipano all'inconsueta ma accattivante discussione.

MESSAGGIO - «Veniamo a comunicarvi che il giorno 14 ottobre 2008 un'astronave di grandi dimensioni sarà visibile nei vostri cieli, nella porzione sud del vostro emisfero e sarà compresa nel campo visivo di molti dei vostri stati. È stato deciso che resteremo all'interno della vostra atmosfera per un periodo di almeno tre giorni e durante questo periodo di tempo ci sarà molta agitazione sul vostro pianeta, i vostri governanti e le alte sfere di potere del vostro pianeta cercheranno di invadere lo spazio atmosferico che circonda la nostra astronave, le misure di sicurezza che abbiamo adottato a questo scopo sono necessarie dal momento che avrà probabilmente luogo una specie di commedia ad opera dei vostri stessi governanti volta a negare la nostra azione pacifica», recita il fantomatico messaggio ricevuto da «Blossom Goodchild».

PARODIE - Molti utenti di YouTube, non poteva essere altrimenti, l'hanno presa con ironia pubblicando in anticipo il video (magistralmente elaborato al computer) dell'arrivo della grossa navicella a Shanghai in Cina, quasi fosse reale. Altri vanno sostenendo che persino le Nazioni Unite si sarebbero riunite nei giorni scorsi in una seduta straordinaria (e segreta) per discutere della vicenda. C'è anche chi corre ai ripari: il noto allibratore inglese Rupert Adams del gruppo di «William Hill» ha cessato di accettare scommesse sulla venuta degli alieni in seguito ad una improvvisa valanga di puntate. Nella rete l'attesa si fa febbrile. Comunque vada gli scettici hanno già preparato una divertente parodia musicale e animata dell'evento.

Elmar Burchia

Austria (in)felix



jorg_haider

E’ morto Jörg Haider. Il leader politico austriaco è deceduto nella notte in un incidente stradale. Discusso, attaccato, giudicato di estrema destra, Haider è stato un autentico catalizzatore di consensi, riuscendo a calamitare su di sé il voto di un elettorato tradizionalmente moderato, o addirittura di sinistra, che non aveva trovato risposte al problema dell’immigrazione.

Non credo che si debba disprezzare o criticare tutto ciò che Haider propugnava.
Talvolta era arrivato a dare risposte molto dure, ma era comunque un difensore dei valori occidentali di libertà e laicità. In Carinzia, dove Haider era governatore della regione, ha praticato una politica di tolleranza zero nei confronti dei clandestini (se un richiedente asilo commetteva un reato, lo rispediva immediatamente da dove era venuto), affiancata da un grande sforzo di integrazione per i lavoratori regolari.

Haider è stato il primo a varare l’obbligo minimo di un anno di scuola materna per i figli degli immigrati, a carico delle casse pubbliche della regione della Carinzia, affinché potessero imparare subito la lingua ed avere così un migliore inserimento nella scuola elementare.

Il sito Euronews pubblica un’interessante video intervista, dalla quale è possibile capire meglio chi fosse il governatore della Carinzia.

Ecco uno stralcio di quel servizio di neanche un mese fa.

Giornalista: Crede davvero che Dio sarebbe contento di vedere, che nessun luogo di culto con minareti venga costruito?

Jörg Haider: Credo non si perda nulla, vietando di costruire luoghi di culto che verrebbero poi sfruttati come spazio d’espressione per idee fondamentaliste, che con la religione hanno poco a che fare. E poi, sono contrario al fondamentalismo islamico, tanto più ora che sta prendendo sempre più piede in Europa. Il primo ministro turco ha detto “I nostri minareti sono le nostre bajonette, le nostre cupole sono i nostri elmi, le nostre moschee sono le nostre caserme e i nostri fedeli sono i nostri soldati”. Mi chiedo cosa abbia a che fare con la religione e con la pace. Credo siano principi sbagliati. Non ho bisogno dei simboli di un pensiero forte fondamentalista, islamico. Per questo ho deciso: nella mia Carinzia ci sarà una legge, che vieta i minareti.
(…)
Giornalista: Nel 2000, per mesi, nessun politico di punta in Europa voleva più stringere la mano agli esponenti del governo austriaco perchè lei faceva parte dell’esecutivo. Ora, nel 2008, cosa è cambiato: lei o l’Europa?

Jörg Haider: L’Unione europea ha preso coscienza del fatto che le elezioni democratiche non si possono influenzare dall’esterno. Altrimenti ci sarebbero volute sanzioni contro l’Italia, dove sono al potere Berlusconi e la Lega Nord, o come si chiamano, che alla fine hanno un programma molto simile al nostro.

Per saperne di più
La notizia della morte sul sito del Corriere della Sera
La scheda su Jörg Haider di Wikipedia

La cucina della Sora Margherita



soramargherita_500di Ariella Azzolini

Siamo a Roma, non lontano da largo di Torre Argentina, nel Ghetto. In piazza Cinque Scole, una porticina con davanti una vecchia tenda rossa, qualche sedia vicino alla porta. Non una insegna, non una targa che indichi che lì si trova “Sora Margherita”.
Appena si entra, si capisce di non essere in un ristorante chic, ma si vive la sensazione di trovarsi in un vecchio film con protagonisti Manfredi o Sordi.

Ci si mette a sedere in questi piccoli tavoli quadrati, uno contiguo all’altro, dove il nome di chi ha prenotato è scritto direttamente sulla tovaglia di carta, e anche se il servizio è molto veloce, si ha il tempo per leggere gli articoli appesi al muro, tutti dedicati a “Sora Margherita” e pubblicati da giornali nazionali e no.
Cucina giudaica popolare, come si è intuito, e infatti il nostro benvenuto ce lo dà un Carciofo alla giudia, che, come una rosa del deserto dorata, petalo dopo petalo, foglia dopo foglia, ci fa assaporare il cuore dei sapori romaneschi.
Il nostro palato è tentato dai primi piatti, tutti fatti in casa. Fettuccine cacio e pepe e ricotta e pasta con i ceci, sono le nostre preferenze e dopo esserci contenuti sui secondi, ci lasciamo tentare dall’ampia scelta di dolci. E con la sua semplicità la ricotta, insieme con Cointreau e Nutella, ci lascia tutte e quattro estasiate.
Estasi che è continuata con il conto, dato l’ottimo rapporto qualità e prezzo.

Sora Margherita
Piazza delle Cinque Scole 30 – Tel. 06.6874216
Roma, Ghetto

Prezzo medio
: 20 euro
Carte di credito: le principali
Coperti: 36
Chiuso: sabato e domenica (aperto a pranzo)
Qualità: ottima
Nota: Sora Margherita non è un ristorante, ma un circolo culturale, obbligatoria, quindi, la tessera, gratuita e sottoscritta al momento.